REPORTAGE

DA LUOGHI DIMENTICATI

In questa situazione nuova e contraddittoria con cui stiamo imparando a misurarci, dopo essere stati per più di due mesi “costretti” a riappropriarci del nostro tempo, ora che la prudenza ci sconsiglia viaggi all’estero, scegliamo per le vacanze itinerari nel nostro Paese, senza neanche allontanarci troppo.

Abbiamo scelto di fare un giro in Umbria, dimentichi anche noi, come purtroppo la maggior parte, di quanto accaduto in quelle zone, convinti di visitare luoghi straordinariamente belli, premiati dalla natura, leopardianamente matrigna che ha, dopo aver premiato, punito drammaticamente.

Questi borghi di una bellezza disarmante, ora struggente, conservano se pur invasi quasi completamente dalle strutture metalliche della messa in sicurezza dei tanti edifici e chiese semidistrutti, che anche un occhio profano stenta a riconoscere come tale (la messa in sicurezza), conservano un fascino che avvince ed incatena l’anima.

Camminiamo silenziosamente, con rispetto, per le strade di Norcia, percorrendo corso Sertorio, che doveva essere una delle più eleganti, da piazza San Benedetto, dove della basilica è rimasto poco e il Museo della Castellina che è temporaneamente, ottimisticamente aggiungo io, chiuso, fino ad arrivare a Porta Romana, dove l’orologio è rimasto fermo sin dalla prima scossa del 24 agosto 2016 delle ore 3 e 36.

Camminando per via Mazzini leggiamo che il ristorante “Beccofino” si è trasferito, così la “Cantina 48” e tante Norcinerie, anche quella di Mario, tutti fuori dalle mura, una cinta con sette porte, che identificano sette piccoli quartieri che avevano una precisa identità. La cinta muraria dà alla cittadina una forma a cuore, un destino, chissà.

Fuori dalle mura c’è una fila di piccoli empori in legno prefabbricati uno dietro l’altro, che hanno perso la loro specificità di negozi inseriti nel tessuto cittadino e il Bar Roma con una splendida tettoia liberty, inesorabilmente chiuso, si è trasferito dall’omonima strada su via della Stazione insieme a tanti altri che cercano di ripartire, nonostante le innumerevoli zone rosse, nonostante le casette prefabbricate nell’angolo tra via della Stazione e via del Commercio, in cui gli abitanti che non avevano alternative si sono dovuti spostare, trasformate dal tempo implacabile da provvisorie a definitive, nonostante i pochi piccoli cantieri in attività siano solo quelli di privati.

Il resto è inesorabilmente, drammaticamente fermo e tutto intorno è abbandono, strutture montate due, tre anni fa, mostrano i segni del tempo, raccontano silenziosamente, che questa situazione è destinata a permanere.

I ragazzini che girano in bicicletta, allegri, per fortuna, in mezzo alle macerie tenute insieme dalle strutture di metallo e da qualche colata di cemento, forse non ricordano altro di diverso da questo, un po’, mi è venuto di pensare, facendo le debite distinzioni, come i bambini che nascono nelle zone di guerra, che non conoscono altro, quello per loro è, purtroppo, la normalità.

Mentre entriamo dalla Porta Ascolana, Jonathan dell’antica norcineria “Brancaleone da Norcia” fuori dal negozio ci sorride e ci racconta di come vanno le cose, di come tutto sia fermo, senza un cantiere aperto e che è tutto affidato alla loro buona volontà. E qui ce n’è tanta, gente accogliente, attiva, che si impegna, stringe i denti e va avanti generosamente, senza piegarsi.

La stessa cosa ci dice la signora che gestisce a Roccaporena un negozio di specialità, che fa dei panini stratosferici, perché da queste parti dove i prodotti sono buonissimi, sono generosi anche nell’imbottire i panini. La gente non ce la fa, il turismo si è ridotto drasticamente, qui vivono di questo e il Covid certo non ha aiutato una situazione già molto compromessa.

Uscendo da Norcia seguendo via della Stazione c’è l’indicazione per Preci verso destra seguendo la SS685. Sulla guida leggo che è un borgo di origine medievale del XIII secolo di 706 abitanti, che raggiunse, incredibile, una certa notorietà (fino al XVII secolo) per una scuola di chirurgia, specializzata per l’estrazione di calcoli renali, il terremoto del 1328 lo distrusse quasi completamente, ma venne ricostruito.

Mi basta e non proseguo la lettura, non ricordo colpevolmente cosa è successo quattro anni fa. Le notizie e le immagini che scorrono continuamente davanti a noi e che fanno da sottofondo alla nostra vita, ci rendono impermeabili per difesa, è tanto, troppo e si brucia rapidamente e rapidamente, se ci sono, si bruciano le nostre emozioni superate dalla notizia successiva e dalla legge crudele dell’audience, dalla necessità di tenere sempre alta l’attenzione fino al punto di andare ad indagare per qualche giorno, senza quel rispetto e discrezione che la pietas vorrebbe, ma poi non riparlarne più, the show must go on!

Così, abbiamo dimenticato cosa è accaduto lì quattro anni fa. Semplicemente dimenticato. E inconsapevoli seguiamo la strada che si inoltra con tornanti tra gole a ridosso di alte rocce ricche di brillante vegetazione, un paesaggio di fascino straordinario.

Avvicinandoci avvertiamo un silenzio irreale. Il paese è completamente deserto, non c’è nessuno, la vita è altrove, qui si è fermata il 30 ottobre del 2016 e ri-scopriamo che proprio questo è stato l’epicentro.

Colpiscono la bellezza, la cura, nonostante le zone rosse, nonostante le vistose crepe e i crolli che mettono a nudo impudicamente brandelli di vita precedente, le strade lucide e le facciate che appaiono come dipinte di fresco.

Gli abitanti amavano il loro paese, quegli abitanti che lo popolano ancora attraverso le foto di grandi dimensioni attaccate sui palazzi: un bambino che sta per suonare il campanello di casa, una signora che aspetta nell’ufficio postale, un’altra con le buste della spesa, una ragazza con la borsa a tracolla, bella e spavalda. Sono ancora là, non lo hanno abbandonato, continuano silenziosamente ad animarlo.

Non si va via da questi luoghi come si è arrivati, ti restano appiccicati dentro, lo sconforto di tanta bellezza perduta, il desiderio di tornarci appena possibile, la dolorosa consapevolezza che non saranno ricostruiti e perciò la voglia di essere là vicini a questa magnifica gente che ti regala un caffè e tanti sorrisi, nonostante tutto.

“Guarda le cose che stanno nel mondo

come se il tuo sguardo potesse salvarle”

(F. Arminio)

28 giugno 2020   

(mcp)

Tutte le foto nel reportage sono scatti di Marcello Veccia. Gli scatti del 22 giugno 2020 sono stati presi a Norcia, quelli del 23 sono a Preci.

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