Un grido dalle Università

«Non vi dimenticate di noi»

Nei giorni del primo lock down, e successivamente fino ad oggi, si è parlato di una moltitudine di attori e categorie, chi per meriti e chi per demeriti: infermieri, medici, rider, uffici, operai, sindacati, politici, senza tetto, studenti elementari e superiori, asili nido e tanti altri ancora… tantissimi.

Ma non ci stiamo dimenticando qualcuno?
O meglio… non ce dimentichiamo troppo spesso e da troppo tempo?

Vi starete tutti chiedendo, come quando si fanno i regali di Natale: “chi ho dimenticato?”. Un piccolo sforzo dai, davvero non ci si arriva subito? Sono davvero così poco importanti?

CAVOLO! GLI UNIVERSITARI! GLI STUDENTI UNIVERSITARI” Oh! Finalmente! Ora possiamo iniziare a parlare.

Eh sì! noi universitari, quella categoria che non è stata mai nominata, dall’inizio dello stato di emergenza ad oggi; siamo quelli menzionati nei post dei social network e su piccoli trafiletti di giornali online, alle volte su qualche articolo di giornale cartaceo ma mai una menzione al telegiornale, ad esempio, non tutti leggono, ma molti guardano.

Noi siamo passati dalla presenza fisica a quella digitale in una settimana, e stiamo continuando, tutt’ora a investire sulla nostra formazione che risente della, in alcuni casi necessaria, mancanza di contatto fisico e confronto verbale face to face. Forse siamo considerati fortemente autonomi, e a noi fa piacere questa autonomia ma ignorati no, non ci stiamo, non abbiamo una tutela, non ci pensa nessuno alle nostre otto ore davanti al computer, non abbiamo un sostegno, magari per poter sostenere le spese, un qualcosa al di là delle borse di studio ma cosa ancor più grande… non abbiamo un investimento! Continuiamo a spendere in formazione, ci adattiamo, ci aiutiamo ma nessuno investe su di noi.

A noi andrebbe anche bene, che, ad esempio, il ministro dell’istruzione non spenda nemmeno una parola per la condizione degli studenti universitari, delle aule universitarie, dei mezzi informatici dell’università, ci stiamo… ma pretendiamo che ci venga riconosciuto almeno quello che stiamo tentando di creare… un futuro migliore, non solo per noi, per tutti.

Perché affermiamo e denunciamo questo?

Semplice, perché siamo i protagonisti, purtroppo, di alcune delle peggiori statistiche che si possano leggere in una nazione (non per colpa nostra, come il senso comune induce a pensare).

Siamo il quarto paese in Europa per emigrazione di cittadini ad alte competenze, siamo uno dei paesi con l’età più alta per “l’uscita dalla famiglia di origine”, gli italiani migranti sono addirittura sempre più giovani, costruiscono la loro famiglia all’estero, il che sotto alcuni punti di vista è un bene per la logica comunitaria, ma ci siamo chiesti perché tutto questo? Perché un giovane, in questo caso laureato decide, dopo anni di studi, magari alla veneranda età di 30 anni, di andare via? Perché preferisce fare la sua carriera e vita all’estero? Lontano dalla famiglia e avendo già ritardato le tappe della sua vita? perché preferisce fare un investimento per il suo futuro all’estero, una scommessa, e non qui?
Vogliamo ragionare in termini economici? C’è meno rischio forse, forse lì qualcuno apprezza la formazione e vede una risorsa nell’emigrato laureato italiano ma attenzione… non siamo la cantera dell’Unione Europea, questo presupporrebbe un forte ricambio generazionale, ma così non è, siamo anche uno dei peggiori paesi demograficamente e, fenomeni di lungo periodo, comportano conseguenze di lungo periodo… saranno anni difficili.

Parliamoci chiaro, non siamo qui per sfruttare il diritto allo studio e scappare appena possibile per inseguire chissà quale “american dream”, alcuni sì ma non tutti, e forse questo pensiero sta tornando di moda dato che sembra, in modalità diverse, si stia tornando alle condizioni anteguerra che hanno portato piccole comunità dell’Italia ovunque nel mondo (Usa, Argentina, Australia…).

Noi universitari studiamo per costruire un futuro comunque sia, per migliorare la nostra situazione e quella altrui, nessuna conoscenza appresa ha senso se non viene condivisa, è questo lo spirito, ma probabilmente a molti non interessano la condivisione e le competenze, praticamente non gli interessa il futuro, non gli interessiamo noi.

Non prendiamoci in giro, a noi non piace sapere che usciti dai “circoli accademici”, molto probabilmente, per quello che abbiamo studiato non lavoreremo, a noi non piace essere incolpati di pigrizia oppure di essere “mammoni” perché rimaniamo a casa con i nostri genitori, non ci piace perché vuol dire “sparare sulla croce rossa”, abbiamo difficoltà perché nessuno investe sulla nostra formazione, sui nostri luoghi, sui servizi di cultura e neppure dopo questo qualcuno si adopera per creare le condizioni affinché, finito questo “strazio”, possiamo trovare un lavoro che sia congruo con il nostro percorso (tranquilli, sappiamo anche adattarci ad altro, abbiamo esperienza in questo).

Insomma, come dobbiamo fare? Ditecelo, lo faremo, non abbiamo paura.

Se ci saranno in futuro condizioni migliori accetteremo tutte le critiche, ma adesso, dateci quello che ci serve, abbiamo anche noi bisogni e interessi! Stateci a sentire!

«Non vi dimenticate di noi»

(Matteo Bonanni)

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Articoli di riferimento

https://www.corriere.it/economia/lavoro/20_settembre_28/chi-esce-prima-casa-mappa-dell-eta- media-cui-giovani-lasciano-casa-genitori-europa-69d0b72c-0167-11eb-af0b-6e1669518b1a.shtml

https://espresso.repubblica.it/affari/2019/12/19/news/laureati-in-fuga-dall-italia-tutti-i-numeri-di- un-emergenza-nazionale-1.342138

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/12/16/istat-sempre-piu-italiani-si-trasferiscono-allestero-il-53- di-chi-e-partito-nel-2018-e-diplomato-o-laureato-calano-i-migranti-dallafrica-17/5619619/