DAR CONTO DI UNO SMARRIMENTO

Qualcosa accade, intorno a noi, e la politica non sembra saperne dare conto, di tutto questo, dell’ accadere e cadere. Al primo posto la perdita di ogni più piccola certezza. Del sentimento del tempo, sottratto alla durata dal comparire del danno (la malattia, il contagio, l’insicurezza del corpo). Della presenza del pane, in un tempo che non produce ma ci produce, persino avere sete si fa lusso. 

Nella metafora del Covid che ci toglie il respiro, sembriamo essere aggrappati alla disperazione dell’oggi. E con malcerta aspirazione all’incontro, viviamo come ossessione la sicurezza di una dimora e di un centro. Come se il nostro unico bisogno non fosse decentrarci, aprirci, farci spazio, piuttosto invece convergere, delimitare, ridefinire.Abbiamo forse smarrito nel nostro essere smarriti, una politica del sentimento, dell’apertura e del passo. 

Noi non facciamo che programmi, nati all’oscuro dai fatti. Qualcuno ha scritto, interrogandosi: “Perché i poeti nel tempo della povertà?”

Forse perché quel che ci occorre è un sindaco, una sindaca, un leader di partito, forse un maestro, un padre/madre, un ospite, forse anche una catastrofe, un rovesciamento, che inusitato volga al bene. Una capacità di ascolto pieno, non supponente, non programmatico, non fermo alla nozione di quinquennio. Una parola, un senso, un sentimento del tempo. Una fermezza rivoluzionaria, che dica vita al comparire del declino.

Con le parole sole che sappian farsi verso per ri-cantare.

Ecco, cercare intorno a una ricerca, senza che passi un paradigma di sostegno. Una apertura vera, un varco. Un moto di stupore, una sorpresa, un sogno che non sia quella camicia corta che ci svende e vendono, un abito che ognuno possa fare proprio per la festa, il festeggiare che qualcosa accada.

Questo domenicale ruba e porta, come Robin Hood,  prendendo dai versi di poetessa e da parole benedette, e pensa.  Pensiamo, ma soprattutto sentiamo e amiamo-ci.

(n.g)

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Con le parile di Chandra Candiani:  

“Avanzo verso di te
e non hai ancora deciso chi sono
scopro nei millimetri
che non lo deciderai, stai.
Le rive del tuo sguardo
incidono un’incrinatura nello spazio
uno spiraglio
in cui si acquatta la cascata minima
della mia deriva.
Non chiedermi come sto.”

“Imparo a guardare
a imprestare lo sguardo
a chi ha urgenza di tana
imparo a ospitare.
Custodisco con cura le parole
poi le silenzio per il suono
di un’altra lingua
per questo sentire nostro
acuto e pugnalante
che non attenua gli urti
lascia il male cosí com’è
e accoglie tutte le ferite
come cani randagi
con improvvisate ciotole d’acqua
e parole poche smarrite
maldestre. Mani grandi
sorrisi abitabili.
Vivere è ospitare.”

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Con le parole di “Fratelli tutti” e per voce di Francesco:

PIÙ FECONDITÀ CHE RISULTATI 

Mentre porta avanti questa attività instancabile, ogni politico è pur sempre un essere umano. È chiamato a vivere l’amore nelle sue quotidiane relazioni interpersonali. È una persona, e ha bisogno di accorgersi che «il mondo moderno, con la sua stessa perfezione tecnica, tende a razionalizzare sempre di più la soddisfazione dei desideri umani, classificati e suddivisi tra diversi servizi. Sempre meno si chiama un uomo col suo nome proprio, sempre meno si tratterà come persona questo essere unico al mondo, che ha il suo cuore, le sue sofferenze, i suoi problemi, le sue gioie e la sua famiglia. Si conosceranno soltanto le sue malattie per curarle, la sua mancanza di denaro per fornirglielo, il suo bisogno di casa per dargli un alloggio, il suo desiderio di svago e di distrazioni per organizzarli». Però, «amare il più insignificante degli esseri umani come un fratello, come se al mondo non ci fosse altri che lui, non è perdere tempo».

Anche nella politica c’è spazio per amare con tenerezza. «Cos’è la tenerezza? È l’amore che si fa vicino e concreto. È un movimento che parte dal cuore e arriva agli occhi, alle orecchie, alle mani. […] La tenerezza è la strada che hanno percorso gli uomini e le donne più coraggiosi e forti».

In mezzo all’attività politica, «i più piccoli, i più deboli, i più poveri debbono intenerirci: hanno “diritto” di prenderci l’anima e il cuore. Sì, essi sono nostri fratelli e come tali dobbiamo amarli e trattarli».

I grandi obiettivi sognati nelle strategie si raggiungono parzialmente. Al di là di questo, chi ama e ha smesso di intendere la politica come una mera ricerca di potere, «ha la sicurezza che non va perduta nessuna delle sue opere svolte con amore, non va perduta nessuna delle sue sincere preoccupazioni per gli altri, non va perduto nessun atto d’amore per Dio, non va perduta nessuna generosa fatica, non va perduta nessuna dolorosa pazienza. Tutto ciò circola attraverso il mondo come una forza di vita».

* le immagini sono dal film “Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders