UN CAVALLO SENZA CAVALIERE

Un cavallo senza cavaliere fa pensare a praterie, immensi spazi verdi dove la libertà è garantita dall’assenza del suo atavico domatore. Un cavallo senza cavaliere suscita la fantastica sensazione di natura libera, habitat da paradiso terrestre. Un altro cavallo senza cavaliere, al contrario, ci mette tristezza anche rabbia e rancore, è il cavallo di viale Mazzini, il simbolo della RAI. Sulla sua groppa, all’apparenza vuota, si sono alternati e si alternano continuamente cavalieri maldestri, si incrociano, si moltiplicano, in due o tre contemporaneamente fino allo strazio. La povera bestia, pur monumentale per dimensioni e fattezze, è un ossimoro della sua stessa essenza. In bronzo, alto quasi cinque metri e scolpito in una posa classica da battaglia dall’artista siciliano Francesco Messina, ha da sempre sollevato un interrogativo in studiosi e osservatori: si tratta di un cavallo che cade morente o di un cavallo che si rialza rampante? 

Ci sono stati momenti di entusiasmo nel palazzo antistante, la sede RAI di viale Mazzini, quando si poteva interpretare la dolorosa posa equina come un sussulto di sopravvivenza, ma oggi la sua postura si può leggere solo come uno stramazzare a terra, assediato da bande arroganti e sopraffatto dal peso del “Servizio Pubblico”, che trascina a fatica senza entusiasmo, solo per dovere. Il Servizio Pubblico RAI, la missione principale della TV di Stato, oggi appare come una vistosa etichetta che copre un complesso di scadenti palinsesti dai faziosi contenuti proposti ad un’utenza disarmata, irretita e spesso indignata.

Le nomine alla RAI hanno sempre avuto una terribile ritualità, chiamata “lottizzazione”. Ma anche le parole hanno le loro stagioni e cambiano con il tempo. Quella categoria si riferiva ad un’età che vedeva una chiara e sostanziosa presenza dei partiti, ma la loro ingerenza era mitigata dal fatto che i partiti disponevano generalmente di panchine lunghe ed assortite da cui estrarre  nomi anche qualificati. Spesso si trattava di professionisti capaci, che al di là del metodo spartitorio, che li aveva generati, erano comunque portatori di competenze ed esperienze specialistiche e manageriali. Una caratteristica quasi fondante di un apparato abituato a muoversi nei pressi del sistema politico, ma da un po’, soprattutto da quando il sistema dei partiti si è indebolito ed è stato sostituito da gruppi di potere (capi politici e loro staff, salotti, consorterie varie), il modello si è incrinato. Il risultato è che oggi il sistema è in mano a manovratori della comunicazione e dell’informazione che non sono più facilmente riconoscibili. Questo impedisce all’utente di utilizzare i giusti filtri di giudizio che automaticamente entrano in funzione quando si sa colore e posizione della fonte. Se conosco il colore politico o la categoria sociale di chi mi dà un’informazione sono in grado di fare la tara, ma se la fonte non è riconoscibile sono indifeso.

Affermava un grande giornalista televisivo della prima Repubblica Jader Jacobelli, riferendosi alle varie situazioni europee: “Ciascuna televisione nazionale ha sue specifiche caratteristiche e sarebbe vano ricercare un comune denominatore nei diversi ordinamenti. Ma ciò che rende tali i servizi pubblici europei sono alcune esigenze condivise: la prima è quella che per servizio pubblico non deve intendersi servizio di Stato, e men che meno dei governi e dei partiti, ma servizio alla comunità nazionale; la seconda è che, per svolgere al meglio la loro ‘’missione’’, per essere imparziali ed obbiettivi, i servizi pubblici devono essere il più professionalmente autonomi dal potere politico e quindi ancorati a organi di garanzia civica; la terza esigenza è che debbono avere entrate coerenti che non condizionino la loro programmazione, cioè siano il più possibile pubbliche”.

