ROMA CAPITALE – UNA CITTA FATELO DA VOI

Con molto piacere pubblichiamo la Comunicazione di Vittoria Crisostomi. in occasione della maratona oratoria davanti a Montecitorio, il 3 febbraio 2021, per i centocinquanta anni di Roma Capitale.

Questo volantino apre una serie di contributi di riflessione, sempre a cura di Vittoria Crisostomi, in vista delle prossime Amministrative. Alcuni già sono presenti nelle categorie Amministrative 2020 e 2021 e Città di Città dell’archivio, altri seguiranno, accompagnato dei contributi della Redazione o degli Ospiti nei prossimi mesi.

Ecco il testo della Comunicazione:

Nel giorno dei 150 anni di Roma Capitale possiamo concludere che Roma non è ancora una Capitale. Lo possiamo concludere analizzando rapidamente in parallelo la sua storia sociale e la sua storia urbanistica.

20 settembre 1870 presa della città, 13 novembre elezioni amministrative, 23 dicembre legge di designazione di Roma Capitale passa in Camera e Senato, 3 febbraio 1871 varo definitivo della legge, 23 febbraio insediamento del nuovo Governo al Quirinale trovato completamente spogliato di ogni cosa, trasportate tutte su un treno nelle sedi pontificie.

La storia sociale a strati della città papalina diventa palese, si identifica tutta l’oligarchia ecclesiastica, tutta l’aristocrazia nera, entrambi grandi proprietari terrieri, il popolino che viveva di servizi e artigianato in città, o di bracciantato e pastorizia nelle tenute dell’agro.  Strati che saranno mantenuti a lungo, e ancora presenti. Vi si sovrappone l’apparato dello Stato senza integrarsi né generare un nuovo profilo sociale: il sistema di potere amministrativo Piemontese, banchieri anche stranieri come svizzeri e francesi, un nuovo ceto traffichino tra ex aristocratici latifondisti e palazzinari, un nuovo strato di immigrati operai e impiegati che proseguirà in forme diverse fino agli anni’70.

Queste stratificazioni senza integrazione non casualmente avranno influenze diverse anche sulla storia urbanistica della città: col PRG 1883 che favorisce il blocco dei nuovi affaristi, il PRG del ’09 che riordina e porta le scuole in agro e nell’11 si elimina l’incomodo del Sindaco Nathan, nel ’20 una restaurazione che dà avvio al passaggio dal villino alla palazzina, nel ‘22 la marcia su Roma e il Governatorato nel’25 che centrerà su Roma il principale ruolo rappresentativo, nel ’29 i patti lateranensi, nel ’38 Hitler viene accolto con la stazione Ostiense di cartone, nel’40 parte l’operazione Esposizione Universale, nel ’43 Roma viene bombardata.

Dopo-guerra anni ’50 riemergono grossolanamente amalgamate negli interessi, ma con grandi differenze interne, due categorie di attori: il ceto medio di piccolo cabotaggio che domanderà e occuperà la nuova città delle palazzine e dei quartieri-bene, il ceto degli immigrati e i non integrati che alimenteranno la formazione dei borghetti, delle borgate abusive, dal piano del’31 ai toponimi in agro a bassissima densità degli anni ’90. Ai due ceppi dello stesso problema di mancanza di “Capitalità”, la città e lo Stato rispondono con un’unica ricetta consistente nel “chiudere un occhio” sia sui palazzinari che sulle borgate. Il sistema si replica e regge in equilibrio; ai primi scricchiolii viene fornito l’ossigeno della legge per Roma Capitale (396/90) e, dopo tangentopoli, il tema cade elegantemente nell’oblio.

Questa microstoria sociale e dell’urbanistica ha messo in evidenza due aspetti.

La storia di Roma come Capitale procede a strappi, a salti, in forma sincopata tra i diversi periodi, con un continuo ricominciare ed eterni ripetersi, cui corrisponde una città per parti.  

La città non è una città Capitale con una natura unitaria e coesa, non è omogenea nella sua anima profonda, è discontinua in tutto, è diseguale in tutto. Ringraziamo gli autori de ”Le mappe della diseguaglianza”.

