Giudecca

le vite sognate degli angeli

Era una notte fredda, senza luci. Miskin si trovava a passare, come ogni giorno all’alba, dalle parti della Locanda Montin – fondamenta zattere al Ponte Longo 1473, Dorsoduro, a Venezia – portando a spasso Ippolito, il suo vecchio spinone.

Ripensava però quella sera al sogno che lo aveva invaso nella notte appena spenta, e non riusciva a darsi pace. No, proprio no.

Era Venezia, da qualche tempo, abitata in gran parte da commercianti e gondolieri che la crisi del passato anno covid19 2020 aveva messo in disuso dalle logiche turistiche di un tempo.

Molte botteghe, e molti marinai, già da tempo se rimanevano in città non sapendo davvero cosa fare. Erano lì, in attesa, e persino la minaccia di sempre, l’acqua ribelle del mare che invadeva le strade, di campo in campo, non sembrava esser poi così molesta tanto era pieno il silenzio di una città inoperosa. 

Da quasi due anni Miskin viveva lì, con il suo cane, dopo aver scelto di fermarsi dal suo lungo vagare fra le città disperse, in attesa che qualcosa portasse un segno di cambiamento.

Riposava in un albergo a conduzione familiare, e la sua unica passeggiata albina lo portava piano a visitare la Punta della Dogana, come sperando in un orizzonte abitato.

Ma in quel mattino il sogno che serbava ancora fra le palpebre impastate dal sonno, lo infastidiva davvero.

Aveva sognato di trovarsi, con il fido Ippolito, seduto al lato di un negozio di pani e dolci, chiedendo l’elemosina. E anche in sogno essere un mendicante sta stretto, come trovarsi in un abito sgualcito di misura insufficiente.

Mentre sostava con una scatola d’ordinanza e una coperta per il suo cane, aveva visto un gruppetto di volontari che reggevano ceste chiedendo agli avventori del forno di lasciare qualcosa per i meno protetti, i così detti più fragili.

Evidentemente nel sogno riecheggiava la convinzione onirica del calendario reale. Si era per certo, il mondo e Miskin, e Venezia, nei giorni dell’Avvento.

Miskin si trovava dunque lì; e vedeva che chi entrava, nonostante la povertà di tutti, e le richieste dei volontari, la gente non saltava di provocare il suono della moneta nella sua scatola, e di questo, Miskin, che aveva messo anche lui il suo kilo di pane per i poveri, lo faceva sentire, davvero, un po’ meno povero se la grazia del Signore e delle signore e signori non tradiva, intanto, anche lui.

Il sogno era lungo e le ceste del pane e dolciumi si riempivano. 

Ma, come in ogni sogno che possa dirsi tale e si rispetti, il suo Morfeo riprendeva le briglie e iniziava a sentirsi aria di tormenta e quasi d’incubo.

Vedeva i volontari osservare il panettiere guardare con insistenza le loro ceste. Che erano belle, odoravano di buono, sapevano il sapore della bocca che fa festa.

Il panettiere, che nel sogno si faceva sempre più piccolo e diciamolo, persino un po’ meschino, si avvicinava sempre più con lo sguardo, ma solo con lo sguardo, ai volontari. Fino a portare sino a loro la sua voce sibillina, fattasi stridula nel freddo umido del sogno.

Miskin provava ad ascoltare, avanzando la schiena come a curarsi che il vecchio Ippolito fosse al riparo nella sua coperta. Fu così che nel sogno si era sentito ascoltare il piccoletto infarinato che diceva ai volontari che dovevano andar via. 

“Ma come, sentiva dire a quei ragazzi e ragazze, ma perché?”. La voce sibillina lasciava intuire che non si poteva, no, non si poteva, proprio no, non si poteva, perché tutte le ceste, sia pure di pane, devono avere un sol timbro. Un timbro quasi reale.

Ma cosa dice, pensava Miskin, a cosa serve un timbro su una cesta di pane per chi ha fame? E infatti anche i ragazzi chiedevano: “di quale timbro parla? E perché mai fermarci?”. Il piccoletto si arrampicava sulla strana convinzione che il proprietario della catena dei negozi del pane, un tempo assai vicino a chi lavorava e sperava, ad oggi non poteva che accettare, dalle sue parti, i portatori di pane mandati dalla provvidenza a moltiplicare le mani, ma soltanto chi aveva il bollino del reame sul dorso della bicicletta, come si sa unica forma di ruota ammessa a Venezia, e per di più con la crisi funesta che c’era da più di un anno.

Era stato così che Miskin, sempre più inquieto e stranito, sempre più simile a Ippolito nel non parlare troppo la lingua del luogo, si era trovato a infreddolirsi, sempre più pensando: a questo mondo non conta che il pane arrivi, ma che a portarli sia sempre e solo la carrozza del Re.

E con questo pensiero da affamato si era destato infreddolito e assai stanco. Come se il sogno lo avesse consumato.

”Era per questo [penso io che vi racconto questo sogno, che come ogni sogno e racconto che ne derivi è opera di fantasia] si era recato passando per la locanda Montin, fino alla punta della Dogana, in una lunga, bagnata passeggiata, cercando con lo sguardo la Giudecca, e la casa dove riposano i poeti, i viaggiatori in elicottero, i sognatori, quando alla fine si svegliano da una vita incomprensibile.

Ecco, pensava Miskin, forse lì… forse lì finalmente…

(ng)

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