Rosaria, Roberta, Annamaria


Fra ingiustizia, sentimento ed auto-biografia

Ricorre in questi giorni l’anniversario della morte violenta e dolorosissima di Roberta Lanzino. Roberta era una ragazza com’erano allora moltissime di noi: molto bella, affamata di vita e desiderosa di vento e futuro. E’ morta il 26 luglio del 1988, in Calabria. Nel 2010, a Roma, sempre il 4 di luglio, moriva Annamaria Tarantino, 44 anni, giornalista e impiegata di banca. Avrebbe dovuto presentare, proprio in quei giorni, il suo libro “Un soffio di vita”, dedicato alla figura della madre consumata da una lunga malattia. Annamaria era una donna come tante di noi, e viveva nell’VIII Municipio, è stata uccisa in un campo, come una margherita senza voce, durante un tentativo di abuso. Nell’VIII municipio viveva anche Rosaria Lopez, che nel 1975 ha perso la vita nel delitto atroce passato alla storia come il “delitto del Circeo”, nella quale perdeva la vita in altro senso Donatella Colasanti, che da quella terribile esperienza non sarebbe più “uscita” davvero.

Le vite di queste tre donne si legano, nell’esperienza di noi che scriviamo, nell’essere stati amici, al liceo, del fratello Giuseppe, il cui papà era persona molto cara alle nostre famiglie. Nell’aver abitato in una casa in affitto, di proprietà di Annamaria, per 4 anni, e averla conosciuta abbastanza bene. Nell’averla incontrata negli anni successivi, fino a pochi mesi dalla morte, alle fermate dell’autobus per il centro e nei cinema del quartiere. Nell’aver ripensato spesso al dramma quasi innominabile per noi che lo leggevamo, a 10 anni, dalla Calabria, sui giornali, passando quasi ogni giorno per il giardino che da anni il Municipio le ha dedicato, rendendo la sua storia parte di quell’impagabile memoriale che sono in nomi delle strade, per chi voglia interrogarli. Rosaria Lopez moriva alla fine di un settembre come tanti, ma storicamente diverso da tanti, sul litorale laziale, nel ‘75.

Vogliamo ricordarle, Roberta, Annamaria e Rosaria, perché ogni impegno, di tutti e di tutte, qui nel nostro Municipio, non dimentichi mai lo specifico vissuto delle donne, la necessità di insistere sulla costruzione di una cultura del rispetto, della salvaguardia e della giustizia. Perché ci siano sempre meno giardini da intitolare e sempre più giardini da far fiorire.

Forse anche ad Annamaria Tarantino, che non crediamo abbia più parenti che lo chiedano per lei, andrebbe intitolata una strada, perché nel delitto che l’ha sottratta alla vita non c’è politica, ma sicuramente molto del malessere contro il quale la politica deve fare.


(NG e RV)