LE DEMOCRAZIE LIBERALI SCRICCHIOLANO… ma anche no

IL V-DEM Institute (acronimo di Varieties of Democracy) si occupa del monitoraggio del livello di democrazia nel mondo, è nell’organico dell’Università svedese di Göteborg ed associa oltre 3000 ricercatori di numerosi paesi per il più grande programma internazionale di studi sulle democrazie. Ogni anno redige un rapporto sullo stato di salute dei sistemi democratici dei vari paesi confrontando e commentando variazioni temporali e locali nella globalità mondiale.

Per fare questo V-DEM distingue le vari situazioni istituzionali nelle seguenti categorie:

  • Democrazie liberali o complete: diritti fondamentali garantiti, stato di diritto, separazione dei poteri.
  • Democrazie illiberali o difettose: elezioni libere ed eque,diritti fondamentali sotto tiro, come la libertà di stampa.
  • Regimi ibridi: elezioni, ma manipolate, diritti fondamentali sotto tiro, come la libertà di stampa, compromessi stato di diritto e separazione dei poteri, persecuzione di oppositori politici.
  • Autocrazie: monarchie assolute o dittature. Quasi nessun vero pluralismo di partito, elezioni manipolate, solo media statali o media vicini allo Stato, censura, persecuzione di oppositori.

V-DEM segnala nel suo rapporto del 2019 che le tendenze autocratiche nella globalità mondiale sono in continua ascesa infatti rileva, confrontando i dati dell’ultimo decennio, che le democrazie a pieno titolo sono passate da 44 a 39.  

La cosa più sconcertante del rapporto è che nel 2018, 24 democrazie risultano gravemente colpite da una tendenza autocratica. Tra queste India, Brasile e Stati Uniti, tre paesi che, per dimensioni demografiche e incidenza socio politica, possono segnare svolte significative a livello globale, tanto che nello stesso anno oltre due miliardi di persone, ossia un terzo della popolazione mondiale, vivono in paesi con poteri politici più autocratici, mentre nel 2016 erano solo 415 milioni. Nell’intera panoramica del 2018 risultano 99 democrazie e 80 autocrazie, ossia paesi in cui vengono minati regolarmente lo Stato di diritto, le libertà fondamentali e la separazione dei poteri.

Ben modesta consolazione si può trarre dalla sottolineatura degli autori che, nonostante la progressiva tendenza all’autocratizzazione, il numero di persone che vivevano nel 2018 in democrazie era superiore a quello del secolo scorso.

Oggi una delle maggiori sfide per le democrazie è quella di fronteggiare il pericolo concreto della manipolazione di elezioni e media, come pure il degrado dello stato di diritto e della società civile. Un altro elemento di attenzione, che ci riguarda anche come paese dopo l’importante affermazione di forze sovraniste, è costituito dalla crescente “polarizzazione tossica”, ossia la volontà di dividere la società attraverso discorsi di odio e in ciò i regimi autocratici fanno un uso massiccio di messaggi e fake veicolati in rete. Secondo l’inchiesta del V-Dem, il 70% dei regimi autocratici utilizza Internet per manipolare l’opinione pubblica.

In sintesi: su 196 nazioni ufficialmente riconosciute dall’ONU, solo 39 conoscono pieni diritti democratici, e questo significa che sono solo il 20% del totale. Persino enormi paesi come la Cina sono privi dei  fondamentali diritti dell’uomo, come la libertà di parola, la stampa e i media; mentre la Russia non conosce una vera democrazia (elezioni fittizie) e ha informazioni interne controllate dallo Stato. Poi ci sono innumerevoli altri paesi con finte democrazie con controllo sistematico dell’informazione (fra cui molti paesi arabi); ma anche in Europa una certa deriva autoritaria comincia a preoccupare (Ungheria, Polonia, Serbia) e nelle immediate vicinanze la Turchia. Nel mondo è in corso una preoccupante tendenza a svilire i principi democratici considerati come cosa obsoleta, fastidiosa, intralciante il progresso del mondo postmoderno che richiede sempre più decisioni rapide da non discutere. 

