Siate Miserabili

provate a com-prendere

Dopo il dolente e bellissimo “Florida Project”, diretto dall’americano Sean Baker nel 2017, arriva ora in proiezione televisiva “I Miserabili”, del regista di origine maliana Ladj Ly. 

Staccandosi da Parigi (rivista in una lunga sequenza sulla Francia inorgoglita che si inebria dei Mondiali appena vinti, nel suo infinito assembramento di razze e storie e classi sociali), il film si ferma a Montfermeil (la cittadina quartiere dell’intorno parigino, a 17 km dalla capitale, con un centro commerciale che ne sostituisce il centro storico distrutto nel 1966), che subito diventa il centro del film con le sue Bosquets e con le sue zone di degrado, queste ultime al centro del film con le loro storie di una integrazione sempre mancata e mancante. E di una differenza ignorata.

Un mondo che si racconta, nel suo brusio di lingue e religioni e culture, nel mormorio dei bambini, nell’isolamento gruppale di adulti e ragazzini, senza sconti per nessuno. 

Uno sguardo che parte, come in Florida Project, dalle storie dei piccoli tradite dai grandi, dei grandi traditi dai grandi, e dei dialoghi che si costruiscono (più fra grandi e piccoli che fra grandi e grandi), a costo di moltissimo dolore, ma anche con impressionante precisione d’orizzonte. 

Perché in entrambi i film, dove si gioca l’amore nei disastri dei quotidiani, sono proprio l’attenzione, la mano che soccorre, lo sguardo che registra, la voce dell’adulto estromesso dalle logiche di autorità irregolare ma permeato da un intimo e disarmato orientamento al bene (un bene che non è regola ma attrazione verso il senso della convivenza) che possono lasciar intravedere (sia pur non ancora compiuto) qualcosa di diverso, di più grande, di migliore. 

Entrambi i film hanno e non hanno un lieto fine, se non nella corsa delle bambine di Florida Project verso il parco giochi di Orlando, e nel lunghissimo sguardo fra Stéphane (il poliziotto che non si piega al danno di un’autorità che abusa) e il ragazzino attorno al quale si origina tutta la storia del film (a seguito del furto, da parte del bambino, di un leoncino, nel circo Zeffirelli, il centro nomade di una viandanza che non dialoga e costringe. Come del resto co-stringono tutte le piccole e meno piccole comunità di Montfermeil). Non perdete questo piccolo capolavoro, di un andare pensando, come direbbe il mio amico Giuseppe Varchetta, abbiamo tutti bisogno. 

Da ComingSoon, per le info sul regista, riportiamo: “sempre Montfermeil e le sue problematiche sociali sono al centro del lavoro registico di Ladj Ly, che vi ha girato diversi videoclip e il suo documentario 365 jours à Clichy-Montfermeil, girato dopo le rivolte avvenute nelle banlieu francesi nel 2005. Sempre nella sua città, nel 2018, il regista ha fondato una scuola di cinema gratuita all’interno degli Ateliers Médicis, chiamata Kourtrajmé13. I primi passi nel mondo del video e del cinema li ha mossi assieme ad altri cineasti ed artisti come Kim Chapiron, Romain Gavras, JR, e il collettivo Kourtrajmé. Nel 2016 ha co-diretto, assieme a Stéphane De Freitas, il documentario A voce alta – La forza della parola.”

(n.g.)

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