LA PARTITA DEL CUORE

MAGISTRATURA – POLITICA 2 – 0

Sebbene fortemente screditata, esposta al ludibrio per via di “magistratopoli”, con la credibilità in caduta verticale, con i nomi eccellenti del suo firmamento sospettati di atteggiamenti sicuramente non professionali e probabilmente illegali, la magistratura italiana resta il potere inattaccabile di sempre, la casta in grado di dire al popolo: “Io sono io, e voi…”. Questo è quello che scriveva Sansonetti sul Riformista del 21 Luglio u.s. parafrasando la famosa battuta del marchese del Grillo; lo scriveva qualche giorno prima che la proposta di legge di iniziativa popolare sulla separazione delle carriere dei magistrati arrivasse alla Camera dei Deputati.

La riforma della giustizia avente ad oggetto proprio il tema sopra indicato ha una lunga storia che parte dalla lunga tradizione autenticamente garantista del nostro Paese; a tal proposito basta ricordare il socialismo giuridico di Francesco Saverio Merlino e di Leonida Bissolati, il pensiero giuridico cattolico di Francesco Carnelutti, per non parlare del grande giurista Piero Calamandrei. Il problema, però, diventa di particolare rilievo, per il corretto svolgimento della funzione giudiziaria, con l’entrata in vigore il 24 ottobre del 1989 del sistema così detto “accusatorio”.

In verità “accusatorio” solo formalmente, perché, pur avendo cancellato la figura del giudice istruttore, il sistema italiano è rimasto misto. Accusa e difesa, infatti, non sono ancora veramente sullo stesso piano, non fosse altro per il fatto che l’essere colleghi, giudice e accusatore, può creare parzialità. Di qui la necessità rilevata da più parti della separazione totale delle due funzioni giudiziarie con percorsi di carriera separati e organi di autogoverno distinti, al posto dell’attuale e unico Consiglio Superiore della Magistratura.

Di fronte alla riluttanza del Parlamento a mettere mano ad una riforma della struttura del sistema giudiziario, nonostante la predetta innovazione del 1989, il Partito Radicale, notoriamente molto sensibile al tema giustizia e reduce dal terribile caso Tortora, raccolse le firme necessarie per sottoporre a referendum popolare il corpo normativo che riguardava le carriere. 

Il 21 maggio 2000 il corpo elettorale fu chiamato a esprimersi su un referendum per la separazione delle carriere promosso dal Partito Radicaleinsieme ai socialisti dello SDI e al Partito Repubblicano. Le circostanze che la sinistra “pro tempore” era ideologicamente contraria a tale riforma e che il centrodestra, guidato da Silvio Berlusconi, non comprese l’importanza strategica di quel voto, contribuirono al non raggiungimento del quorum e al fallimento di quell’iniziativa.

Nel 2001 quando il centrodestra tornò al Governo riprese l’iniziativa di riformare la giustizia con la cosiddetta “riforma Castelli”dal nome dell’allora ministro della giustizia. Il progetto di riforma che prevedeva sì la separazione, ma senza le necessarie modifiche costituzionali, dopo un tormentato iter parlamentare, fu rinviato alle Camere dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi sulla base di alcuni profili di incostituzionalità. I pesi e contrappesi della Costituzione avevano funzionato perfettamente anche grazie ad una forte campagna politica delle toghe contrarie alla proposta. 

Nel contempo alcuni magistrati, tra quelli più in vista per i compiti loro affidati, si erano comunque espressi a favore del riordino delle carriere; a tal proposito Alessandro Margara, magistrato di sorveglianza e ispiratore della riforma penitenziaria, era favorevole alla separazione delle carriere, Giuseppe Ayala, nel suo bel libro “Chi ha paura muore ogni giorno”, ricorda le sue discussioni con Giovanni Falcone: “Non discutevamo tanto dell’autonomia e dell’indipendenza del pubblico ministero, ma dell’indubbia anomalia rappresentata dall’unicità delle carriere, estranea non a caso, a tutti gli ordinamenti dei più importanti Paesi occidentali”. E, più recentemente, Piero Tony, ex giudice istruttore e iscritto a Magistratura Democratica, nelle sue confessioni raccolte nell’interessante saggio “Io non posso tacere”, ha affermato: “Quindi se si vuole mantenere questo codice accusatorio, non si può, pena di essere tacciati di irragionevolezza, non ammettere l’assoluta necessità di separare le carriere”.

La riforma Castelli fu poi approvata nel 2005, ma senza l’originario disegno di separazione delle carriere e con blandi provvedimenti sulla separazione delle funzioni. Le toghe dell’Anm scesero in campo di nuovo nel 2007, quando il secondo governo di centrosinistra, guidato da Romano Prodi, tornò sull’argomento con la “riforma Mastella” che conteneva solo alcuni timidi provvedimenti relativi al passaggio di funzioni da giudicanti a requirenti e viceversa, limitando il transito a quattro volte nel corso dell’intera carriera e solo dopo aver svolto le stesse funzioni per almeno cinque anni.

Un ulteriore tentativo di stabilire una definitiva separazione delle carriere dei magistrati ci fu nel 2013, quando il Partito Radicale si mobilitò su un pacchetto referendario che conteneva anche tale modifica del codice di procedura penale. Le firme raccolte non furono però sufficienti per la convocazione del referendum.

