BREVE MEMO SULLA RIFORMA COSTITUZIONALE DEL M5S

Lo spot propagandistico utilizzato dal M5S è il “taglio delle poltrone” che si tradurrebbe nella pura e semplice riduzione del numero di parlamentari; obiettivo questo centrale nella logica populista del movimento e di forte impatto su di un elettorato disinformato e drogato da una poderosa dose di antipolitica  distribuita negli ultimi anni non solo dal movimento stesso, ma anche da altri pedissequi emulatori e soprattutto dall’amplificante struttura mediatica molto attenta all’audience e agli umori della pancia degli Italiani.

Secondo una logica semplicistica riducendo il numero di parlamentari, si ridurrebbero i costi e gli sprechi e gli Italiani risparmierebbero.

ll taglio dei parlamentari, con la riduzione del numero dei deputati da 630 a 400 e dei senatori da 315 a 200 (ovvero in totale da 945 a 600), secondo il M5S porterebbe ad un risparmio di 500 milioni di euro, ma è una menzogna perché non si precisa né in quanto tempo si otterrebbe tale risparmio né come sia stato determinato. 

Tale importo non trova riscontro in alcuna procedura di calcolo che si possa ipotizzare per tale fattispecie; lo stesso movimento in alcune occasioni  parla di un risparmio di 100 milioni l’anno, ma viene rilanciata con determinazione quella dei 500 milioni a legislatura che ovviamente fa più presa sulla gente. In verità, se si va a considerare lo stipendio medio di un parlamentare al netto delle imposte, i rimborsi extra stipendio, il TFR e la pensione, ci ritroviamo con una cifra ben diversa. Ovvero si realizzerebbe un’economia di circa 50 milioni di euro l’anno, meno del costo di un caffè l’anno a cittadino. 

Ma la grancassa mediatica fa piovere, su una popolazione incattivita verso la politica, cifre grosse senza cercare né conferme né dimostrazioni.

Rivedere il numero dei parlamentari non è una idea folle, ma è sbagliato il modo in cui si vuole fare; si è scelta la via più facile ma meno efficace, con incompetenza e cinismo senza badare minimamente alle conseguenze sulla tenuta  del sistema.

Il progetto di riforma costituzionale proposto nel 2016 dal Governo Renzi e respinto dal Referendum il 4 dicembre dello stesso anno, aveva un’articolazione razionale ed organica perché affrontava contestualmente anche il problema del superamento del bicameralismo paritario. L’Italia è ancora l’unico Paese europeo con due Camere che hanno esattamente le stesse funzioni.

La giusta soluzione era abolire il Senato e passare a un sistema monocamerale anche senza modificare il numero dei deputati, oppure si poteva puntare ad un Senato delle Regioni con membri qualificati eletti nell’ambito locale rivedendo eventualmente anche il numero dei deputati. Forse il risparmio sarebbe stato più consistente soprattutto se i membri del Senato delle Regioni non fossero stati assistiti, come prevedeva il progetto Renzi-Boschi, da un ulteriore stipendio oltre quello di spettanza per la carica in ambito locale.

La verità nascosta è che il problema non sono i soldi o i risparmi per l’Erario. Se l’obiettivo fosse quello di risparmiare la ridicola cifra sopra indicata a danno del Parlamento, principale istituzione per il funzionamento del sistema democratico, si poteva puntare prioritariamente sulla riduzione delle voci a rimborso come spese telefoniche, alloggi, trasporti, ecc., cui corrispondono importi affatto banali. Basta rammentare quanto riportato dalla stampa sui 17.000 € di spese telefoniche di Paola Taverna o sui 27.000 € di spese di benzina del Ministro Barbara Lezzi, (La Repubblica articolo di Alessandra Ziniti del 3 marzo 2019 – vedi -), a quella data un’altra deputata  civitavecchiese, per la sua attività di parlamentare a Roma aveva speso 131.000 di alloggio dall’inizio della legislatura, ecc..

La vera ragione è quella di ridurre la rappresentatività del parlamento nella logica populista del movimento che punta alla c.d. “democrazia diretta” che comporta la riduzione delle voci di dissenso fuori della linea di comando che dovrebbe agire tra popolo e governo. Una finta democrazia, dove il processo di comunicazione tra il popolo e l’esecutivo non è controllato ed è gestito in maniera non trasparente da una piattaforma digitale privata, è il preludio ad una svolta autoritaria che ricorda vagamente la linea pidduista di gestire in modo oligarchico le istituzioni del paese.

Oggi ci troviamo dinanzi alla scelta referendaria se far passare oppure no la riforma costituzionale più semplice, meno efficace e più pericolosa nella storia del nostro Paese, concepita in un contesto populista ed incompetente, tutto proteso al consenso di una folta massa di elettori che si riconoscono in unico ottuso obiettivo: penalizzare ogni organo od istituzione di potere nella convinzione che la politica sia una faccenda di poltrone e affari loschi e che il Parlamento  e i sui membri siano solo dei fortunati poltronari.

Se passerà questa riforma costituzionale ci ritroveremo con le istituzioni democratiche depotenziate ed umiliate, i partiti sempre più invisi e bollati di opportunismo e le minoranze sempre più emarginate. Sarà più difficile ai partiti più piccoli ottenere seggi nelle Regioni più piccole, mentre ne risulteranno premiati i partiti più grandi con una conseguente disproporzionalità. La distribuzione dei seggi al Senato avviene a livello regionale e quindi la soglia per ottenere un seggio si alzerà in quelle dove i seggi da distribuire sono pochi. L’effetto sarà che in alcune Regioni anche i partiti più importanti potrebbero non avere rappresentanti eletti al Senato.

Se a questo si aggiunge che la diminuzione dei parlamentari riduce anche una delle fonti di finanziamento dei partiti che, dopo l’eliminazione del finanziamento pubblico, sono ridotti al lumicino, si comprende che in questo quadro in parlamento accederanno solo i partiti già strutturati e finanziati eliminando ogni voce dissonante e riducendo drasticamente il numero dei  seggi della minoranza. Un vero scenario da Democrazia illiberale, come va di moda oggi in molti paesi dell’est ex comunisti.

Postilla. Se ci si chiede perché i partiti della attuale maggioranza abbiano accettato un progetto così sbagliato di riforma costituzionale, basta ricordare il “papete” e i pieni poteri chiesti da Salvini. Questa è stata la condizione posta dal M5S per varare il Governo Conte 2. Oggi credo che neanche i parlamentari pentastellati condividano tale progetto, ma gli elettori …?

(MV, luglio 2020)