Analisi particolare di un Referendum senza colore

Riceviamo e volentieri ospitiamo un nuovo contributo di Matteo Bonanni, questa volta con una lettura del fenomeno referendario di vittoria del Sì, e sulle implicazioni di essa sulle prospettive di intervento politico.

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Analisi particolare di un Referendum senza colore. La sentenza del popolo.

Quanto recentemente accaduto e che ha visto impegnato l’elettorato attivo e quello passivo è stato, al netto del risultato, un punto chiave della storia Repubblicana. La decisione riguardante il numero dei parlamentari e dei senatori si protrae da decenni, dall’Assemblea costituente ad oggi, escludendo dalle valutazioni chi sia a parlarne e in quali modalità.

Non soffermandoci sulla dinamica politica ma sui messaggi intriseci all’espressione popolare del voto possiamo dapprima osservare la percentuale dei votanti complessiva: su circa 46 milioni e mezzo di elettori, alle urne se ne sono recati poco più della metà, il 53,84% .

Un dato questo, non proprio positivo, che manifesta una profonda disaffezione nei confronti della sfera politica anche quando siamo chiamati ad una decisione diretta. A conferma di ciò ci vengono in soccorso i dati dell’istituto Cattaneo che testimoniano le differenze di afflusso alle urne nelle regioni del Nord, del Sud e del Centro in presenza o meno di elezioni regionali; dove si è votato su più schede i votanti per il referendum son stati di più ma il gap rispetto alle zone dove non vi sono state le regionali aumenta in maniera crescente da Nord a Sud (Istituto Carlo Cattaneo, 2020). Il risultato inoltre, a distanza di giorni, è abbastanza chiaro, 69,64 % di Sì e 30,36 % No, per esser più chiari, circa 17 milioni per il primo e 7 milioni per il secondo.

Ma cosa si nasconde dietro a queste percentuali?

Due sono le letture, nella miriade di quelle che possono essere utilizzate, che verranno proposte in seguito, la prima più sociologica e la seconda più politologica legata agli aspetti e ai vari lati del referendum nello specifico.

La prima lettura e interpretazione si basa sull’osservazione delle contrapposizioni nate col voto che ricalcano in parte i cleavages o fratture di Lipset e Rokkan, responsabili della nascita e del consolidamento del sistema partitico e dei partiti stessi. Tale modello di osservazione non è più così applicabile date le miriadi di fratture sviluppatesi con la modernità ma nel nostro caso, sono utili ad osservare sommariamente la storica, tra Nord e Sud, mentre, nello specifico, quelle delineatesi tra Centro e Periferia che ha portato YouTrend (artefice anche degli studi)2 a definire “il No delle ZTL” e, parafrasando un poco, la divisione che si riscontra tra capitale e lavoro, ovvero tra livelli elevati di status, reddito e istruzione diversamente da quelli bassi (ciò non discrimina cosa sia giusto o sbagliato, positivo o negativo).

Sulla scia di quanto citato e sui dati disponibili possiamo denotare che in nessuna regione e città ci sia stata una prevalenza di “No”. Osservando, tra le regioni invece, il divario tra le due opzioni è maggiore nel mezzogiorno, forse sintomo di una forte insoddisfazione dell’attività delle camere o per una forte associazione con il partito principale promotore del quesito (Istituto Carlo Cattaneo, 2020).

Altro fattore importante e fondamentale dell’analisi delle risultanze, è la differenza di espressione tra le zone centrali delle città e le periferie. Come ben si sa, sono queste ultime scontente e alla costante ricerca delle istituzioni e motivo di tale distribuzione del voto potrebbe essere una punizione. Un voto punitivo per come l’apparato legislativo centrale dello stato si è comportato nei confronti di queste… ma non può esser solo questo. Le periferie sono i luoghi più densi di abitanti delle città e differiscono a seconda di quale si osserva e con il loro rispettivo centro hanno avuto sempre un rapporto complesso e difficilmente spiegabile in poche righe, in questo caso però si denota una cosa molto chiara, una distanza forte tra i due punti, il secondo, luogo delle istituzioni e dell’immagine ben curata, il primo il retroscena di un palco che fa di tutto per sembrare ordinato.

