Nella seconda ondata del coronavirus: pensieri emergenti

La seconda ondata della pandemia, che credevamo di aver esorcizzato dopo il confinamento di primavera e, forse, archiviata nella lunga estate spensierata, sta ora bussando alle nostre porte con insistenza ed entrando.

Si riflette su una possibile sottostima della gravità della pandemia, sul tempo che sarà necessario per uscire anche dalla seconda fase della crisi e sulla lunghezza effettiva dei tempi di ripresa della società, che si stanno già rivelando più lunghi di quanto pensavamo e forse pensiamo ancora. Quando questa crisi sarà passata, e abbiamo fiducia che questo avvenga, la società, il nostro sistema economico e quello europeo avranno subito innumerevoli shock e tensioni, dei quali si dovranno affrontare le conseguenze ancora per lungo tempo. Intanto vi saranno diverse “lezioni” che le nostre società avranno dovuto apprendere.

I lavoratori della sanità – medici, infermieri e operatori specializzati delle attrezzature medicali – sono di nuovo impegnati ad alleviare le sofferenze delle vittime della pandemia e portarle a guarigione; inoltre, a individuare con i test i nuovi infettati. Entrambe queste attività, lo abbiamo visto nel corso della prima ondata, sono estremamente labour and time consuming; esse pongono sotto stress il personale sanitario e mettono altresì gravemente a rischio la loro salute e la loro vita negli ospedali di tutto il mondo. 

Fra i “mantra” che già nel corso della prima fase della crisi hanno perso ‘appeal’, il primo imputato è la filosofia del liberismo: non è stata la pratica liberista che ha potuto dare risposta al montare della domanda di solidarietà e di assistenza di fronte alla pandemia e alle gravi conseguenze economiche di questa. È emersa l’importanza delle organizzazioni internazionali e della coesione europea, la necessità di coordinare le politiche per il recupero della crescita economica, l’impostazione di uno sforzo congiunto a livello europeo. Argomenti sui quali si erano concentrati gli strali della destra sociale e politica, del sovranismo e delle filosofie ultraliberiste. 

Se qualcosa è apparsa evidente in questo anno segnato dal Covid-19, è l’assoluta impotenza della sanità privata di fronte alla pandemia. Nello sviluppo della crisi del coronavirus, non solo le responsabilità, ma le iniziative del privato sono scomparse di fronte a quelle del soggetto pubblico; dalla società sono emerse invocazioni perché il pubblico ampliasse le sue, nessuno si aspettava una iniziativa del privato, né questa è venuta autonomamente, mostrando anzi, nell’emergenza nazionale, quanto fosse sbagliato il portato dell’ideologia liberista, che aveva teorizzato la necessità di restringere i compiti dei governi e dei soggetti pubblici in generale. Ciò è emerso in primo luogo nel campo della sanità, ma non solo: ne è stata investita tutta l’area del sociale e dell’offerta di welfare.

L’incidenza della spesa sanitaria, pubblica e privata, sul Pil dei paesi avanzati è andata aumentando nel tempo per cause diverse: a) la ricerca scientifica e gli avanzamenti tecnologici, che hanno aumentato la disponibilità di attrezzature medicali sempre più sofisticate; b) l’invecchiamento della popolazione; c) l’aumento del costo del lavoro, nel quale cresce l’effetto degli operatori specializzati per l’uso dei nuovi macchinari, i quali devono essere adeguatamente formati; d) la posizione prevalente di quasi monopolio fra i produttori di farmaci che hanno richiesto notevoli investimenti in ricerca e sviluppo; e) i progressi della medicina nella sua capacità di affrontare e curare patologie prima incurabili. 

