Smart Working e SmartCity

Una bella opportunità

Il COVID-19 e il lockdown a cui siamo stati costretti hanno introdotto cambiamenti rapidi e molto significativi al nostro modo di vivere. Siamo rimasti chiusi in casa e in molti hanno dovuto sospendere (speriamo solo sospendere) le proprie attività. La scuola in classe è stata improvvisamente sostituita da quello strano oggetto che è la didattica a distanza. E quando si è potuto, per fortuna in molti casi, ci siamo adattati a lavorare in casa facendo un passo veloce e deciso verso il cosiddetto “smart working”.

In mezzo a tanti disastri, lo “smart working” è ciò che possiamo definire, senza eccezioni, ma con le giuste cautele, un’opportunità che non dovremmo perdere anche quando la contingenza sanitaria sarà finalmente passata. Ed è proprio oltre la contingenza sanitaria che dobbiamo andare col pensiero per valutare a pieno i vantaggi di questo “lavoro intelligente”. Sgombriamo quindi la mente dalla situazione attuale in cui abbiamo lavorato forzatamente da casa, magari con figli che, allo stesso tempo, facevano didattica a distanza. Pensiamo invece a un lavoro che non ci lega a una sede fisica da raggiungere con i nostri mezzi (quindi a nostre spese… e questo vale anche per i possessori di un’auto aziendale, visto che questa è di fatto una componente del reddito che potrebbe essere monetizzata diversamente) e che possiamo svolgere dove vogliamo vendendo alle Aziende non il nostro tempo, ma i “prodotti” del nostro intelletto. E non facciamo confusione col “cottimo” del secolo scorso che in molti associano a una modalità retributiva che innesca meccanismi di sfruttamento da parte dei datori di lavoro. Nello smart working, quello vero, il lavoratore percepisce un reddito proporzionato al suo livello di maturità e lavora assolvendo dei compiti (più o meno creativi) incamerando l’eventuale maggior produttività rispetto alle attese, come tempo a disposizione per se stesso e per la propria famiglia, o trasformandolo in possibilità di carriera. Immaginiamo quindi un lavoro slegato dalla posizione fisica, svincolato da orari di ingresso e di uscita, ma legato esclusivamente a ciò che facciamo e al nostro reale contributo per l’Azienda in cui lavoriamo. In questo paradigma, le Aziende incamerano, senza colpo ferire, consistenti risparmi sulla logistica (basti pensare agli affitti per gli uffici) e maggior produttività da parte dei dipendenti che, a loro volta, possono usare meglio la propria vita piuttosto che passare ore nel traffico o in tempi morti negli uffici inutilmente affollati. E pensiamo, infine, ai benefici per la società e per le città che da questo modello possono derivare. Abbiamo già visto l’effetto sul traffico e sull’ambiente indotto dal lockdown. Abbiamo visto, a Roma, un Tevere dai colori ottocenteschi e una città con un traffico finalmente a misura delle proprie strade e delle proprie infrastrutture. Certo, questo livello di vivibilità non sarà lo stesso, una volta che le attività e le scuole rientreranno a pieno regime, ma perché non tendere a questo obiettivo? Perché non puntare decisamente verso una società dove spostarsi da casa propria non è più un obbligo imposto da chi deve misurare il tuo tempo, ma un piacere legato alla bellezza dei luoghi, della cultura e di una vita “sociale” e a misura di persona?

Certo, un modello del genere ha bisogno di sostegno politico, di infrastrutture tecnologiche e di una leale contrattazione aziendale (certamente non universale) in cui vengano messi in chiaro i termini del nuovo paradigma, le unità di misura del lavoro “intelligente” e i diritti e i doveri del lavoratore e dell’Azienda. Sarebbe davvero opportuno che la politica, e in particolare, in prospettiva, il nuovo Sindaco di Roma, inserisse nel proprio programma di governo, uno sviluppo dello “smart working” sostenendo chiunque può farlo con incentivi e infrastrutture informatiche d’eccellenza, per trasformare Roma, in una “smart city” pulita, vivibile e finalmente sana.

(RV)