Sotto il tetto della casa di Gisella viveva mamma passerotta coi suoi passerotti

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Cominciava così la fiaba che papà Nicola raccontava
per fare addomentare le sue Nerina e Francesca…

Ci siamo dunque— sulla soglia di una nuova chiusura, per alcuni pesantissima, per altri pesante. La conferma di una difficoltà generale, diffusa e poco dialogante che sostituisce la solidarietà dei balconi, il canto che rende saldi.

Nella speranza di non essere chiamati ad essere violinisti sull’oceano, e di non dover affrontare una caduta nel fondo, teniamo duro, e seguiamo in tanti, in tantissimi in questa “bolla”, le e-lezioni americane (triplo senso).

Ci ancoriamo alla speranza che la possibile vittoria di Biden ci tenga protetti, il sogno di una America in qualche modo alleata al nostro sogno di mantenimento delle democrazie occidentali, quando davvero, oggi, i “cattivi” stazionano ad est.

Ci apprestiamo a capire come usare le case, le cose, lo spazio, le parole.

Ma… arriviamo un po’ afoni a questo nuovo distanziamento da noi stessi, dal nostro essere abitudinario, e ci guardiamo esistere in queste nuove consuetudini, che avevamo volute transitorie e finite, e che invece ci raggiungono con la sensazione, ad esse stretta, di un domani che non si descrive ed inscrive. 

E’ oggi, dunque, che dobbiamo essere più forti. Più femminili, capaci di un andamento laterale, di un abbraccio analogico, di una intelligenza operosa. Più capaci di empatia e meno avvolti in noi stessi. Più inclini a valutare che non a giudicare. Sperimentatori di un amalgama sentimentale che scardina tutte le nostre àncore di prima, ed ancora ci spinge a ridefinirci nello spazio delle nostre dimore.

Avendole, perché c’è anche chi non le ha.

Nulla di quanto ci serviva è stato fatto, da nessuno di noi. Abbiamo atteso che qualcuno facesse al nostro posto, dedicati a difendere una posizione nel mondo, mentre forse, piuttosto che protesi al futuro e al passato, dovevamo e dobbiamo riconoscere il presente.

Dire a noi stessi, e fuori, come siamo, come “ci” sentiamo. 

Sapere che “ti sono io”, e che è il solo tu che possiamo pronunciare. Siamo come senza pelle, non garantiti, fuggiaschi. E nemmeno il denaro, la certezza del progresso e la tutela dello Stato ci tolgono oggi il sentimento di perdita dell’io (quale che fosse il suo dominio, autentico o fittizio non conta) che ci consuma.

E non sappiamo né maneggiare il dono del linguaggio dell’incosncio, la sua capacitò di vedere tanto meglio di noi, né la regola di un super io che si fa infine necessario, benché pesante. 

Come bambini cui sia donata una scatola di mattonelle Lego deformate, e persino mutanti, costruiamo castelli in aria destinati a franare, perché non siamo sufficientemente mobili, liquidi, coesi. 

Non so davvero se ci salvino la poesia, l’amore, la visione o la condivisione, ma so per certo che il confine, l’io-pelle che siamo, gioco forza non basta.

Qualcosa di più grande reclama di esser detto, il Noi-pelle, messo in mezzo, spezzato come il pane e donato.

Il cuore pulsa nelle Beatitudini,  e piange la speranza delle Opere di Misericordia.

E non solo se religiosamente ci apriamo al Mistero, ma anche se laicamente crediamo nella donna e nell’uomo, potremo venir fuori da tutto questo, rigenerati ma in una forma imprevedibile, che deve a tutti i costi essere difesa.

Perché, come canta Brunori Sas, anch’io “Questa notte voglio solo riposare”

(NG & RV))

l’ascolto, stasera, è da Cip, di Brunori Sas – Il mondo si divide

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