L’andamento del costo della sanità pubblica, con l’aumento dei deficit di bilancio e dei debiti pubblici, e insieme i vincoli posti dall’indirizzo liberista prevalente nella gestione della spesa pubblica, hanno orientato i governi negli ultimi decenni verso tagli alla sanità pubblica, che proprio in questa fase critica si sono rivelati miopi e perdenti. L’aspetto più immediato della crisi del coronavirus è costituito proprio dalla sua dimensione sanitaria. Come è stato affermato, le pandemie non riconoscono i confini politici; l’umanità ha conosciuto numerose e gravi epidemie che sono dilagate attraverso interi continenti, e da tempo sappiamo dell’efficacia dei confinamenti per uscire gradualmente dal pericolo mortale.

Nella scorsa primavera, mentre si registravano in certe fasi carenze di attrezzature e di altro materiale sanitario, si è riconosciuta l’importanza del distanziamento sociale; oggi, però, ne conosciamo anche gli effetti dirompenti sull’economia e sulla vita sociale.

Il Covid-19 come problema globale.

Non saremmo al sicuro se fra poche settimane, essendo usciti per ipotesi dal picco, il virus circolasse ancora in Europa e altrove viaggiando fra i paesi con le persone, con le merci, sui mezzi di trasporto, o anche solo nell’aria: se la pandemia è un fenomeno globale anche combatterla richiede una visione globale. Siamo perciò interessati a che gli altri paesi europei affrontino il virus almeno altrettanto efficacemente di quanto siamo in grado noi di fare. La solidarietà e il coordinamento a livello europeo sono realmente nell’interesse di tutti i paesi. La crisi sanitaria e la crisi economica e sociale mondiale hanno dimostrato la stretta interdipendenza tra tutte le nazioni, ed è evidente il bisogno di una più stretta cooperazione internazionale.

È importante combattere la pandemia all’interno di ogni paese: il successo o il fallimento delle misure e delle strategie nazionali incide anche sulla situazione in altri paesi, perché il coronavirus non si ferma al confine nazionale. Se questa pandemia ci colpisce oltre un secolo dopo l’altra più recente e grave (la Spagnola del 1918-20), ciò non vuol dire che potremo star tranquilli per un altro secolo prima che un evento simile si ripeta. È perciò necessario essere pronti, tanto nella disponibilità di mezzi (attrezzature medicali, medicinali e vaccini) che in quella di conoscenze e di organizzazione (disponendo di piani operativi per nuove emergenze sanitarie). L’Unione Europea ha costituito un fondo nell’ambito del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) per l’adeguamento delle strutture sanitarie alle nuove emergenze; di ciò parleremo ancora in seguito.

E per il futuro? 

Elaborare strategie, tanto di breve che di lungo termine, per affrontare le conseguenze economiche e sociali delle gravi emergenze sanitarie che dovessero presentarsi in futuro. Tutto quanto dovrebbe essere predisposto tanto in ogni paese che a livello, almeno, europeo, e sottoposto a frequente aggiornamento; fin quando non se ne avrà bisogno sembrerà la più inutile delle spese. Considerare l’opportunità di finanziare investimenti, il cui ritorno sia anche molto lento nel tempo, al fine di assicurare la disponibilità di prodotti chiave e di servizi (inclusi quelli da professionalità specializzate), in previsione di una più elevata protezione sociale dei cittadini. La crisi in corso ha fin qui dimostrato l’importanza di gestioni responsabili a ogni livello; di una cittadinanza altrettanto responsabile per acquisire solidarietà, coesione e coinvolgimento necessari ad affrontare le tensioni e le incertezze emergenti da una pandemia; della ‘maturazione’ di una responsabilità di ogni singolo verso la comunità. L’esperienza in corso e le decisioni già adottate in sede di governo dell’Unione danno evidenza del ruolo decisivo che può essere svolto da una diversificata disponibilità di strategie di solidarietà.

D’altro canto, l’emergenza sanitaria non potrà che affiancarsi a quelle già in corso: l’attuale ‘protagonismo’ del coronavirus non potrà far passare in secondo piano altre emergenze come quella ambientale e quella climatica.                                             

(Gianni Di Marzio)