Se fosse ancora tra noi Jader Jacobelli  inorridirebbe dinanzi allo spettacolo o meglio agli “spettacoli” che offre la nostra TV di Stato gravata dai sui antichi problemi, oggi più evidenti di ieri. Il primo è quello di cui si è detto sopra, la lottizzazione generalizzata (non più tra reti, ma tra le strutture dei palinsesti e perfino dei programmi), il secondo è che il servizio pubblico della RAI è il più «commerciale» d’Europa avendo la quota della pubblicità sui ricavi più alta,  con quel che ne consegue: ricerca spasmodica di audience in competizione con le reti commerciali e perdita graduale ma irreversibile delle sue originarie vocazioni (informazione, cultura, formazione civica). Il risultato è quello che vediamo tutti i giorni, un’informazione scadente ed una qualità dei programmi, riconducibili al pubblico servizio, inferiore a quella riscontrabile sulle reti commerciali. Non si può accettare che siano queste ultime a battere in concorrenza la RAI nel suo core mission (l’informazione) per cui si è costretti a fruire delle concorrenti Mediaset, la 7 e sky nonostante il pagamento del canone. Né si può accettare che la maggior parte dei programmi, anche i più insulsi talk show, tirino spudoratamente verso una sponda e impongano una propria ideologia incarnata in personaggi, anche figli della prima repubblica, che abbracciano ogni nuova fede, purché sia, e ingombrano la scena o peggio occupano imperituri la tv di Stato.

La Legge di riforma passata in parlamento nel 2015 ha tentato di riconciliare il sistema con i modelli europei, introducendo qualche novità nella governance, ridimensionando i membri del Consiglio di amministrazione, introducendo  tra i requisiti per la nomina l’onorabilità, prevedendo, inoltre, che la composizione del CdA sia definita favorendo, fra l’altro, la presenza di entrambi i sessi e l’assenza di conflitti di interesse, ma non ha modificato sostanzialmente, a causa delle resistenze e delle ostilità di vario genere, il modello di selezione del management che resta comunque legato alla piramide politica che governa il paese.

Un’anomalia quella italiana che non è dato riscontrare in altri tra i principali paesi UE, dei quali qui appresso sinteticamente si riporta.

GRAN BRETAGNA

Il sistema inglese è oggettivamente tra i migliori, perché la BBC nasce e vive con l’ obbiettivo principale di garantire il servizio pubblico ed ha quindi una struttura funzionale a questo scopo, non ha pubblicità, è finanziata dal solo canone.

Il servizio pubblico viene garantito da un Agreement (formalmente approvato dalla Camera dei Comuni) fra BBC e Governo, che stabilisce tra l’altro l’indipendenza editoriale nella scelta dei programmi e dei palinsesti, nella gestione e gli obblighi della concessionaria per quanto riguarda la qualità dei programmi e il rispetto degli utenti.

La BBC gode di un notevole grado di autonomia, sia dal Parlamento che dal Governo che, a parte indicare dei Governors della Corporation, può solo chiedere la trasmissione di messaggi governativi o il divieto di diffusione di messaggi relativi a vicende particolari, ma l’unico divieto effettivo di cui si ha memoria fu emanato dalla Tatcher per impedire la diffusione di messaggi dell’ Ira.

FRANCIA

Nel sistema francese la governance è sostanzialmente separata dalle strutture politiche. La nomina del management avviene con articolate procedure di garanzia che coinvolgono anche il Capo dello Stato.

La legge n. 86-1067 prevede che il potere di regolazione del sistema radiotelevisivo pubblico sia affidato ad un’autorità amministrativa indipendente dal potere politico. Tale autorità, cui è attribuito in generale il potere di garantire l’esercizio della libertà di comunicazione audiovisiva, è il Conseil Supérieur de l’Audiovisuel (CSA) composto da sette membri (scelti rispettando la parità di genere) nominati con decreto del Presidente della Repubblica. La designazione avviene mediante un complesso meccanismo, mirato a limitare l’influenza delle parti politiche, che coinvolge il Capo dello stato, i Presidenti delle due Camere e le commissioni competenti per gli affari culturali. 

