IL TRONO VUOTO

Dando un’occhiata al prospetto che segue verrebbe spontaneo a chiunque, se non spudoratamente di parte, chiedersi se dal 2008 ad oggi Roma abbia avuto un sindaco e una giunta intenti ad occuparsi della città e dei suoi cittadini. A parte le gestioni commissariali che per loro natura provvedono soltanto all’ordinario e la sindacatura Marino soffocata quasi in culla dalla sua stessa maggioranza, il prospetto rende evidente una vacanza di timoneria che ha di fatto trasformato la città in una specie di enorme complesso deprivato di manutenzione per diversi lustri.

Questo è il prospetto delle amministrazioni del Comune di Roma dopo la giunta Veltroni:

  • Mario Morcone (commis. straord.) 14 febbraio 2008 – 28 aprile 2008
  • Gianni Alemanno (AN) 29 aprile 2008 – 11 giugno 2013
  • Ignazio Marino (PD) 12 giugno 2013 – 31 ottobre 2015
  • F. Paolo Tronca (commis. straord.) 1 novembre 2015 – 21 giugno 2016
  • Virginia Raggi (M5S) 22 giugno 2016 – in carica…

Una città privata per tanti anni di una guida in grado di proporre strategie adeguate ai tempi e conseguenti azioni amministrative,  diventa lo spettro di se stessa, tanto più quanto il contesto urbano sia fortemente gratificato da antichità uniche al mondo. Il deterioramento palese delle strutture, dei servizi e della vitalità di una capitale come Roma, lascia all’osservatore la sensazione che esista solo l’antico, una sorta di gigantesca Pompei da visitare unicamente per passione archeologica.

La città è in affanno, la sua immagine iconica cede ad una più realistica somiglianza con un agglomerato periferico, non riesce più ad essere la capitale di due Stati, nell’indifferenza di chi ancora non ha compreso fino in fondo l’importanza che l’intero conteso internazionale le riconosce.

Si ha l’impressione che larga parte del mondo politico si sia ridotta, ma questo non riguarda solo Roma, a riproporre una sorta di asfittica procedura senza altra finalità se non quella di conquistare e mantenere il seggio capitolino. La nostra capitale in questo è stata più sfortunata di altre realtà, perché vi si è aggiunta una serie di pseudo timonieri incompetenti e faziosi. 

Pensando a Roma non posso fare a meno di vedere l’immagine di un “trono vuoto”, intendendo per “trono” una simbolica istituzione che governi con dedizione e giustizia rispettando i cittadini. Il “trono” di Roma è “vuoto” da quasi tre lustri e questo significa che per recuperare il tempo perduto e riparare i danni al tessuto sociale e strutturale della città non basta un buon amministratore, ma serve un personaggio fuori standard, fuori dai giochi, anche prestato momentaneamente alla politica, capace di volare altissimo, dispensare creatività e capace di far sognare, insomma un tipo alla “Ernani”. 

Ernani è il protagonista della improbabile storia del romanzo Il trono vuoto, che è valso a Roberto Andò il premio Campiello ed il successo di una traduzione cinematografica “Viva la libertà” dello stesso autore. Vi si ritrae la politica italiana in una commedia dell’assurdo. Il titolo del romanzo dà proprio il senso di un “affollato” vuoto antropico nelle istituzioni per incapacità della politica di arrivare all’anima delle persone. L’interesse generale è sacrificato dall’autoreferenzialità alla ricerca spasmodica del consenso elettorale costringendo in un vicolo cieco dove si esaurisce  ogni spinta visionaria della politica.

Enrico Oliveri, segretario del principale partito di opposizione, inaspettatamente e di colpo abbandona la scena politica colto da ansia da prestazione e da una profonda depressione che non gli consente di affrontare al meglio i suoi avversari. Nessuno sa dove Oliveri sia finito e la sua defezione suscita un immediato sconcerto tra i suoi più stretti collaboratori.  La soluzione miracolosa arriva quando il fidato Andrea si ricorda del  fratello gemello di Enrico. Così Ernani viene coinvolto nell’intrigo anche se totalmente diverso, un professore di filosofia completamente slegato dalla politica e con frequenti segni di disturbo bipolare. L’idea prende forma ad un tavolo di ristorante, nell’attimo  in cui Andrea si allontana e un giornalista politico si avvicina: Ernani, uguale in tutto al fratello, solo un po’ più imbiancato, risponde al giornalista con una brillantezza che ha dell’incredibile. L’idea è immediata: sostituire temporaneamente, senza che nessuno se ne accorga, Enrico con Ernani. 

