Non v’è nulla di romantico

in alcuna violenza

Se una cosa ho imparato negli anni (da quelli col 6 in cui sono nata, da quelli col 7 che ho vissuto da bambina, da quelli con l’8 e col 9 che ho abitato da giovane donna, a questi che abito dopo quelli miei col 5), è che benché ci siano azioni che hanno ragioni e motivazioni, a volte prevedibili, a volte comprensibili, a volte sanzionabili, a volte superabili, a volte inaccettabili, non c’è in un atto violento nulla di romantico, mai. Può esserci visione, strategia, luogo convesso della mente, ma romanticismo mai. La parola amore non può accompagnarsi, se non distorta, maltrattata, tradita e offesa, con la parola o la cosa violenta. Con il fatto di sangue, col togliere la vita, col piegare con la forza qualcuno a qualcosa. Vale per i movimenti, vale per lo stato, vale per le nazioni, vale per ciascuna e ciascuno di noi.

Benché il mondo sia pieno di tragedie ed passioni spesso culminati in orribili atti di tormento e di morte, in violenza ed abuso, in cancellazione e orrore, e benché nessuno o nessuna sia al riparo dal potersi trovare nella vita a contatto con tutto questo (per follia, per disperazione, per progetto politico insano, per bisogno di difendere, per ferocia di offendere), e sebbene chiunque possa esser chiamato a guardare nel proprio animo i pensieri più oscuri (nessuno escluso), ciò che distingue la persona sana da quella malata, la persona onesta da quella disonesta, la persona equilibrata da quella che perde o ha dovuto perdere la misura delle cose, è il passare dal pensiero astratto all’atto, dal sentimento all’azione.

E l’azione violenta è sempre, senza alcuna scusante, un atto terribile e irrimediabile, che cambia la vita di chi la esprime e di chi la patisce.

In tutto ciò, la violenza contro le donne, ben più dell’abuso sui minori, contiene un paradosso, un assurdo, un’inaccettabile e dolosa convinzione: che sia culturalmente un male minore, qualcosa da superare nella sfera della famiglia, da ricucire e possibilmente dimenticare, piuttosto che qualcosa da condannare e delegittimare per sempre.

L’orrore degli articoli che parlano d’amore cieco, di gelosia furibonda, di passione e fuoco, sono la peggiore, più insultante menzogna mediatica che, prima la logica dell’onore, oggi quella mediatica della narrazione falsante, restituiscono al genere femminile; continuamente, in questo sì, violato e sconfessato.

Non sono bastati gli anni 60, 70, e 90 a toglier di dosso a ognuna la certezza di dover sempre difendere il doppio, spiegare il doppio, legittimare il doppio, le proprie ragioni. Né bastano i tanti 25 novembre a far andare davvero le ragazze per strada a renderle sicure. Il medioevo itinerante che ciclicamente viviamo ne ferma il passo, ne arresta la certezza del cammino. Le “cattive ragazze” vanno dove vogliono, ma ovunque vadano c’è qualcuno che vorrebbe fermarle.

Il dominio del sé è forse la più dura battaglia di ogni donna, dall’essere donna complicato due volte più che nel vissuto maschile. Persino nel mondo discriminato e ferito dell’esperienza omosessuale, quella delle donne paga ancora il tributo del nascondimento amicale a un sociale troppo fitto di potere maschile persino nel discriminare.

E’ per questo che non bisogna stancarsi, solo uno psichiatra o un terapeuta o un artista o un politologo, o uno statista o un compagno di avventura possono entrare nelle ragioni di chi usa violenza, ma mai, davvero mai, la legge o la persona umana possono non farsi carico di togliere alla violenza il velo della ragione romantica, dello squilibrio emotivo e della ragione di stato, politica o “rivoluzionaria”.

Un delitto rimane un delitto, e la sofferenza personale, familiare e sociale rimane aperta, non si rimargina, può solo cicatrizzarsi e portare il segno.

Per questo, nessuna scusante, nessuna titubanza e nessun minor riconoscimento di colpa alla violenza contro la persona, e contro le donne. Per questo, ancora una volta, nessun dubbio sulla valenza sociale di un oscurantismo e di una ipocrita costruzione di senso nel femminicidio e nella violenza sulle donne come risultato di un malessere e di una arretratezza sociale.

Per questo, ancora, non è il 25 novembre un 25 aprile, e nessuna donna è ancora pienamente libera di essere se stessa. Che ci piaccia o no, in qualunque bolla noi si viva.

A tutte, dunque, un 25 novembre che sia ancora “resistenza”

(n.g.)