Le persone si incontrano per rinascere

Adesso è più difficile. Forse non l’avevamo immaginato, forse avevamo pensato che sarebbe bastato essere fuori, all’esterno, per avere il cuore più leggero. Non so se il nostro cuore sia più leggero, ma ora siamo chiamati tutti ad una responsabilità fattiva. Stare a casa, sia pur con senso di deprivazione, era l’unica cosa concessa, che potevamo fare. Ma adesso dobbiamo ripartire.

Qualcuno è incerto, intimidito, ancora un po’ impaurito, altri si sono immediatamente rituffati nella pseudo-normalità, mascherina, guanti e gel compresi, ormai nostri inseparabili compagni.  Una pseudo-normalità nella quale dovremo vivere almeno per un anno, un anno e mezzo, non abbiamo date certe, finirà sicuramente, ma quando non lo sappiamo, dobbiamo imparare a convivere con l’incertezza, la precarietà, che non è solo quella legata a situazioni concrete, che pure accompagneranno e peseranno sulle nostre vite, ma quella sensazione che ci fa vedere tutto un po’ lontano, quasi irreale, che deriva dal fatto che sono saltati molti dei nostri punti di riferimento, tanti gesti banali e meccanici che scandivano la nostra quotidianità, una quotidianità tutta da reimparare. Per quanto Bauman ci abbia spiegato con varie declinazioni che siamo in una società liquida, non lo avevamo mai avvertito tanto concretamente, le nostre vite non ne erano state mai invase in modo così dirompente. Infilarci, spingendo un po’ sulla metro, devo prendere per forza questa, sono maledettamente in ritardo!, decidere di partire all’ultimo momento per un fine settimana o anche per un solo giorno, dove andiamo? dai il primo treno che passa! trovarci con gli amici di una vita e stare così vicini da sentirne il calore a bere una birra, perché noi italiani siamo fatti così, abbiamo bisogno del contatto fisico.  

Adesso, comunque, dobbiamo ripartire, rispettando le distanze, poi riprenderemo un treno all’avventura, riprenderemo a bere birra con i soliti amici stando vicini, parlandoci a bassa voce, torneremo a prendere metro ed autobus affollati e detestarli di nuovo ogni volta, perché non ho la certezza che poi cambierà davvero qualcosa, come l’organizzazione delle città, e se accadrà ci vorrà del tempo, ma adesso dobbiamo ripartire. Abbiamo bisogno di tornare sia pure a distanza ad incontrarci, a riprendere la tessitura dei rapporti che deve essere costante per dare frutti, a ricreare o creare là dove si è perso il tessuto dei nostri centri urbani, dei nostri quartieri, tentare di ridare loro quell’aspetto che era già venuto meno, che si era sfilacciato, perché i rapporti erano cambiati, perché cambiati erano i ritmi, i tempi che non lasciavano spazio ai contatti,  perché ognuno chiuso nelle proprie faccende si era imbozzolato, in una sorta di autosufficienza diffidente, perché sono venute meno le occasioni di passeggio e di incontro  in zone dei quartieri desertificate dalla chiusura dei negozi di prossimità. 

Ma noi dobbiamo di ripartire ed incontrarci, questo periodo ce l’ha insegnato, almeno questo teniamocelo stretto, persino i ragazzi sono usciti dall’auto-isolamento da social, cominciando a desiderare rapporti meno virtuali, mettendo il naso fuori dalle loro camerette come speleologi dopo ore passate in grotta, perché  “le persone si incontrano per rinascere. Nascere non basta mai a nessuno” dicono i versi di Franco Arminio, mai così preziosi come in questo momento.

(mcp) 

(foto by Stefano Bertolotti – in CC non commerciale)