Il contributo della Cooperazione per Roma e per il superamento della crisi

In questa lunga spirale di crisi, aggravata e resa ancora più drammatica dal COVID19, che ha accentuato le disuguaglianze tra garantiti e precari, occupati e disoccupati, ricchi e poveri, sani e malati, residenti e immigrati, il tema che la politica non può ignorare è la ripresa economica, con il rilancio occupazionale, la tutela, i diritti e la democrazia economica.

Mentre ci si dibatte tra mercato e statalismo di ritorno, tra iniziativa privata e nazionalizzazione di imprese, alternando sterili discussioni a teoremi dottrinari, sembrano aprirsi prospettive positive per il futuro del Paese, grazie all’arrivo di ingenti fondi europei (Recovery Fund, MES e il SURE per le azioni di sostegno all’occupazione). Ne parlano in molti e certo molto si potrà fare. Ma le illusioni rischiano di essere altrettanto numerose, se non si attivano meccanismi capaci di stimolare l’iniziativa privata, di singoli e di gruppi; le capacità operative di nuclei associativi presenti nel sistema socio-economico; il mettersi insieme per nuove iniziative imprenditoriali, trovando gli adeguati strumenti di sostegno.

In questo quadro e per gli obiettivi di recupero e di crescita, un ruolo importante può essere svolto dalla cooperazione.

In anni più recenti la cooperazione, anche per odiosi fatti di cronaca (come quelli che hanno avuto Roma come teatro e i servizi sociali come settore violato), è stata nell’occhio del ciclone, oggetto di critiche, non sempre motivate, e di campagne denigratorie a vasto raggio.

Quanto riportato da alcune pagine di cronaca nera, non può far dimenticare che la cooperazione ha un passato di storia, anche recente, tutta vissuta al servizio delle fasce più deboli della società, soprattutto nelle fasi di maggiore crisi, per dare un lavoro a chi non ce l’ha per calmierare i prezzi al consumo, per una casa, per un credito non da strozzini, per servizi sociali non garantiti dal pubblico.

La cooperazione ha ancora oggi una forte presenza nel sistema economico e produttivo del Paese, con un impegno rilevante da parte delle Organizzazioni rappresentative del movimento cooperativo (Confcooperative, Legacoop, AGCI) alla modernizzazione organizzativa, all’innovazione, allo sviluppo e alla salvaguardia dei valori portanti.

Questi valori, sia dal fronte cattolico che da quello laico e socialista, si riassumono in due parole: solidarietà e partecipazione, per la libertà e la dignità del lavoro. 

Valori che favorirono la nascita della prima cooperativa nel nostro paese (“Magazzino di previdenza” costituita a Torino nel 1854 dall’Associazione degli Operai) e la sua successiva espansione in un contesto di forte povertà e di sfruttamento. Nel 1886, aderirono al Congresso fondativo della Federazione Nazionale delle Cooperative, 248 società cooperative con 70 mila soci.

Oggi siamo su ben altri numeri , ma i valori sono sempre quelli originari e trovano conferma nella recente enciclica di papa Francesco (“Fratelli Tutti”) e ad un’attenta analisi critica, risultano coerenti con i valori e l’impegno politico di Italia Viva. 

Può essere una valutazione personale, ma viene immediato considerare il movimento cooperativo come l’alleato naturale di Italia Viva , per una politica economica innovativa e tesa a favorire il ruolo e la funzione del modello cooperativo per reagire alla crisi e dare gambe a progetti di rilancio che devono anche venire dal basso e devono poter contare su di un’iniziativa imprenditoriale privata diffusa e non solo su modelli economici e d’impresa statali.

Anche se in leggera decrescita negli ultimi anni, le cooperative in Italia sono circa 55 mila (53.672 dichiarate attive presso le Camere di Commercio al 31 dicembre 2019, che danno occupazione a circa 1,2 milioni di persone (di poco oltre il 50% donne), con un valore aggiunto prodotto di oltre 25 miliardi di euro.

