LE PAROLE SONO IMPORTANTI

Riceviamo ed ospitiamo un intervento di Matteo Bonanni su Parole e senso comune

“Bada a come parli” – Riflessione sui termini e sul loro utilizzo nel senso comune e nella comunicazione di massa.

Spesso ci troviamo nei nostri salotti o nei nostri luoghi di vita quotidiana a commentare ciò che accade nel mondo, eventi vicini, lontani, fenomeni di facile interpretazione, altri di complessità maggiore, comunque esprimiamo un giudizio di valore che possiamo definire di senso comune, che non ha una reale validità scientifica ma aiuta a mettere in comune punti di vista differenti.

Attenzione, non si sta giudicando il parlato comune ma lo si sta cercando di riportare entro i suoi ranghi, quelli della soggettività poiché l’oggettività non appartiene nemmeno alla migliore macro-teoria. Nel fermento e nell’incertezza della modernità si perde il significato di molte parole, e anche grazie alla comunicazione mediatica contemporanea si pensa che esse possano essere utilizzate a piacimento in situazioni però poco calzanti.

Questo è molto comune sui nostri amati social network e in altri canali più formali, che esasperano la funzione democratica del parlare, non del dialogo, che ha presupposti e intenzioni diverse. 

Molte volte, assumendo che a esprimersi siano individui con specifici orientamenti e gruppi di riferimento , possiamo parlare di bias cognitivi, di euristiche di pensiero, scorciatoie che ci aiutano a semplificare la realtà, altre volte invece ci troviamo di fronte a delle vere e proprie etichette (possibili conseguenze del precedente concetto) che possono portare al conflitto “noi vs. loro”.

È proprio nel campo delle etichette che ci muoviamo, utilizziamo dei termini che hanno ragioni storico-sociali ben precise per attribuire un peso maggiore ad eventi o azioni che reputiamo negative e conseguentemente cerchiamo di amplificare la loro gravità. È opportuno portare alcuni esempi.

La politica è piena dell’utilizzo equivoco o improprio di questi termini, viene etichettata come “fascista” la destra attualmente all’opposizione, dimenticando che il fascismo ha dei caratteri e dei connotati ben specifici… ben sappiamo tutti quali, o meglio… lo dovremmo sapere.

Il termine “fascista”, sempre ad esempio, è stato utilizzato per etichettare l’atto violento dei fratelli Bianchi sul coraggioso Willy Monteiro Durante. L’utilizzo di questo termine banalizza il fenomeno. Quanto accaduto è un atto criminale, molto più simile al crimine di stampo mafioso, quindi organizzato e orientato a compiere azioni in nome di scopi e valori ben precisi.  Gli aggressori, hanno poi scoperto gli investigatori secondo quanto riportato dalle notizie, avrebbero usufruito degli indennizzi pubblici e di entrate maggiori di quelle che potevano ottenere semplicemente con una frutteria. Potremmo quindi banalmente dedurre che avevano una rete non proprio etichettabile come è stato fatto.

Utilizzando il termine “fascista” potremmo inoltre incappare in errate battaglie, politiche, doverose, e storiche in questo caso… il fronte legato agli avvenimenti citati invece, è quello della battaglia contro la prepotenza del crimine organizzato e dell’ignoranza.

Vedete quindi come cambiare un semplice termine da senso non solo alle valutazioni nel presente ma anche alle battaglie future.

L’attenzione per l’uso delle parole può essere rivolta anche ad altri esempi e casi. Prendiamo l’espressione distanziamento sociale”: cosa si intende per sociale? 
Si intende un gruppo? Una relazione? 
 Si utilizza nel nostro quotidiano, impropriamente, la parola “sociale”, quell’insieme di relazioni volontarie e involontarie che vedono come soggetto l’individuo fisico. 

Nel caso della distanza, invitando a leggere il Dizionario di sociologia di Luciano Gallino, si intende o l’accezione strutturale, quindi quanto sono lontane tra loro le classi sociali, oppure il grado di vicinanza o lontananza sin-pathos tra i gruppi genericamente intesi in base alle loro caratteristiche salienti. L’uso di “distanziamento sociale”, risulta improprio in quanto non si impone coercitivamente l’assenza di relazioni, che mutano nelle forme, ma si impone una distanza fisica, interpersonale, da qui, di conseguenza “distanziamento fisico” potrebbe esser proprio.

Altri due esempi attuali sono: la retorica bellica nei confronti del virus e di conseguenza tutti i termini e misure prese che rimandano a scenari di guerra e il modo di chiamare il fondo “Next generation EU” con il banale “recovery fund”, italianizzato, “fondo di recupero”.

Il primo esempio contribuisce a generare più tensione di quella che si genererebbe parlando del virus come fosse una malattia però, d’altro canto, crea una solidarietà come rumore bianco, verso un nemico comune che, non essendo dotato di capacità razionali, non ha espresso nessun atto volto a ledere i confini nazionali. In questo caso abbiamo sia effetti positivi che negativi (la personificazione e l’individuazione di un nemico comune possono non presentare i primi).

Nel secondo esempio si rischia di considerare quelle risorse che arriveranno, come utili a “tappare” i buchi generati dalla pandemia e da altri fenomeni che hanno generato altrettante lacune in precedenza, perdendo di vista l’obbiettivo insito nel nome che la comunità europea ha dato a questo fondo: “fondo per le nuove generazioni”, per il futuro, non per coprire errori del passato, per quelli vi sono altre risorse e altri modi. 

Non recupero ma nuove generazioni.

Si potrebbe andare avanti per ore, ma ci limitiamo a riflettere su questi fatti recenti, alcuni spiacevoli, altri dolorosi e altri ancora semplicemente dati di fatto.

L’intento di queste righe è stimolare la riflessione su ciò che diciamo e in particolare ciò che leggiamo, avvertendo tutto il peso di queste approssimazioni e metafore falsanti.

È possibile parlare di quel che si vuole ma con attenzione al carico di valori che le parole veicolano.

È per questo, dunque, che dobbiamo essere vigili anche nei confronti di quello che i diversi media “passano” poiché abili all’utilizzo improprio dei termini. Anche questo mezzo potrebbe essere usato in modo improprio. Essi generano consenso, dissenso, conflitto, solamente parlando o scrivendo, sono in grado inoltre di fuorviare i significati delle parole, esularle dal loro contesto, svuotarle del valore e del significato reale, per attribuire a posizioni, che per imparzialità definiamo,scomode a seconda del punto di vista da cui le guarda l’autore del gesto mediale. 

Questa comunicazione viene meno, quindi, a quella missione conoscitiva e informativa, e poi di commento, che se tradita genera conflitto, incomprensione e scontro. Specialmente oggi, dove tanto, tantissimo, bisogno abbiamo di dialogo e confronto aperto, questo è un errore che dobbiamo con forza riuscire a smascherare ed evitare.

(Matteo Bonanni)