La quieta assenza e i testimoni

Se una cosa il Covid 19 ci ha insegnato, ha portato con sé, ma pare non abbastanza, è l’importanza di un sistema di assistenza sanitaria libero e gratuito, e capace di eccellenza.

Nel tornado di variazioni sul tema della perdita che la pandemia porta con sé, che toccano le economie, le forme di convivenza, i luoghi di costruzione di presente e futuro, l’arte, la religione, la filosofia, la morale, al centro di tutto la solitudine della persona nella moltitudine che siamo come umani.

In ogni casa, per ogni dove, convivono una dimensione sociale e politica dei problemi generati, e una condizione individuale di certa solitudine. La solitudine di chi si ammala. La solitudine di chi perde la vita, la solitudine di chi assiste senza poter assistere, senza poter “fare”. Perché spesso il fare ci dà speranza, ci sottrae sia pur temporaneamente all’impotenza, ci dis-trae.

Nel nostro quartiere, ieri sera, la comunità cristiana ha salutato, con i genitori, il corpo assente della giovanissima Eleonora, morta a 30 anni senza aver avuto la necessaria cura. Lo spazio del sanare, del prendersi carico del male, lo spazio della narrativa medica “paziente”. Il nostro compito è non dimenticare la dimensione umana, non perdere di vista la solitudine dell’occhio, perché sanando quella possiamo forse sperare di portare conforto a quella ben più dura del cuore.

Come un’acqua cheta, la pandemia ha scavato dimore per le solitudini e disimparato il dimorare come protezione e accoglienza, come ansa per protezioni “sociali”. Né il freddo, né il dolore, né la scissione dei legami, né la dispersione dei bambini sono portate ai nostri occhi.

La dimensione calcistica che assume la giostra mediatica che ruota intorno alla crisi di governo è aberrante. Una gara allo spunto che non ha pari fra le espressioni che non hanno vergogna.

Mentre si muore, si dolora e si piange, mentre famiglie e persone vanno sul lastrico, mentre una certa chiesa attacca la carità che la grande Chiesa di Francesco la invoca, oggi che è domenica, voglio pensarmi, pensarvi, pensare, come occasione di distacco da tutta quante questa quieta assenza di necessario pudore. Assenza di ragione, assenza di sentimento del dovuto, del giusto, della feroce urgenza di portarlo fra noi.

Quando la casa brucia, come scrive Agamben nel suo bellissimo e doloroso libretto, occorre dare testimonianza. Solo questo, forse già basterebbe a tras-formare le cose. Le relazioni, i sentimenti, le azioni.

(NG)

G, Agamben, Quando la casa brucia – 2020

L’immagine in evidenza riproduce il Contadino che brucia sterpi di Vincent Van Gogh, 1883