TRE VITE…

ancora ALLO SPECCHIO

Credo che ognuna di noi uscì emotivamente provata, con uno stato d’animo combattuto tra il dolore, la rabbia, lo stupore dopo la visione del film “Tre vite allo specchio” di Nancy Savoca. Quelle immagini si sovrapposero e si alternarono a quelle fabbricate dalla nostra immaginazione di bambine quando avevamo distrattamente colto pezzi di conversazioni tra le adulte: mamme, zie, nonne, poi da adolescenti quando curiose avevamo cercato di carpire, rubare strazianti segreti che ancora ci erano preclusi, e poi da giovani donne informate e consapevoli avevamo dolorosamente messo a fuoco cosa fosse l’aborto illegale e cosa da sempre avesse costituito per le donne. Nel 1978 venne approvata la Legge 194 ed è bene ricordarlo, l’interruzione di gravidanza fino a quella data era un reato regolato dal Codice Penale, punito con la reclusione da uno a quattro anni per la donna e per chi lo praticava, da sette a dodici se la “paziente” non era consenziente e da due a cinque se la pratica avveniva con il suo consenso. 

Sempre. In qualunque caso.

Ed allora le donne tentavano di fare da sole, con i rischi che si possono immaginare, o cercavano l’aiuto di “mammane”, infermieri e medici disposti, dietro lauto compenso, ad andare contro la legge, in segreto, sole, nel dolore fisico spesso all’inverosimile e sempre in quello psicologico, in condizioni igieniche al limite, che le esponevano al rischio di morte molto probabile.

Il film, prodotto nel 1996 per la HBO, emittente televisiva statunitense,  propone tre storie di donne, in tre epoche diverse, che abitano la stessa casa e sperimentano la difficile, che diventa dolorosa e conclusiva per due di loro, esperienza di una gravidanza indesiderata: Claire (Demi Moore) nel 1952 quando ancora l’aborto è illegale, muore sotto i ferri; Barbara (Sissy Spacer) nel 1974 riprende a frequentare, quando i figli sono grandi, l’università, scopre di essere incinta, pensa di non poterne allevare un altro, ma suo marito ripianifica la vita e lei decide di tenerlo; la dottoressa Beth (Cher) nel 1996,  si trova ad offrire la propria assistenza ad una diciottenne incinta dopo un rapporto con un professore e non sa come risolvere la situazione. La dottoressa viene uccisa da un esaltato anti-abortista.

Domenica 21 giugno a Perugia, in seguito alla delibera della giunta regionale umbra che cancella la possibilità dell’aborto farmacologico e obbliga alla ospedalizzazione per tre giorni, le donne si sono mobilitate “la nostra libertà – dicono – non si tocca, perché nessuno ce l’ha regalata ma è frutto di lunghe battaglie, per il diritto di scelta,ma anche per il diritto alla sicurezza ed alla salute”. Non mi soffermo su cosa significhi e comporti quella delibera, credo sia evidente, un’unica osservazione: “la pretesa, come sempre, di trasformare un fatto personale in pratica di dominio pubblico, decidendo altrove cosa sia giusto o sbagliato per le donne”.

Il 2 luglio, la manifestazione si è spostata a Roma davanti al Ministero della salute, per il diritto all’aborto e ad una contraccezione sicura e gratuita. Pensavamo di non doverlo più riaffermare. Non c’erano le gonne lunghe a fiori e gli zoccoli neri, altri visi, un altro abbigliamento ma è come se il tempo non fosse passato ed i diritti non fossero acquisiti. E non lo sono infatti!

Ed allora torna di preoccupante attualità questo film. Nel 1996 quando lo vedemmo, erano passati quasi venti anni dall’approvazione in Italia della Legge 194. Negli Usa dopo che negli anni venti e trenta dell’Ottocento, era consentito con l’utilizzo di medicinali pericolosi con l’unica restrizione riguardante l’età del feto e nei primi anni del ‘900, in seguito ad una crociata di medici ordinari, l’aborto divenne un crimine punito con il carcere in ogni Stato federale, bisogna arrivare agli anni ’60 e’70 del secolo scorso, dopo gravi conseguenze e un tasso elevato di mortalità per aborti illegali, perché molti Stati inizino ad introdurre delle norme per l’interruzione di gravidanza legalizzata.  Oggi, nell’America trumpiana, ci sono Stati che hanno adottato leggi che lo vietano, in Alabama, per esempio, a maggio del 2019 il governatore ha firmato una legge che potrebbe punire con l’ergastolo i medici che lo praticano, le strutture sono scarse, nelle zone rurali addirittura inesistenti, in altri Stati sono entrati in vigore provvedimenti per ridurre drasticamente l’accesso ai servizi per l’aborto. 

Si stima che nel mondo, fonte Amnesty International, ogni anno cinque milioni di donne vengano ricoverate per curare complicazioni legate ad un aborto non sicuro e che almeno 47.000 di esse muoiano.

Ricordiamo che grazie alla Legge 194 in Italia, una donna per motivi, di salute, economici, sociali o familiari può richiedere di abortire entro i primi 90 giorni di gestazione. Oltre questo termine l’aborto volontario è ammesso solo quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna, o siano accertate gravi malformazioni del nascituro che possano determinare un grave pericolo per la salute fisica o psichica della madre. 

Attualmente circa il 70% dei ginecologi quindi 7 su 10, sono obiettori di coscienza, difformemente distribuiti sul territorio nazionale (fonte Istituto Superiore di Sanità).

Un diritto non è acquisito per sempre. Questo non dobbiamo dimenticarlo. Mai.

(mcp)