Il Presidente della holding pubblica, denominata France télévision,  è nominato dal CSA. La holding gestisce cinque canali televisivi nazionali mediante società concessionarie. Ognuna di queste ha però un proprio Consiglio di amministrazione composto da 12 membri, nominati in modo da garantire il pluralismo.  Come in Italia Il canone televisivo (contribution à l’audiovisuel) è la risorsa principale dei diversi soggetti del sistema radiotelevisivo pubblico, decisamente minore è l’apporto della raccolta pubblicitaria.

GERMANIA

Il servizio pubblico tedesco è molto variegato e dà grande spazio ai Lander. Un sistema che garantisce una sicura pluralità e un largo orizzonte informativo con la partecipazione anche di emittenti estere.

Il servizio pubblico comprende due canali tv nazionali, Ard e Zdf, otto regionali  e quattro canali tematici. Tre di essi sono gestiti congiuntamente da Ard e Zdf (Arte: canale franco-tedesco, Kinderkanal: per i bambini e Phoenix: informazione parlamentare), metre il quarto, 3Sat, è gestito in partnership con le emittenti pubbliche di Austria e Svizzera tedesca.

Il sistema ha una forte impronta federale, sono i Lander e non lo Stato centrale ad avere la responsabilità normativa sulla tv. Le istituzioni politiche non hanno alcuna influenza diretta sulla programmazione, ma intervengono politicamente al momento di negoziare gli accordi fra i Lander.

Il governo del servizio televisivo è nelle mani dei Consigli televisivi, organismi locali, derivanti dai parlamenti dei singoli Lander, formati dai vari gruppi di interesse della società: settore produttivo, scuola e Università, donne, religioni, arti, giovani. Dettano gli indirizzi generali degli enti televisivi e controllano il rispetto dei principi che regolano organizzazione e taglio dei programmi.

L’ unica autorità federale – il Ministero federale delle poste e telecomunicazioni – ha solo funzioni di gestione tecnica, diffusione e pianificazione delle frequenze.

SPAGNA

Il sistema spagnolo offre una forte garanzia di pluralità in quanto, se pure la governance è originata nell’ambito delle strutture politiche (camere dei parlamentari), un meccanismo di nomina del management a maggioranza qualificata assicura il determinante coinvolgimento delle minoranze.

La gestione del servizio pubblico radiotelevisivo è attribuito alla società Corporación de Radio y Televisión Española (RTVE). Dal punto di vista degli assetti societari RTVE è una società per azioni, a capitale interamente statale, che opera in regime di diritto privato con particolari margini di autonomia. Alla RTVE fa capo, oltre la società che gestisce la radiofonia,  la società controllata incaricata dell’effettiva erogazione del servizio pubblico televisivo: la Sociedad Mercantil Estatal Televisión Española.

Il Consiglio della RTVE è composto da dieci membri di riconosciuta esperienza e competenza, secondo il principio della composizione paritaria dei sessi. I consiglieri sono eletti dal Parlamento con votazioni che richiedono una maggioranza dei due terzi o la maggioranza assoluta a condizione che la candidatura sia appoggiata dalla metà dei gruppi parlamentari. 

Il sistema televisivo pubblico spagnolo, che comprende 5 canali nazionali sul digitale terrestre, di cui

 4 trasmettono anche in HD, non prevede un canone e dal 2009 ha eliminato la pubblicità in favore di un sistema di finanziamento basato su entrate pubbliche.

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Tirando le somme si arriva alla conclusione che anche in questo campo, quello della qualità dell’informazione di massa e delle proposte culturali attraverso la TV di Stato, siamo tra gli ultimi in Europa e questo spiega in parte la scarsa capacità di oggettivare il proprio giudizio su fatti politici e sociali da parte di larghe fasce di popolazione, nonché l’insorgente disinteresse delle nuove generazioni verso temi ed eventi culturali, storici e politici che le rende particolarmente vulnerabili al verbo di moderni pifferai.

(MV)

Fonti bibliografiche:

  • Camera dei Deputati. Temi dell’attività parlamentare della XVII Legislatura
  • Francoabruzzo.it (“l’anomalia italiana. Il servizio pubblico nei principali paesi europei)
  • Pasquale Rotunno, ‘’La Tv in Europa’’ – (Rubbettino)
  • Rivistailmulino.it