Nell’ambito delle nazioni UE, gli autori rilevano che, tra le democrazie fortemente minacciate, particolare attenzione va dedicata all’Ungheria, il cui primo ministro Viktor Orbán dal 2010 sta degradato il paese da democrazia liberale a democrazia elettorale e tuttora continua a promuovere l’erosione della democrazia in settori quali la diversità dei media e la libertà della scienza. Il Paese si trova “sul punto di crollare in un’autocrazia elettorale” e se questo crollo dovesse effettivamente verificarsi, l’Ungheria sarebbe la prima ex democrazia liberale a compiere il passo verso un regime ibrido. Il fatto che Orbán mantenga buoni rapporti con i leader conservatori europei e con il presidente americano Donald Trump non fa altro che aumentare il deterioramento del sistema perché il Paese si sente accettato anche e nonostante quello che vi accade.

Una forte speranza di cambiamento in senso positivo è contenuta nel rapporto V-DEM del 2020 là dove segnala che, nonostante per la prima volta da quasi due decenni il numero di persone che vive sotto un regime autocratico è superiore a quello delle persone in una democrazia, il 2019 è stato anche l'”anno della protesta globale per la democrazia”. 

E’ come se ad un certo punto i popoli si fossero resi conto di colpo di dove stavano finendo o dove erano finite le loro istituzioni e i loro diritti civili e l’indice delle proteste a favore della democrazia è schizzato ai massimi storici. Nel 2019, una marea di persone è scesa in piazza per reclamare più democrazia a Hong Kong. Lo stesso è successo a Teheran, Varsavia e Santiago del Cile.Ovunque ce ne stato bisogno la società civile è insorta contro il locale regime autocratico.Osserva l’Istituto V-DEM, appunto nel rapporto 2020, che la rivolta dal basso e le grandi manifestazioni popolari contro l’establishment dei regimi camuffati si sono fortemente intensificate. Tali eventi di risonanza mondiale nel 2019 sono stati ancora più frequenti e intensi che nella fine dell’Unione Sovietica o durante la primavera araba.

Il Rapporto 2020, come un monito per tutti i paesi UE poco solidi istituzionalmente, torna a sottolineare che in nessun altro luogo al mondo la situazione si è così tanto deteriorata in un decennio come nell’Ungheria di Victor Orban. “L’Ungheria è diventata la prima autocrazia nell’UE nel 2019”. La ragione principale è la politica restrittiva dei media, con una stampa totalmente controllata e le frequenti determinazioni politiche incidenti sui diritti dei cittadini assunte senza alcun avallo del parlamento. Anche la Polonia, dove la magistratura indipendente è stata fortemente limitata, sta subendo un processo analogo efuori dall’UE, ma pur sempre in Europa, molto preoccupante è la Serbia con la drastica censura da parte dello Stato.Un’evoluzione fortemente negativa è registrata anche in Turchia, India e Brasile dove è in atto un vero e proprio smantellamento delle libertà civili e dei diritti delle minoranze.

Il risultato del rapporto 2020 è desolante. Ora il 54% della popolazione del nostro pianeta vive in un’autocrazia. Per la prima volta dal 2001, questa quota supera quella delle persone che vivono in una società democratica. Le autocrazie elettorali sono oggi il tipo di regime più comune. Sono la regola in 62 dei 179 Stati esaminati. In questi casi, le elezioni formalmente esistenti ma politicamente inefficaci, nascondono un governo autoritario. Il Medio Oriente è leader mondiale in questo campo, con effetti negativi nell’Africa settentrionale e nell’Europa del sud-est.

