La riqualificazione urbana priorità per Roma

Un secondo punto di vista

In questa fase critica per la vita del Paese, la riqualificazione urbana costituisce un tema di grande spessore politico, per gli obiettivi a cui è funzionale e per le ricadute sociali ed economiche che lo connotano.

È infatti una leva efficace per incrementare i livelli di vivibilità nelle città; per favorire migliori relazioni sociali e nuovi modelli culturali; per valorizzare il patrimonio immobiliare, anche quello in disuso; per creare condizioni di sostenibilità ambientale; per accelerare la ripresa ed il rilancio delle attività produttive e sostenere l’occupazione.

Tutto questo a livello generale, e non a caso il Decreto Semplificazione con l’art 10 fornisce gli strumenti (deroghe, riduzione e semplificazione degli iter, premialita’)per dare concretezza e velocizzare progetti troppo spesso bloccati da vincoli burocratici.

Per Roma la riqualificazione urbana è molto più di un valore da perseguire e di un’opportunità da cogliere. Costituisce una priorità assoluta perché la Capitale possa riemergere dal degrado in cui in questi ultimi anni l’ha portata la giunta Raggi, senza scomodare i mali storici dell’Urbe dall’antichità al medioevo alla storia recente, per insipienza, per carenze culturali ( e non solo amministrative) e, come se non bastasse, per mancanza di visione.

Anche per questo, ha un particolare significato il fatto che sui tavoli di lavoro, di approfondimento e di discussione di Italia Viva a Roma sia stato posto e sviluppato il tema del cambiamento e dello sviluppo della Città attraverso il pieno utilizzo e la valorizzazione delle sue risorse, i criteri del bello Aanon solo come dimensione estetista ma come bene fruibile, una nuova progettualità urbana, residenziale, relazionale, di servizi e di scambio. Per costruire un progetto più generale ed organico per Roma in cui collocare, in maniera coordinata e compatibile politiche di intervento settoriali -dai rifiuti alla gestione del verde,dalle piazze agli spazi di ritrovo, dalla mobilità alle buche sulle strade, dal l’arredo urbano al decoro delle facciate dei palazzi, dalle integrazioni delle periferie ai servizi di prossimità – ma anche singoli progetti che se presi singolarmente non avrebbero la funzione di trasformazione del sistema urbano, per cui vanno coordinati e integrati. E dovendo individuare un punto di attacco, si dovrebbe partire proprio dai progetti insoluti o lasciati a metà o che sono stati orientati verso obiettivi diversi rispetto a quelli originari.

E per non commettere errori, dimenticando significati ed eventi di storie recenti, può essere utile ripercorrere vicende significative ai nostri fini. In questo può aiutarci un’indagine documentata e aggiornata ( maggio 2020 ) della giornalista Sarah  Gainsforth, pubblicata di recente su Internazionale on line, dal titolo “L’effimera riqualificazione di Roma”.

Il primo caso preso in esame è l’ex Forlanini, già struttura sanitaria di eccellenza per la cura delle malattie polmonari, chiusa dalla Regione Lazio nel 2015 (per il deficit della sanità) ed oggetto di una petizione popolare per la sua riapertura nel periodo di emergenza Covid. Nel 2016 la Regione deliberò la vendita degli immobili, delle strutture, degli spazi e dei 28 ettari del parco circostante per circa 70 milioni di euro. A fronte di contestazioni e ricorsi, nel 2017 si fece marcia indietro e di annunciò uno stanziamento di 250 milioni per trasformare l’intera struttura (attrezzata e funzionale) in un polo per la pubblica amministrazione. Al netto di qualche sporadico evento e all’affitto temporaneo di alcuni spazi, oggi “il progetto è fermo” e “non si hanno informazioni sul suo futuro “. La rigenerazione osserva l’autrice, è spesso funzionale ad incrementare il valore degli immobili, a far crescere il livello degli affitti, a creare fasce di residenze esclusive se non di lusso, spesso veicolando i progetti e gli obiettivi di profitto attraverso l’offerta culturale e artistica.

E ‘ quanto si ritiene sia avvenuto nel quartiere Ostiense dove, a seguito di interventi artistici (gli ormai famosi murales) si è creato il primo “street art District di Roma”, con la conseguente creazione di un segmento immobiliare di élite. La strategia utilizzata, anche da Cassa Depositi e Prestiti, incaricata della privatizzazione del patrimonio immobiliare del demanio, sembrerebbe essere dunque quella di utilizzare la cultura, l’arte, l’offerta di concerti, in una parola il senso estetico, come strumento attraverso cui veicolare l’utilizzo di immobili “rigenerati” per supermercati o strutture alberghiere, come nel caso dell’ex Dogana a San Lorenzo. Un modello, questo, che con maggiori o minori varianti, è replicato per l’ex caserma Guido Reni e per il recupero di aree dismesse ed ex impianti industriali, di ex cartiere ed ex rimesse dell’Atac.

L’analisi si potrebbe ampliare, come fa la Gainsforth, ai mancati interventi sulla Salaria, che è quindi interessata da un pesante rischio “desertificazione “. Ma anche, aggiungiamo noi, la mancata realizzazione di progetti di riqualificazione sugli assi Tiburtino e Nomentano, la stazione Tiburtina, il parco archeologico dell’Appia ed il parco Casilino-Torpignatara.

Aldilà delle valutazioni che posso incentrarsi sulla scelta o abbandono dei beni ma accessibili a tutti o valorizzazione degli stessi limitandone le ricadute sociali, e tenuto comunque conto che le alternative non sono mai così nette e che le situazioni vanno attentamente ponderate nella loro specificità, la questione che l’indagine pone è che si deleghi la riqualificazione della città ad attori privati, con le logiche tipiche del privato e con scarsi ritorni per la collettività.

Si tratta di una questione seria che merita il giusto approfondimento, perché il rapporto pubblico-privato sia bilanciato e lo scambio equo; perché non si coltivi l’illusione che si possa prescindere dal l’apporto di capitali privati e che questi si possano non remunerare, ma nel contempo non si alimenti la speculazione a danno dei diritti dei cittadini di essere parte e  beneficiari dei progetti di riqualificazione; perché il pubblico detti le linee di programmazione e di coordinamento dei progetti ed il privato sviluppi una capacità di impresa orientata alla crescita e allo sviluppo in una logica di innovazione, anche valoriale, del modo stesso di concepire il territorio,la città, il suo assetto urbano, l’organizzazione dei servizi.

Abbiamo tanto da lavorare. Siamo in presenza di una sfida per una nuova frontiera che possiamo vincere 

(Ruggiero Borgia)

La foto in evidenza è di Bruno – si ringrazia l’autore per la condivisione in creative common.