Si, sono di sinistra

“Sono o no di sinistra?”. Così inizia l’interessante articolo di Marcello Veccia sulle pagine virtuali di questo blog. Così mi si è proposta la stessa identica domanda, che è di grande attualità nel dibattito culturale e politico intorno al tema: esistono ancora una destra e una sinistra? Cos’è oggi di destra e cosa di sinistra?

Provo a dare la mia di risposta, come se Marcello la domanda l’avesse posta a me.

“Sì, sono di sinistra”. E al riguardo non ho dubbi. Sono di sinistra senza aver mai sposato l’ideologia comunista, senza aver partecipato ad occupazioni e moti di piazza. Sono di sinistra essendo cattolico e avendo militato come attivista nel sindacato e nel movimento cooperativo, ma soprattutto per gli anni di volontariato nella mia terra di origine.

Il mio posizionamento è chiaro. Sono dalla parte delle fasce più deboli della popolazione, di chi non ha diritti, o non ha voce per invocarli e forza per tutelarli. Sono dalla parte di chi ha bisogno di cure, di accoglienza, di inclusione; degli emarginati e dei senza tetto; degli anziani e dei bambini; di chi non ha garanzie e non ha lavoro.

Sono contro ogni forma di tutela e protezione delle disuguaglianze, contro le discriminazioni e i porti chiusi. Sono contro il capitalismo emarginante e disumano, contro il mercato e il consumismo che non riconoscono i valori della persona. Sono contro il conservatorismo e l’incapacità di riconoscere i bisogni, e contro l’oscurantismo e l’ignoranza che connotano l’irruzione e la presenza del grillismo nella società, prima ancora che nella politica e nelle istituzioni.

Confesso però che nell’aver maturato queste scelte di campo sono stato fortunato. Non solo e non tanto per i miei studi passati e i sacri testi su cui ho passato tante ore, espressione di posizioni agli antipodi: “I Grundrisse” e “L’ideologia Tedesca” di Karl Marx e “Economia e Società” e “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo” di Max Weber, che mi hanno portato a non condividere né marxismo e né liberalismo, spingendomi piuttosto verso la prima enciclica sociale, la “Rerum Novarum” di Leone XIII. I principi di mutualità e solidarismo, dove ognuno fa la propria parte “perché nessuno è tanto povero da non poter dare nulla all’altro e nessuno è tanto ricco da non poter ricevere nulla dall’altro”, che prevalgono sull’egoismo sociale, l’ingiustizia dei dominanti e l’avidità capitalistica. Principi che propongono una logica interclassista che media interessi contrapposti cercando sempre nuovi e più avanzati equilibri garantendo che la giustizia sostituisca la carità e la dignità della persona prevalga sempre. Principi che propongono una logica interclassista che media interessi contrapposti, contro i conflitti di classe, una rivoluzione delle coscienze e non già la rivoluzione del proletariato.

Lo studio è stato un privilegio per le mie scelte politiche e di vita. Così come un privilegio è stato aver incontrato nelle aule di filosofia dell’università di Bari Biagio De Giovanni e Giuseppe Vacca, teorici della svolta berlingueriana del PCI, ma anche e soprattutto Aldo Moro che mi ha insegnato che il dialogo e il confronto tra posizioni diverse sono l’unico fondamentale strumento per far crescere la società e costruire nuovi assetti di giustizia e di equità, anche sul fronte internazionale.

A ben guardare, però, la mia fortuna è stata quella di aver vissuto in contesto sociale ed ambientale in cui erano evidenti ingiustizie, discriminazioni, povertà e violazione dei diritti. Le condizioni di lavoro e di vita dei braccianti agricoli, dei pescatori, degli artigiani, erano di estrema marginalità e spesso di grande indigenza. Gli anziani erano senza alcuna assistenza e in tanti erano costretti ad emigrare.

Ho visto, partecipato, vissuto tutto questo.

Era tutto o bianco o nero, o eri dalla loro parte o da quella di chi si crogiolava nei propri privilegi, indifferente ai bisogni altrui.

Oggi le scelte di campo sono più difficili perché le situazioni non sono nette; c’è molta confusione, tante sfumature per cui si sollevano eccezioni, si moltiplicano i “sì…però”; i diritti vengono rivendicati anche da chi non ne ha diritto e in assenza di qualsiasi riferimento ai doveri; le parole prevalgono sui fatti (difficile dimenticare la richiesta di Nanni Moretti a D’Alema di dire qualcosa di sinistra…) e le etichette nascondono la realtà o la camuffano.

Io ho avuto la fortuna di formarmi allora e i valori allora acquisiti e maturati non li ho portati in politica ma nell’attività professionale ed aziendale, a dimostrazione del fatto che non esistono ruoli definiti per esprimere le cose in cui si crede.

Dopo aver dato la mia personale risposta con il deciso “sì, sono di sinistra”, so bene che esistono domande inevase che travalicano la sfera personale.

La principale: “Esiste ancora una destra e una sinistra?”. 

Io ritengo che destra e sinistra esistono e sono vive e vegete. Se non a livello rigorosamente ideologico, stante la morte dell’ideologia, e di rigida identificazione delle forze politiche (altrimenti la fluidità di adesioni, voti e posizioni, non sarebbe possibile), la differenza c’è nei comportamenti sociali, comunque motivati ed espressi, che influenzano e orientano le scelte da parte dei partiti. C’è infatti differenza di posizioni e di valori tra chi è contro l’accoglienza degli immigrati e chi è a favore; fra chi è a favore della violenza, anche verbale  e mediante i social, e chi è contro; fra chi considera superflua se non dannosa la difesa dei diritti civili, per i quali non è mai il momento, e chi la sostiene; fra chi considera gli anziani dei pesi e chi li ama con la riconoscenza che è loro dovuta.

Quindi sì, destra e sinistra esistono e si contrappongono, nella società prima ancora che a livello politico, e le differenze ci sono e sono fin troppo evidenti.

I tentativi della destra di usare slogan e armamentari ideologici di vecchio stampo veterocomunista e l’immobilismo e le ambiguità della stessa sinistra, per non parlare della trovata dei grillini che sarebbe ormai superato il conflitto bipolare (ma tanto loro fino a quando capiscono…), non stravolgono la realtà di fatto che esiste nel Paese una componente progressista, riformista , di impegno sociale e schierato su posizioni di attenzione alla persona e ai suoi bisogni, di rispetto dei doveri e della legalità, ed una componente che nello status quo, nella conservazione di privilegi, nell’egoismo sociale, nella invidia reazionaria, radica, motiva e fa crescere il proprio consenso..

Il problema alla fine è capire se le risposte che si danno ai bisogni individuali e sociali, si inquadrano in politiche e progetti di sinistra.

Al riguardo va posta molta attenzione. Il valore democratico, progressista e riformista delle politiche d’intervento lo si riconosce sempre, anche quando soluzioni di sinistra vengono bollate come politiche di destra: la riforma della scuola, progressivamente smontata a danno degli alunni; la riforma costituzionale bocciata dal referendum; il jobs act; l’ILVA.

E l’elenco potrebbe continuare, con qualche rammarico per le tante occasioni perdute.

(Ruggiero Borgia)