La bellezza ci potrà salvare

In fondo – scriveva Albert Camus – non c’è idea cui non si finisca per fare l’abitudine, e noi a quello che accade e viene detto ogni giorno, l’abitudine l’abbiamo fatta. Se così non fosse, dovremmo avere di frequente un sussulto di indignazione guardandoci intorno.

Indignazione non sdegno. Lo sdegno, scrive Enrico Carofiglioper il Devoto-Oli è una reazione di risentimento misto a disprezzo” mentre “l’indignazione è la ribellione a quanto offende la dignità propria o degli altri. La prima parola esprime un sentimento sterile e tossico, la seconda allude invece ad un’idea nobile di rifiuto attivo delle ingiustizie e dei torti”. Quotidianamente assistiamo ad un esercizio costante dello sdegno, mentre sarebbe necessaria ed auspicabile una tenace pratica dell’indignazione.  Inveire, urlare verso chi e cosa non ci piace, da una parte esorcizza i problemi, dall’altra trova un obiettivo per incanalare la propria rabbia indecifrata ma che non produce nulla perché tutto accade senza attraversare la coscienza.

Quando abbiamo smesso di indignarci salendo su una metropolitana di Roma colpevolmente e vergognosamente sporca, piena di scarabocchi fatti con bombolette spray all’interno dei vagoni e sui vetri tanto da non poter vedere l’esterno? Quando abbiamo smesso di indignarci per le facciate dei palazzi imbrattate, ripulite e poi di nuovo imbrattate? Non quelle dei Parioli o del quartiere Trieste, che in quelle zone forse i soldi per ripitturare le facciate li hanno, ma, oltre che nei quartieri popolari e periferici dove si aggiunge degrado a degrado, perché è vero che se una situazione è già degradata non c’è scrupolo a peggiorarla, anche nei quartieri di piccola e media borghesia, ammesso che queste categorie abbiano ancora un senso, dove il ceto medio sempre più impoverito, fa fatica a pagare le rate di condominio. Quando abbiamo smesso di indignarci vedendo che non un centimetro pulito è rimasto su tanti muri della nostra città?

Non Street Art, i cui palazzi pitturati da artisti italiani e stranieri sono stati inseriti nelle guide di Roma, meravigliosa arte urbana che ha riqualificato interi quartieri, no, scarabocchi brutti, inutili, insignificanti, il cui unico scopo forse è  illudere chi li fa, di esistere oltre il proprio noioso quotidiano, ma, probabilmente, anche quello di esprimere la propria insoddisfazione e la rabbia nei confronti della società, aggiungerei anche disprezzo, un disprezzo che tutto e tutti include compresi loro stessi. Perché tutti, oltre il danno economico, camminiamo in quelle strade, abitiamo in quei palazzi, prendiamo la metropolitana ed ogni giorno siamo costretti a vivere immersi in una avvilente bruttezza.

Negli anni ’60 e’70 del secolo scorso, anni di ribellione giovanile per eccellenza, e non solo, tra i gesti più eclatanti e simbolici dei giovani che contestavano, c’era quello di andare la sera della prima, il 7 dicembre, Sant’Ambrogio, fuori la Scala a prendere di mira con uova marce le pellicce delle signore della Milano “bene”, cosa non accettabile e condivisibile, ovviamente, ma con una sua logica. Che logica può avere imbrattare la metro, considerando che i mezzi pubblici vengono utilizzati da quelli che qualche conto ogni mese se lo devono fare, ed i palazzi dei quartieri medio e medio bassi, nonché divellere le panchine nei parchi, vandalizzare i giochi per i bambini e via dicendo?

Di fondo, credo, ci si sia allontanati dal comprendere e riconoscere la bellezza e da quanto esservi immersi, possa gratificare e far vivere meglio, e come questo allontanamento corrisponda al non essere stati più in grado di educare a vivere non solo nel rispetto del bello ma ad attivarsi per produrlo nel proprio agire quotidiano. 