La sostituzione è fin da subito sorprendente: Ernani entra nel personaggio in maniera convincente, è divertito dal gioco, si cala nella parte ma porta con sé le sue conoscenze filosofiche, letterarie e oratorie, soprattutto sprigiona una forza empatica irresistibile.

Così viene descritto nel romanzo il primo discorso di Ernani ad una folla dimessa e delusa da tempo per l’inconsistenza di nuove idee e di programmi atti a far risorgere una forza politica in declino:

Il Segretario salì lentamente gli scalini del palco, rimase per qualche istante immobile poi con voce chiara, vibrante, iniziò a parlare.

“Dici:
per noi va male. Il buio
cresce. Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni
noi siamo ora in una condizione
più difficile di quando
si era appena cominciato.

E il nemico ci sta innanzi
più potente che mai.
Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso
una apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori,
non si può negarlo.
Siamo sempre di meno. Le nostre
parole d’ordine sono confuse. Una parte
delle nostre parole
le ha stravolte il nemico fino a renderle
irriconoscibili.

Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto? Su chi
contiamo ancora? Siamo dei sopravvissuti, respinti
via dalla corrente? Resteremo indietro, senza
comprendere più nessuno e da nessuno compresi?

O contare sulla buona sorte?

Questo tu chiedi. Non aspettarti
nessuna risposta 
oltre la tua.”

Ci fu silenzio, poi un boato sommerse Ernani, un’onda inesauribile di affetto gli si riversò addosso e non parve più cessare … Come riportato in seguito da tutti i cronisti presenti, il comizio del Segretario era durato solo sei minuti. Erroneamente, alcuni giornali attribuirono la poesia recitata da Ernani alla penna dello stesso Segretario. Per giorni i commentatori politici s’inerpicarono in audaci tentativi di interpretazione, in particolare fece effetto il passaggio: “Una parte delle nostre parole le ha stravolte il nemico fino a renderle irriconoscibili”. Molti scrissero che finalmente qualcuno restituiva dignità al senso di una lotta offuscata dall’impotenza e dalla mistificazione.

Dopo quella apparizione in pubblico persino gli avversari sono in deliquio, e anche Anna moglie di Enrico non è indifferente a quell’uomo così simile al marito ma tanto diverso caratterialmente. Insomma il partito ha un sussulto incredibile, i sondaggi deludenti di colpo s’impennano, una nuova forza vitale fa risorgere il partito e anche le forze avversarie sentono la necessità di ascoltare e interloquire con la nuova strategia del partito di opposizione. 

Il senso che lo scrittore dà alla vicenda è che il trono era vuoto anche prima che il vero Segretario mollasse, perché le persone non vedevano più un timoniere, un politico con una visione di futuro per il paese. Dal partito non arrivavano da tempo nuove idee, progetti  coerenti con i bisogni delle persone. Quel trono era occupato solo formalmente, strumentalmente per conservare il potere ad “impostori” lontani dal sentire comune.

Ernani riempie il trono, nell’attimo stesso che pronuncia quasi scherzando il suo primo discorso, quella poesia di Bertolt Brecht “A chi esita” che lui sente propria e che si riversa sulla folla con la forza di una sberla, parla al cuore delle persone perché prendano coscienza dello stato di fatto, della sconfitta, dello svantaggio netto rispetto all’avversario, ma non si proporrà, come avrebbe fatto suo fratello, come l’unico possibile salvatore. Chiederà, come recitano gli ultimi versi della poesia, una comune e generale assunzione di responsabilità “Questo tu chiedi. Non aspettarti nessuna risposta oltre la tua”. Una frase che suona come «Non chiedere cosa può fare il tuo Paese per te, chiedi cosa puoi fare tu per il tuo Paese». Insomma è tutta qui la differenza tra la verità e la finzione del potere.

(M.V.)