Bir Başkadır

Le parole per dir-se-lo

Poche esperienze di fruizione televisiva sono state, di recente, per me, vive e terapeutiche quanto la visione di Ethos, in originale Bir Başkadır.

Ambientata ad Istanbul, la serie delinea tutta una serie di dinamiche interpersonali, interpersonali e sociali, che rievocano e approfondiscono e suggeriscono chiavi possibili a partire da ciascun personaggio.

Se centrale sembra essere il tema del femminile in una società culturalmente divisa, antagonista, in realtà si snodano intorno ad esso moltissimi altri temi: la transizione anagrafica, il viaggio post traumatico, il riconoscimento dell’ombra (Jung e non Freud per tutto il narrato terapeutico), i legami familiari, il tema dell’adozione, la perdita, la relazione con l’altro, il pensiero religioso e il fanatismo, la stratificazione economica, le relazioni sentimentali, il dono, la promessa, il perdono, la vendetta. Insomma, chi più ne ha più ne metta.

Il sogno sembra essere il grande assente lungo questa lunga narrazione analitica, che più parla di setting e transfert di quanto non parli dell’Es. Il tempo lungo delle prime due puntate si fa più stretto e veloce al rivelarsi delle storie. Piccoli incanti fotografici, e un tema musicale che si accosta con lacerante distanza temporale dall’oggi. Ho riconosciuto dopo molti decenni il tema di “Ultima neve di primavera”, da noi uscito negli anni 70, sotto il dialogo straziante su paternità, vedovanza, scoperta di sé, adultità e distacco, fra il padre e la figlia, là dove ci si salva dal dolore in una sorta di francescanesimo dell’accoglienza. E di pietà e amore attraverso l’omissione. La pietà di sé che ritorna nell’uomo che abusa, ma anche nella bambina abusata che lo sposa.

La rivalsa dell’amore sulla violenza, ma anche la necessità di vederla, toccarla. E tutte le promesse, a se stesse, a se stessi, ed agli altri. Una immersione in una dimensione terrena senza alcun rifermento che vada oltre. Identità multiple eppure ferme, il canto che risana. La carezza che colma. Lo sguardo dei bambini cui viene tolta la voce da tutto ciò che non ci comprende, non “si” comprende. E la voce che ritorna, come sintomo di un salto, di un azzardo per vedersi vive e vivi.

Insomma, si esce risanati, come con dentro un respiro per l’altro. Altro che accade, che può accadere. E con un senso forte del valore della conoscenza. Di sé. E non dell’altro. Di sé per poter dire l’altro.

Se avete 8 ore da spendere per voi stessi e voi stesse, vedere Ethos è un dono che potreste farvi, e una promessa.


(NG)