 Risultato non legato all’istruzione, o al livello di scolarizzazione. I versi della Divina Commedia di Dante venivano letti ed apprezzati in piazza della Signoria già nel XIV secolo, in un passato ancora più remoto nei teatri si rappresentavano le tragedie e poi via via si eseguivano concerti e opere che anche il popolo amava e c’era sempre nei teatri uno spazio dedicato proprio alle fasce di popolazione meno abbienti che apprezzavano molto e con competenza, per arrivare a tempi più recenti.

Nei primi anni della televisione, a fronte di un tasso di analfabetismo elevato, la rai produceva programmi di notevole spessore culturale, programmi di altissima qualità con un discreto livello di complessità, seguiti con grande interesse. Ed anche se oggi il 98,6% degli italiani è alfabetizzato, (sfiora però il 30% la quota di cittadini tra i 25 ed i 65 anni con limitazioni nella comprensione, lettura e calcolo) in base a dati emersi da un’indagine realizzata per la Fondazione Feltrinelli dall’Istituto Carlo Cattaneo, assistiamo a comportamenti, esternazioni e manifestazioni che lascerebbero pensare non solo ad un analfabetismo di ritorno quanto piuttosto ad un imbarbarimento generalizzato della nostra società.

Il Bello, ricordando anche il concetto che ne avevano i Greci, non può che suscitare sensazioni piacevoli indipendentemente dal fatto che si possegga. Il Bello è quello che ci dà una sensazione di ammirazione, meraviglia: un paesaggio, un tramonto, una bella musica, un bel quadro. “…questo accade perché, consciamente o inconsciamente, effettuiamo un paragone con un canone di riferimento che abbiamo dentro di noi e che può essere innato o acquisito. –  scrive Anna Maria Pacilli, psicoterapeuta – il Bello abita fuori di noi, ma alberga anche dentro di noi, altrimenti non sapremmo riconoscerlo. Deve esserci una corrispondenza tra l’interno e l’esterno, una sorta di specchio, in cui il bello esterno deve riflettersi”. La bellezza è un sentimento del soggetto che vede, ascolta “sente” le cose, sosteneva il filosofo Alexander Baumgarten e quindi se stiamo vivendo un momento felice sarà facile riconoscere ed apprezzare il Bello intorno a noi, ma se viviamo uno stato d’animo pieno di negatività, difficilmente riusciremo a riconoscere ed apprezzare la bellezza per quanto intensa possa essere. 

Due elementi sono importanti:

  • Avere un canone di riferimento che abbiamo dentro di noi che può essere innato o acquisito, e quindi sapere che si può  educare alla bellezza (perché oggi questo sentimento innato, sia stato coperto e soffocato da altro, merita uno spazio ben più ampio); ma importante sottolineare che la scuola in questo ambito può fare un gran lavoro, che i mezzi di informazione, la televisione pubblica, la rai per prima, dovrebbero tornare ad avere (non solo nei canali dedicati alla cultura ed alla scuola), uno stile più sobrio, dopo aver sdoganato negli anni, sfidando al ribasso le tv commerciali, modalità volgari, pesanti insulti, turpiloquio, aggressione verbale. Aver messo in onda programmi di qualità scadente, che spesso veicolano disvalori, certamente non ha aiutato.
  • Sapere che uno stato d’animo negativo non solo impedisce di apprezzare la bellezza ma spinge, basta guardarci intorno, a ridurre tutto quello che circonda, al proprio livello di negatività, estraneo a qualunque forma di bellezza.

C’è tanto da fare e tanto su cui lavorare per attivare il circolo virtuoso: vivere in città più verdi, belle, pulite in cui le persone si sentano più gratificate e siano più serene e positive, e il circolo, una volta messo in moto, potrà produrre effetti su tanto altro. Dovremmo cominciare subito, ogni minuto che passa è un minuto perso perché, mutuando le parole di Dostoevskij “il mondo sarà salvato dalla bellezza”.

(MCP)

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