L’ultima spaccatura ricalca la precedente e riguarda lo status socioeconomico degli elettori (annesso il titolo di studio e l’età), erroneamente ma comodamente definito come “conflitto capitale-lavoro”. Tale espressione della diversità dei giudizi dimostra discretamente le disuguaglianze presenti sul territorio nazionale e deleterie per un paese democratico. I lavoratori, perlopiù operai si contrappongono ai nuovi white collar, ai pensionati e agli studenti che hanno votato per il no. Sarebbe interessante guardare anche altri fattori più approfonditamente ma ci limitiamo ad osservare questi e ad affermare che tale ultima spaccatura denota l’esigenza di una tutela maggiore del lavoro e dei lavoratori che hanno visto nella controparte politica un diretto responsabile date le continue misure di flessibilizzazione. Riguardo gli studenti e i pensionati, questi ancora godono di una situazione agiata rispetto ai lavoratori, non per questo migliore, forse ancora detengono quelle poche sicurezze che li hanno spinti a difendere la rappresentanza per mantenerle.

Al netto del risultato e dei giudizi di valore inerentemente ad esso e prima di passare alle ultime considerazioni e conclusioni, possiamo affermare che il messaggio è forte e chiaro, questo è il voto degli stanchi e degli arrabbiati, che non sempre fanno la scelta giusta, ma dimostrano la loro sensazione, i loro sentimenti, che hanno guidato dapprima la campagna per entrambe le posizioni e poi il voto e risultato. È forte e nell’aria una richiesta di cambiamento che, se Sì, o No, è necessaria, al netto del finale, una scelta è stata fatta, ora l’obbiettivo è lavorare insieme, al meglio per costruirci un futuro di lavoro e benessere.

Per concludere, una piccola nota sul concetto di referendum e l’applicazione di esso richiamata nell’introduzione. In una sintetica e politologica analisi (Emanuele, 2016)3 possiamo affermare che questo istituto di democrazia ha più forme e più nature ma quella più moderna e che più interessa questo caso è la sua forma diretta, punto centrale delle forze populiste. In questo caso, è proprio il fenomeno del populismo che sembra essere l’unica regolarità in un referendum apparentemente senza colore data la vastità delle posizioni concordanti e discordanti allo stesso tempo in campo (vedasi i partiti sostenitori del Sì). Essendo che questo strumento richiama alla volontà popolare può essere un’arma a doppio taglio per esse e per la democrazia liberale, un gioco a somma positiva. Da un lato tale istituto democratico può supportare le posizioni di questi attori politici ma dall’altro può escluderli, può mettere il popolo in condizione di rigettare una politica scevra di contenuti e bellicosa.

Probabilmente questa nozione avrebbe dovuto esser spiegata prima…

Ora però il problema non si pone, come sopra scritto, è il tempo di prendere atto, studiare con freddezza i messaggi intrinseci alle decisioni prese per escogitare le migliori soluzioni miranti al benessere comune.

(Matteo Bonanni)

Bibliografia

Emanuele, V. (2016). Referendum. In M. Calise, T. J. Lowi, & F. Musella, Concetti chiave (p. 201-212). Bologna, Il Mulino.

Istituto Carlo Cattaneo. (2020). Referendum 2020. La forza del No nei quartieri ricchi colti e borghesi. Analisi del referendum nelle città di Bologna e Torino. Bologna: Istituto Carlo Cattaneo.

Istituto Carlo Cattaneo. (2020). Referendum 2020. Nelle grandi città elettori del M5s compatti sul Sì, quelli del Pd divisi tra Sì,No e astensione. Anche gli elettori di centrodestra sostengono la riduzione dei parlamentari. Bologna: Istituto Carlo Cattaneo.

1 https:// elezioni.interno.gov.it/referendum/scrutini/20200920/scrutiniFI01
2 https:// http://www.youtrend.it/2020/09/22/referendum-e-regionali-2020-un-primo-bilancio/