I rapporti dell’Istituto V-DEM mettono a nudo, tra l’altro, una sconfortante verità, ovvero quanto sia facile tollerare, in un consesso di nazioni come l’UE, che rappresenta il simbolo e la storia delle democrazie occidentali, il degrado istituzionale di alcuni paesi che vi appartengono. Così sappiamo che l’appartenenza all’Unione Europea ci può senz’altro proteggere da una crisi economica o finanziaria, ma non potrà proteggerci dalla sciagura di incappare in un regime autocratico; in quel campo i popoli sono soli;o hanno la forza di combattere per la democrazia e i diritti civili o vanno incontro al loro destino.

La conferma di questa inquietante verità è venuta alla luce, nel recentissimo vertice europeo dove si è trattato e concordato sul tema dei Recovery Fund. Tra le condizionalità la Commissione aveva inizialmente previsto che nel caso di violazioni dello stato di diritto potevano essere tagliati gli aiuti previsti; un provvedimentoche avrebbe costretto l’Ungheria e la Polonia ad una maggiore prudenza sul fronte della negazione dei diritti civili, ma la proposta è stata tolta dal tavolo, dato che il premier ungherese Viktor Orban aveva minacciato – con il sostengo di Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia – di bloccare l’intero pacchetto.  Il testo finale contiene ancora un passaggio in cui viene citato lo stato di diritto, ma è rimasto molto vago e assolutamente inefficace. Ovviamente i rappresentanti italiani avevano ben altro da fare in tale contesto che preoccuparsi dello stato di salute delle democrazie degli Stati dell’Unione.

Alla luce di queste ultime considerazioni si comprende quanto sia stata importante per le nostre istituzioni la prosecuzione dell’attuale legislatura dopo la crisi di Governo dell’estate dello scorso anno. La crisi, tra le più difficili nella storia repubblicana perché generata senza apparente ragione politica, ha trovato soluzione proprio nella consapevolezza di evitare pericoli per le istituzioni democratiche. Andare al voto in quel contesto avrebbe significato mettere il paese in mano ad una destra a trazione sovranista molto vicina alle posizioni del gruppo di Visegrad ed in particolare ideologicamente speculare al pensiero di Orban. Al lancio della possibile campagna elettorale di Salvini al grido di “datemi i pieni poteri” ha corrisposto un istinto di protezione delle istituzioni che si è manifestato prima nella spinta catalizzatrice di Matteo Renzi e poi nella presa di coscienza di altre sensibili forze politiche. Ne è risultato l’allontanamento di Salvini e del suo partito dal governo e dai “poteri” (anche da quelli non pieni) e il coinvolgimento del M5S nella maggioranza, sottoponendo il movimento stesso ad un bagno di realismo politico che ne ha in parte attenuate, anche nel breve, le connotazioni populiste.

Rimane ancora da salvare un paese, il nostro, dalla tentazione di semplificazioni istituzionali molto pericolose e ancora sulla scia dell’ideologia populista che vede un’unica linea di comando: popolo – governo. Il taglio dei parlamentari, stile macelleria, oggetto del prossimo referendum  costituzionale va bloccata perché quel partito che l’ha proposta è lo stesso che ha governato con Salvini e che ancora, nonostante evidenti revisioni degli aspetti più inquietanti della sua ideologia, aspira ad un modello istituzionale di stile chavista. Il suo obiettivo al momento è quello di lasciare intatte le inefficienze del bicameralismo paritario e depotenziare l’influenza del Parlamento con una riduzione ottusa e squalificante del numero dei sui membri. Questo obiettivo deve fallire e fallirà con la vittoria del No al Referendum dei prossimi 20  e 21 Settembre.

(MV, luglio 2020)

Le foto sono tratte: 1° Giornale di Puglia 14.05.2019 2° Rassegna Modus del 17.12.201 – 3° Gazzetta del Mezzogiorno del 9 Ott 2018 – 4° Blog Liberatates pag del 18 Genn 2016 – 5° sito Comecambiailmondo.it – fonte Dagospia