NON E’ MAI ABBASTANZA

NON PERDETE FAVOLACCE

Vedere Favolacce è l’esperienza che dovrebbero fare tutti quelli che parlano di città. Di città, di periferie, di paesaggi. Il film, duro duro, utilizza una fotografia bellissima, microfilm nei film, a disegnare i paesaggi dell’anima, con colori stranianti, che non diresti mai esser Roma. Architetture in plastica, ed infinite voci di bambine come re-ingoiate. Silenzi più che vocii. Una rabbia infinita che si dilunga quando racconta di una piscina in una villetta che viene ferita, divisa in due, resa vuota, e che si abita nelle aree di sosta nel cieco isolamento delle distanze che non sanno essere, né possono, esser percorse. Il dolore fitto, che si fa spazio, l’alienazione di sguardi e corpi, unghie rifatte, e barbecue. Dei fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo, il film, vincitore a Berlino per la miglior sceneggiatura, e vincitore del Nastro d’argento, arriva ora in streaming sulle piattaforme, anno covid-19, finalmente aperte dal virus. Ovvero raggiungibile da tutti, nelle periferie della nazione, comprendendo le isole. In un adesso che spaventa. Mentre si dialoga nei luoghi del sindaco di Roma, a venire e futuro, c’è un presente abitato che rivela una città dell’anima ma anche, imprescindibilmente, di un territorio. Di solitudini nette, cui non basta la complicità di fratellanza e cortili. In una scuola nella quale, ad alienazione risponde riappropriazione del danno, prima deflagrante nel disegno di una esplosione, poi nel terribile implodere dei corpi dei bambini e nel loro rotto silenzio. Un per sempre che trafigge lo sguardo, lo stomaco, il senso. E siamo noi che con Elio Germano sbattiamo la testa sul materasso del giorno, nella nostra piena insufficienza a far ancora respirare. Una bambina che urla da sola in autogrill, un insegnante che grida da solo nella sua infelice non appartenenza. Ma noi, apparteniamo forse? Apparteniamo a un sogno di luoghi e modi? Davvero apparteniamo? Questo, penso, dovremmo chiederci. Vedete questo film. Possibilmente non con i vostri ragazzi. Possibilmente non troppo clementi con voi stessi. Con noi stessi. La periferia delle nostre forme della politica è priva di risposta, se non apre quel silenzio. Che, attenzione, in una certa misura, potrebbe essere ovunque, centrato e accomodato nell’impossibile riproposizione di un sogno: di convivenza, di presenza, di ascolto. Non smettiamo di comprendere che le favole, e le favolacce, hanno una morale alla fine. In questo caso un insegnamento che atterrisce, e ridisegna il nostro sentimento dell’essere con. Con chi vogliamo essere?  

(ng)