TERRAMARINA

Un romanzo di Tea Ranno

In questo periodo così strano, difficile, incerto, leggere l’ultimo romanzo di Tea Ranno “Terramarina” uscito il 13 ottobre scorso, è un po’ come curarsi, volersi bene.

Il libro riprende le storie della “cricca tabbacchera”, un gruppo di amici che vogliono cambiare il mondo a colpi di poesia e giustizia in un territorio difficile, contaminato non solo da rifiuti tossici sversati, interrati abusivamente, ma da corruzione e malaffare, riuniti intorno alla figura di Agata Lipari, la Tabbacchera”, appunto, la tabaccaia.  

Abbiamo imparato a conoscere questi personaggi nel precedente romanzo, “L’amurusanza”, ma come dice Tea Ranno “Terramarina” ha vita propria e non è stato scritto per cavalcare l’onda del successo del precedente ma, perché, come spesso capita agli scrittori ed alle scrittrici, quei personaggi sono ancora lì e non se ne vogliono andare.

Nei libri di Tea Ranno il dialetto si fa lingua, lingua dell’anima, con una capacità evocativa così intensa che si viene totalmente pervasi da atmosfere, sapori e profumi forti della Sicilia. Un modo di connettere, comporre parole e frasi tale, da farne poesia di musicalità assoluta.

Il romanzo inizia con don Bruno, il parroco della cittadina, che la notte di Natale, trova, accanto ad un cassonetto, una neonata che irromperà, e Lori con lei, nella vita di Agata, che quella sera ha deciso di restare sola poiché il ricordo di suo marito Costanzo, morto prematuramente, è ancora troppo presente e doloroso e, con lo stesso impeto, nella vita della “cricca” riunita quella sera a casa di Toni Scianna, il professore, per i festeggiamenti.

Tutti i personaggi ( Violante, giovane moglie di Toni, Franca Cortese, la sarta, che riesce a prendere le misure ad occhio e non solo esternamente, suo marito Sarino Motta che l’ha corteggiata per dieci anni, Lucietta la “piangimorti” così sola da andare a tutti i funerali fino al momento in cui incontra l’ingegner Ugo Calcaterra, il cane Patuzzo, con un occhio marrone ed uno celeste, che ha più intuito di un umano, Lisabetta, l’erborista, e Luisa e Carmine Acquaforte e il loro figlio Giulio, Lori, Giona, Andrea, il maresciallo piemontese) ognuno nella storia con la propria storia, protagonisti tutti, anche in questo romanzo, corale e fatto di accoglienza libera da ogni pregiudizio, libertà anche conquistata, e “amurusanza”, quei piccoli gesti amorevoli di cura e attenzione per gli altri, così preziosi.

Accanto alla nascita che è simbolo di rinnovamento, speranza, apertura sul futuro, è presente la certezza che la vita non muore veramente, ci sono “buchi”, infatti, dai quali filtrano presenze, forme di comunicazione per chi ha il cuore aperto e può percepire ed ascoltare anche a distanza, più o meno consapevolmente, come in una fusione universale. Tea Ranno cita Vittorini, e le sue Conversazioni in Sicilia, conversazioni tra uomini, statue e fantasmi nel tentativo di riappropriarsi di una “lingua comune” che sola, allora come oggi, potrebbe rimettere tutti in connessione per porre fine a situazioni dolorose e nefaste.

La vita non muore veramente, saperi e sapori che tramandati permangono a formare una memoria essenziale per andare avanti, per avere le radici ben salde nel terreno e come gli alberi a primavera, avere la certezza di germogliare.

Riparare i ricordi è un passaggio indispensabile, diventa necessità per Lori, che ha perso i genitori da bambina, e per continuare ha bisogno di riparare le scuciture che la vita le ha provocato. Giona, fratello di sua madre, che è specialista in questo, l’aiuterà, ma Lori troverà presto madri e padri che faranno a gara per aver cura di lei e sostenerla, per riprendersi dalla vita non solo i ricordi.

Lori immagina di essere arrivata a Terramarina “…un nome cantante, che ha il fruscio del vento tra le spighe e quello della risacca, il profumo dei gelsomini, il salmastro del Mediterraneo, che tutta la Sicilia circonfonde e abbraccia…, di cui le parlava sua madre.

Terramarina è il più grande desiderio, il sogno, la terra della felicità, il porto che accoglie, e ognuno ha la propria Itaca. Itaca, la splendida poesia di Kavafis che Tea Ranno riporta. Itaca, il porto di arrivo a cui ognuno tende. Quello che accade durante il viaggio, che si è scelto di fare, è più importante della meta stessa, è il tendere verso, è il predisporsi ad affrontare la trasformazione e il cambiamento inevitabili e preziosi che il viaggio fertile in avventure e in cambiamenti offrirà, rendendo diversi da come si è partiti.

Tutti i personaggi compiranno il loro viaggio verso la loro Terramarina e tutti cambieranno, qualcuno totalmente come Sarino Motta, altri un po’ meno ma comunque si scopriranno diversi da come sono partiti.

Un viaggio ricco di allegria, ironia, di “amurusanza” pur nelle avversità che la vita pone lungo il percorso, durante il quale “poter cambiare il mondo a colpi di giustizia, di gentilezza e pure di poesia”.

Tea Ranno ci cura e ci conforta, queste cose non sono passate di moda, anzi oggi più che mai ne abbiamo estremo bisogno, ne abbiamo bisogno come di quei mazzi di fiori che ragazzi e ragazze scouts hanno in mano scendendo da un autobus ad un certo punto del libro. Fiori sbocciati fuori stagione come “spicci caduti dalla tasca del sole”.

(mcp)

Ph by Marcello Veccia