L’ITALIA AL CONTRARIO

Nel 1975 la mia tesi di laurea ebbe ad oggetto la grande crisi energetica del 1973, anno in cui si registrò un incredibile aumento del prezzo del petrolio a seguito alla guerra del Kippur e alla  decisione dei Paesi associati all’Opec di innalzarne il prezzo a scapito di Israele e dell’Occidente tutto. Ci fu una repentina impennata delle relative quotazioni ed una drastica interruzione dell’approvvigionamento di petrolio delle nazioni importatrici come l’Italia. 

Un evento drammatico per il nostro Paese totalmente dipendente dalle importazioni di greggio dal medio oriente. Ai cittadini fu richiesto il sacrificio di non uscire in macchina per ridurre il consumo di benzina e venne decretata la chiusura anticipata dei negozi, dei cinema, dei teatri, il riscaldamento fu ridotto al minimo e si spensero le insegne luminose per le strade, molti italiani riscoprirono la bicicletta per muoversi in città. Una profonda crisi economica che vide importanti aziende fermarsi per carenza di rifornimenti e che presto si trasformò in una crisi sociale.

Il periodo buio, molto simile a quello attuale, proseguì con gli anni del terrorismo, culminati con l’uccisione di Aldo Moro nel 1978. Se può consolare, l’Italia trovò la forza per ripartire già ai primi degli anni ‘80 in cui il Pil tornò a crescere per arrivare alla stagione della “Milano da bere”e della neo rivoluzione industriale che vide una grande ristrutturazione dei processi produttivi e innovazioni tecnologiche che ridettero slancio all’economia. Si pensi all’avvio della robotizzazione della catena di montaggio alla Fiat nei primi anni ‘80. 

L’oggetto specifico della mia tesi riguardava l’analisi degli effetti della crisi sul dualismo economico Nord/Sud del nostro Paese. La recessione determinata dalla scarsità delle fonti di energia aveva penalizzato di più il Nord ricco ed industrializzato o il Sud ancora in via di sviluppo e produttivamente ancorato alla agricoltura e al terziario? Le distanze si erano accentuate o si erano ridotte?

A parte le conclusioni cui giunsi con il mio lavoro, nell’occasione ebbi modo di conoscere le valutazioni di economisti e di studiosi di dati e indicatori economici, che in massima parte portavano alla conclusione che il Nord aveva sofferto di più del Mezzogiorno e che questo aveva retto meglio all’impatto determinato dalla carenza di petrolio salvaguardando in qualche modo occupazione e produzione soprattutto nelle aree e settori ancora legati a tradizionali processi di lavorazione.

Se ne dovrebbe dedurre che per abbassare il gap tra Nord e Sud bisognerebbe puntare a periodi di crisi? Che bisogna puntare alla decrescita per raggiungere un’omogeneità economica e sociale? Che non esista una strategia che porti al riequilibrio del sistema puntando sulla crescita e sull’incremento della ricchezza in generale?

No, se ne deduce che l’economia del Sud ha una notevole capacità di resilienza e, per sua natura, riesce a superare eventi traumatici e periodi di difficoltà meglio di altre, infatti ancora mostra vitalità nonostante sia rimasta per tanti anni ai margini delle grandi svolte industriali e dello sviluppo tecnologico ed abbia sofferto di un atavica incapacità di assorbire nuova forza lavoro . 

Quasi mezzo secolo fa, correva l’anno 1972, Il Corriere della sera, con un provocatorio titolo sulla terza pagina del 13 settembre, prediceva per bocca del prof. Saraceno: “Il divario tra Nord e sud sarà colmato solo nel 2020”. Ebbene ci siamo, ultima spiaggia, ultima occasione. All’uscita dall’attuale crisi sanitaria cosa fare, come fare?

Credo che per dare slancio, una volta per tutte, all’economia del Mezzogiorno occorra operare un cambio di paradigma, superare l’idea che il mercato faccia tutto da solo, che basti dargli campo libero, un po’ di risorse a pioggia e qualche tipo di agevolazione fiscale per farlo andare autonomamente. Questo (il Mercato) è intelligente ed opportunista, preferisce le strade comode e in discesa e le osterie con un ricco menù e prezzi modici, ma soprattutto si accasa più volentieri dove ci sono buoni servizi e tanta gente soddisfatta. Corre ad infilarsi là dove le cose girano bene, insomma è il tipo cha si ferma dove vede che dinanzi all’osteria ci sono tante macchine parcheggiate non dove il piazzale è vuoto. Allora bisogna capire finalmente che il contesto sociale, strutturale e geografico possono rappresentare attriti insuperabili se non vogliamo pareggiare i conti tra Nord e Sud con la decrescita, fino a somigliare alla Corea del Nord, dobbiamo pensare al paese in un altro nuovo modo: l’Italia al contrario, Se l’evoluzione geologica del pianeta si fosse alla fine concretizzata come la vediamo nella fantasiosa carta geografica dell’Europa sopra indicata come sarebbero andate le cose, con i siciliani e i calabresi confinanti con austriaci e svizzeri ad un passo dai tedeschi, i pugliesi a confine con i francesi? 

Sono sicuro che vivremmo oggi una realtà completamente diversa con dei calabresi un po’ crucchi, tutto ordine e precisione, dei siciliani un po’ austroungarici poco spiritosi e appena xenofobi, per non parlare dei pugliesi con l’erre moscia, a volte arroganti e supponenti. Che fine avrebbero fatto i neo meridionali, lombardi, veneti, piemontesi ecc…? non so, ma sicuramente si darebbero meno arie di ora.

