UN FILM, UN MIRACOLO DEL TEMPO E DELLO SPAZIO

Ho rivisto giorni fa un vecchio film di Meel Brooks, Frankenstein Junior (Young Frankenstein) del 1974. È il quarto film di Brooks, a partire da un’idea di Gene Wilder, che è anche autore della sceneggiatura insieme al regista. Vista la storia di questo film, che ormai data quasi 50 anni, storia che lo qualifica tra le pellicole cult della commedia americana, non sono certo qui per fare una recensione. E’ solo per rammentare che, come sempre accade nel fruire in diverse occasioni delle opere di qualità, si verifica, ogni volta, una trasmutazione di significati, di contenuti e di emozioni, come se l’opera, in un tempo diverso, spazio o contesto non fosse più la stessa. Ho visto questo film per la prima volta tanti anni fa, ero abbastanza giovane, ne ho goduto la comicità, la bravura della regia e del cast, la simpatia della storia e l’originalità dei personaggi; ne ho tratto significati e messaggi che forse neanche erano nell’animo dello sceneggiatore. L’ho visto di nuovo in un contesto di mutate esperienze di vita e ancora oggi, rivisto per l’ennesima volta, lo scopro diverso, con mutate qualità, mutate leve per suscitare emozioni e riflessioni leggere e profonde. Un film è un miracolo del tempo e dello spazio, sembra rispondere alle leggi della meccanica quantistica, si materializza nell’attimo in cui lo vedi. Quando arriva allo spettatore il film è solo suo; un attimo prima esisteva un’altra cosa, quella ideata e costruita dall’autore, dal regista (chi può sapere cosa veramente volesse dire?).

La trama del film non la racconto perché è di dominio pubblico, ma mi piace concentrarmi sui personaggi che dicono tutto per loro natura; per semplificare potremmo dire che i personaggi sono inseriti in un contesto sociale inizio secolo scorso, atmosfera austroungarica, scenografia gotica (castello in Transilvania); sono carichi di una comicità intrinseca che va a combinarsi in modo efficace con gag esilaranti che si susseguono senza sosta. 

La vera novità, se si può parlare di novità per un vecchio film, è che la “creatura”, dall’aspetto spaventoso, dai modi spesso violenti e che grugnisce anziché parlare, è infinitamente buona come lo sono i bambini senza malizia. Quando è aggredito o spaventato reagisce con violenza, per questo il suo essere viene etichettato come manifestazione di mostruosità aliena. Una folla, malevolmente indirizzata da Kemp, un comico gendarme austroungarico, lo insegue fino al castello per linciarlo. 

Al contrario se compreso, accolto con tenerezza diventa un tenero ragazzone. Lo dimostra il fatto che si lasci quasi bruciare vivo, senza reagire, dall’eremita cieco Abelardo, che non potendo vedere le sue fattezze e credendo d’avere a che fare con un muto, tenta maldestramente di offrirgli la cena, versandogli brodo bollente sulle parti basse e d’accendergli un sigaro, in realtà incendiandogli il pollice.

Topica è la scena dell’incontro della “creatura” con la sopraggiunta fidanzata di Frederick (Frankenstin, per distinguersi dal nonno), che, dopo l’iniziale spavento per la “orrenda” visione, ne apprezza amorevolmente le qualità e Meel Brooks esemplifica tali qualità con una scherzosa gag sugli attributi sessuali proporzionati alla corporatura.

Insomma appare chiaro che il rapporto a tu per tu della “creatura” con i singoli, quando non si spaventano della sua bruttezza, è naturale, anzi è carico di afflato umano direi quasi amorevole. E’ la folla la vera controparte rabbiosa; è il gruppo sospinto e incitato a rilevare la diversità e a bandirla.

Sono convinto fino in fondo e forse ne era convinto anche Brooks (chi sa?), che l’uomo non ha di default un istinto a significare la diversità, né in positivo, né in negativo, perché congenita nella sua natura, dalla particella più elementare: il DNA, alla parte più vistosa: l’aspetto e la corporatura. Sono le sovrastrutture sociali che determinano e affermano la diversità. Una disgrazia sempre: per i geni incompresi, normalmente valutati tali solo post mortem, per i meno fortunati (diversi, svantaggiati, condannati all’anonimia) che vengono emarginati dalla comunità e spesso perseguitati  dal branco, come nel caso dell’anziano di Manduria che un gruppo di ragazzi ha costretto alla morte in un contesto di completa indifferenza.

(M.V.)