Il ruolo più efficace, per sua natura, la cooperazione lo svolge a livello territoriale, perché è proprio nel territorio che nasce, si rafforza e si sviluppa.

Anche per tale ragione, il programma politico-amministrativo per Roma, a cominciare dalle prossime elezioni per il nuovo sindaco della Capitale (nuovo in ogni senso), dovrà riservare uno spazio adeguato ai diritti del lavoro, alla crescita occupazionale, alla democrazia economica e quindi alla cooperazione.

Anche i numeri raccontano di una forza capace di dare un contributo notevole alla rinascita della Capitale.

In base ai dati messici a disposizione dall’Osservatorio dell’Alleanza delle Cooperative Italiane, nella città metropolitana di Roma, al 31 dicembre 2019 sono attive (considerando esclusivamente le società con sede nell’area considerata) 4.435 cooperative. Di queste 1.281 sono femminili, 280 sono cooperative giovanili e poco più di 300 sono cooperative di stranieri/migranti.

Distribuite su tutto il territorio della città metropolitana e in tutti i municipi di Roma, le società cooperative analizzate occupano 95 mila addetti e, sempre con riferimento al 2019, hanno prodotto 4,6 miliardi di euro di fatturato, registrando un capitale investito pari a 27 miliardi (un valore notevole considerando che poco più del 26% di queste sono in fascia di sicurezza finanziaria, mentre la gran parte sono comprese nelle fasce situazione finanziaria rischiosa e vulnerabile).

Un altro elemento caratterizzante la cooperazione nella città metropolitana, di particolare interesse, è la struttura dimensionale, che può essere letta come polverizzazione ma anche come capacità aggregativa dal basso.

L’incidenza delle grandi cooperative non supera l’1,1% del totale; il 7,8% sono medie imprese; il 21,6% sono piccole e ben il 69,5% sono micro imprese.

Nel commentare i dati, l’Osservatorio rileva: ”Il tratto distintivo della cooperazione nell’ambito della città metropolitana di Roma è legato al macro settore del terziario e più in generale ai processi di terziarizzazione del sistema produttivo cooperativo avviati anche grazie alla crescita della cooperazione sociale nell’ambito della cura delle persone”.

Declinando i dati a livello settoriale: il 34,6% opera nei servizi, il 18,2% nei trasporti e logistica, il 18,2% nella cooperazione sociale, il 16% nella cooperazione edilizia di abitazione, l’8,1% nell’industria e nelle costruzioni, il 4,1% nella cooperazione agricola e della pesca e, per ultimo, lo 0,8% nel credito e mutue.

Il peso economico è più accentuato nell’ambito della cooperazione di trasporti e logistica, con il 29,4% del fatturato aggregato; seguono la cooperazione di servizi con il 23,2% del totale dei ricavi, la cooperazione sociale con il 22,2%, il credito con il 14%, industria e costruzioni il 5,1%, la cooperazione agricola e pesca il 4,1% la cooperazione di abitazione il 2%.

Il peso occupazionale è invece più consistente nella cooperazione sociale con il 33,9%; il settore trasporti il 29,6%, la cooperazione di servizi il 28,8%. La quota restante si riferisce agli altri settori (3,6% industria e costruzioni, 2,9% nel credito, 1,1% in agricoltura e pesca, 0,1% nell’abitazione).

Quale ultimo elemento di analisi, mancando i dati relativi ai soci, la caratterizzazione dei livelli apicali delle cooperative operanti nella ccittà metropolitana di Roma.

I presidenti di CdA sono in netta prevalenza uomini (73,7%), le donne costituiscono il 26,3% del totale.

Il 58,5% dei presidenti ha più di 50 anni di età, mentre il 33,4% ha un’età compresa tra i 36 e i 50 anni. L’8,1% non supera i 3° anni.

La prossima Leopolda romana potrà rappresentare l’occasione giusta per riflettere sulle forze sociali utili alla rinascita di Roma e su di un sistema di alleanze che ne favorisca un ruolo positivo, con particolare attenzione proprio al sistema cooperativo.

(Ruggiero Borgia)