Oggi la battaglia è ripresa con il progetto di legge di iniziativa popolare proposto dall’Unione delle Camere Penali che ha raccolto 74 mila firme a fronte delle 50 mila necessarie per far discutere dal Parlamento un disegno di legge di tale genere. E’ così che la proposta di separazione delle carriere è giunta in Parlamento, non grazie ai partiti politici, ma per iniziativa delle Camere Penali che hanno raccolto le firme su di una proposta di legge di attuazione dell’articolo 111 della Costituzione che prevede il giusto processo, prevede che sia svolto nel confronto paritario tra accusa e difesa, e prevede che a giudicare sia un giudice terzo. 

Alla fine del 2017, l’Unione Camere Penali, promotrice dell’iniziativa, aveva depositato in Parlamento le oltre 70mila firme raccolte, ma si sa che il l’attuale parlamento non conosce fretta e la Commissione Affari Costituzionali, la cui presidenza è in capo all’On. Brescia M5S, aveva avviato l’esame in sede referente a febbraio del 2019. La discussione, fino a questo momento, è stata, data la delicatezza della materia, alquanto complessa e a marzo del 2019, l’ufficio di presidenza, integrato dai rappresentanti dei gruppi della commissione, aveva deciso, all’unanimità, di procedere a un ciclo di audizioni informali al termine delle quali erano stati presentati alcuni emendamenti, la maggior parte dei quali proposti da gruppi di maggioranza, di natura soppressiva di tutte le parti del testo. La conseguenza sarebbe stata quella di arrivare alla discussione in Assemblea con un provvedimento contrario alla proposta di legge. Insomma i Cinque Stelle hanno operato perché si arrivasse ad un emendamento soppressivo della proposta di legge, da approvare in Commissione, in modo da evitare che il Parlamento persino ne discutesse. Perché lo fanno? Beh, i Cinque Stelle fanno parte organica del partito dei Pm, quel partito che fa capo a personaggi come il magistrato Davigo quello del famoso assioma che lo rese celebre durante gli anni di Mani Pulite: “Non esistono innocenti, ma solo colpevoli che non sono stati ancora scoperti”

Il 27 luglio u.s. è arrivata in aula a Montecitorio la proposta di legge e come previsto, dopo sbrigativa discussione, è stata rinviata alla Commissione Affari Costituzionali su richiesta del deputato di Forza Italia Francesco Paolo Sisto, intervenuto alla Camera come relatore del provvedimento:  «Con lealtà e fair play rispetto a quanto stabilito dall’ufficio di presidenza della Commissione Affari Costituzionali chiediamo il ritorno nella stessa Commissione della proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare sulla separazione della carriere, fortemente sostenuta dall’Unione delle Camere Penali».

Sicuramente era la miglior cosa da fare, perché l’alternativa era quella di far votare Parlamento su di un disegno di legge emendato nel senso di negare se stesso. 

Molto simpatica è la sintesi che fa della scelta di voto dei deputati il quotidiano il Dubbio del 28 Luglio u.s. in un articolo di Errico Novi: <<alla fine l’unico voto sarà sulla seguente richiesta: “Volete o no, voi deputati, rimettere la separazione delle carriere in freezer?”. Finale già scritto, anticipato ieri in aula da tre autorevoli esponenti della maggioranza, nel giorno in cui finalmente la legge costituzionale di iniziativa popolare promossa dall’Unione Camere Penali atterra in aula a Montecitorio>>. Si riferisce al presidente pentastellato Giuseppe Brescia, a Stefano Ceccanti, costituzionalista e deputato PD e Alfredo Bazoli, capogruppo Dem in Commissione Giustizia; tutti e tre davano per scontato il “rinvio in Commissione” quale scelta saggia, declinata come male minore: “Altrimenti in Aula verrebbero messi in votazione emendamenti soppressivi dell’intero testo”. 

Prosegue Errico Novi: <<Pare la barzelletta del bunga bunga: “Come volere morire, mediante turmiento o, appunto, con quell’altra roba lì?”.

L’alternativa è tra essere ammazzati subito, ma almeno togliersi lo sfizio di un minimo di confronto vero nel sacro emiciclo di Montecitorio, o essere invece riportati in corsia, cioè in Commissione, in attesa di un “accordo in maggioranza”, auspicato anche da Federico Fornaro di Leu, che in realtà non arriverà mai>>.

Qui finisce la storia della riforma della giustizia, la partita del cuore, nel senso di malessere e non di amore, tra la politica e la magistratura che anche nel suo momento più difficile, come scrive Sansonetti, vince facile a mani basse e persino umiliando e sbeffeggiando un po’ l’avversario. Due a zero: no alla separazione delle carriere, sì alla riforma truffa del Csm, quella annunciata dai Dem con una ipotesi di riforma del Csm che neppure sfiora lo strapotere dei Pm. E le correnti esultano sedute sulle comode poltrone del Titanic.

Si, la partita è finita perché si è capito forte e chiaro che il sistema retto dalle toghe ha un forte istinto di conservazione e ha un’anima vendicativa, non sai quando ma sai che la ritorsione arriverà e nel momento peggiore. I partiti sono spaventati e disorientati come gli asini in mezzo ai suoni e temono sempre che arrivi lo schiaffone, quello che ti mette in prima pagina con titoloni che coinvolgono anche parenti e amici.

“Non domandatevi per chi suona la campana, perché una volta suona per qualcuno, un’altra volta suona per altri, ma presto potrebbe suonare per chi non se l’aspetta”, con questo monito Matteo Renzi ha concluso il suo intervento in Senato per l’autorizzazione a procedere contro Salvini, lanciando un accorato appello a tutte forze politiche perché si affronti in maniera decisa il tema del rapporto tra politica e Magistratura. Forse spera nei supplementari della partita o che i somari escano dal loro stato confusionale.

(MV agosto 2020)