Scherzi a parte, il senso della mia iperbole “l’Italia al contrario” è che la geografia ed il contesto oltreconfine determinano in modo drammatico il destino di un popolo, di una regione, di una comunità. L’essere contigui alle aree più ricche e produttive del pianeta spesso rappresenta un grande vantaggio e questo vantaggio è stato determinante nel momento della fase della grande espansione, della rinascita europea dopo la seconda guerra mondiale. La conseguente ricostruzione di aziende ed infrastrutture ha privilegiato il Nord per ovvie ragioni di mercato, in fondo l’unico ostacolo al libero e veloce transito delle merci era rappresentato dalle Alpi. Tutto il resto del Paese per godere delle stesse opportunità avrebbe dovuto costruire autostrade, ferrovie e porti. Non è che non si sia fatto niente, ma il grosso si è fermato a Roma. L’autostrada Salerno – Reggio Calabria è stata completata solo qualche anno fa, e l’AV ferroviaria è ancora nel libro dei sogni. 

“Percolazione” è una parola che non usano solo gli idraulici, ma è in uso anche in economia. Indica un fenomeno, assimilabile a quello fisico di un recipiente che trasborda per il troppo pieno o perde per eccesso di contenuto, se vi è un recipiente sottostante via via si riempirà anche quello. Così per “percolazione” le regioni prossime alle aree che hanno costituito e costituiscono il motore economico dell’Europa si sono irrobustite e sono cresciute tanto da diventare esse stesse dei veri motori produttivi. Il fenomeno è tanto evidente che per convincersene basta guardare i paesi d’oltre cortina che, con economie completamente dissestate, appena entrati nell’UE hanno fatto un enorme progresso in pochissimi anni (Germania dell’Est, Slovenia, Ungheria, Repubblica Ceca), al contrario le periferie (Grecia, Sud Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda) zoppicano, non trovano pace, ogni piccolo temporale le mette in difficoltà.

Se vogliamo voltare pagina ed adottare una strategia adeguata dobbiamo proprio recuperare il nostro Sud perché, da molti anni l’Italia sta rinunciando a mettere a profitto quasi mezzo Paese, una squadra di calcio che tiene in panchina metà dei suoi componenti, un’immensa ricchezza di donne e uomini che non viene messa in condizioni di dare il massimo per migliorare l’economia nazionale a vantaggio di tutti.

Se non ora quando? Nel senso dato alla frase da Primo Levi. Non si può aspettare che le cose si sistemino da sole, ovvero che il mercato faccia da se il lavoro che serve, ma raccogliere i pezzi e ricostruire subito, dovrebbe essere il motto di una nuova strategia con l’obiettivo preciso e irrinunciabile di mettere il Mezzogiorno al centro di un grande progetto nazionale ed europeo di recupero e crescita. Insomma dobbiamo portare il nostro Sud al Nord affinché sia contiguo alle aree in forte vantaggio economico e sociale. Non possiamo capovolgere la penisola, ovviamente, ma possiamo creare le condizioni per cui ci sia un capovolgimento virtuale, ma tanto efficace da valere quanto un capovolgimento fisico.

Non risorse destinate all’assistenzialismo, non risorse destinate a multipli progetti localistici senza respiro strategico, ma grandi infrastrutture, lavoro e istruzione. Queste sono le parole chiave per ribaltare la situazione. Le prossime finanziarie dovrebbero contenere un capitolo prioritario per il Mezzogiorno, anche con sacrificio delle altre aree del Paese, perché dobbiamo capire che se non facciamo uscire oggi il Sud dalla sua emarginazione l’Italia non avrà un futuro.

Non possono esser di ostacolo ad una visione di questo genere i soliti argomenti che pongono in primo piano le controindicazioni per la forte presenza della criminalità organizzata. Se non ora quando le strutture dello Stato garantiranno legalità ad una normale attuazione di un grande programma di investimenti e ad un’importante circolazione di risorse finanziarie?

Facciamo tutto quello che serve per raggiungere un obiettivo tanto ambizioso quanto vitale. Una grande e convinta collaborazione delle Regioni con il Governo centrale che identifichi il recupero dell’economia meridionale al livello di priorità assoluta e che sviluppi un piano a breve dove gli investimenti siano prioritariamente finalizzati a tale scopo. Una ferrovia che sia in grado di percorrere l’intera penisola, da Torino o Venezia fino a Palermo o a Taranto, proseguendo la rete AV oltre Napoli e oltre Salerno, non può più aspettare; una rete ferroviaria che percorra la Sicilia come una grande ragnatela non può essere ancora rinviata; una definitiva normalizzazione dei servizi, in primis quelli rivolti all’istruzione di alto profilo che sforni professionalità in linea con i tempi e lo sviluppo della comunicazione digitale sono ormai processi irrinunciabili.

Se non vogliamo giocare la partita più importante che ci attende nell’immediato futuro con mezza squadra in panchina dobbiamo deciderci finalmente a capovolgere la nostra penisola: il nostro Mezzogiorno dovrà somigliare ad un gigantesco cantiere per diventare il nostro nuovo Nord. Questo dovrebbe essere un mantra, una convinzione interiorizzata di tutte le strutture decisorie e dei cittadini del nostro Paese.

Un’utopia? Speriamo di no.

(M.V.)

P.S.: Chi volesse approfondire il tema del Mezzogiorno nella nuova geografia europea delle disuguaglianze, può consultare il Rapporto SVIMEZ 2019 sull’economia e la società del Mezzogiorno:

*immagini da: PinoAprileblog, L’eco del Sud, la Gazzetta del Mezzogiorno, Il corriere della sera e Il Messaggero.