Non c’è un tema e sue derivazioni, sono tutte derivazioni, ciascuna con una sua evoluzione e le sue ragioni, stranamente tenute insieme. Nell’insieme è uno strano sistema incomprensibile e poco controllabile, che riesce a riassorbire tutto con una elasticità inusitata. L’unica via di uscita è di considerarla un sistema vivo e sgrammaticato; ma da vivo è evolvente e modificabile se si è in grado di indirizzarlo.

Quindi la domanda dopo 150 anni è “come si fa a fare una Capitale col materiale disponibile?”.

In primo luogo bisogna smontare la finta ricerca dell’equità e dell’uguaglianza, propinate nella ricerca di una ricetta unica per la città, il famoso “disegno unitario” e “inclusivo”. Invece va ricercato il modo di amministrare bene le differenze e soddisfarne i bisogni in forma specializzata e pertinente. Bisogna comporre le diseguaglianze con ricette specifiche su misura, tutte soltanto coordinate verso un effetto finale e una visione per la città intera, che non la ingabbia in formule rigide.

Servono quindi politiche orizzontali, tenute insieme da un sistema di valori condiviso e unico, questo sì unico, che si applica con ingredienti diversi alle singole situazioni, specifiche, conflittuali, divergenti, sfasate; sistema che deve attraversare e mescolare con assoluta coerenza tutte le materie come urbanistica, mobilità, poteri, welfare.

Questa politica urbana ha un senso se si mette in moto con lo sviluppo e ne è un addendo. Serve il traino dello sviluppo altrimenti essa si limita a forme redistributive di assistenza e welfare. Insomma l’obiettivo non deve essere quello di reintegrare e recuperare all’indietro ciò che si è perso o ciò che manca, ma quello di costruire oggi le nuove condizioni per le espressioni multiformi della città e degli abitanti. Due le possibili condizioni di successo.

Prima di pensare in grande il posizionamento della Capitale, va avviato e sostenuto il modello locale che funziona, ambizioso, efficiente, coeso, che interpreta e accompagna gli eventi così come sono, “morbido” che non sovraimpone rigidi teoremi e progetti pensati a tavolino, lontani dalla realtà. Un modello che organizza sforzi e compiti con i Municipi amplificandone molto da una parte i poteri, i finanziamenti e l’autonomia, ma amplificando contemporaneamente le forme di coordinamento col centro in termini di cura collettiva delle cose, e non di modelli autoritari.

L’urbanistica deve agevolare con i progetti le strategie di sviluppo verso l’esterno, la cui selezione è fondamentale oggi in assenza di qualunque slancio propulsivo. I progetti vanno selezionati “dentro” le pieghe dei settori esistenti che presentano slanci vitali coerenti con il profilo della città e con gradi credibili di fattibilità. Tra i quintali di progetti prodotti per Roma da trenta anni, vanno ripresi i pochi ancora in ragionevole coerenza con le linee possibili di sviluppo, vanno rivisitati senza diversivi devianti su illusori snellimenti procedurali né fole di investitori dall’esterno.

L’urbanistica deve trovare modi e luoghi dello sviluppo, utilizzando quello che già c’è.

Dalle migliaia di progetti selezionare quelli meglio connessi alla vita economica della città, derivanti da diversi settori di intervento.

Per l’industria delle costruzioni rinnovata e il direzionale pubblico e privato bisogna dare assolutamente seguito a Campidoglio2 di cui è stato già selezionato progetto e aggiudicata gara per la riorganizzazione di tutti gli uffici comunali. Si lega quindi a una seria riorganizzazione dei meccanismi di funzionamento della PA e digitalizzazione, e si apre anche a un organizzato direzionale privato. Non trascurabile il fatto che sia un punto vitale, con la corrispondenza di tre stazioni su ferro: metro Ostiense, RFI Partigiani – Ostiense, Roma Lido, (e un tempo testa nazionale di Italo), tutte malamente accudite da un pessimo spazio pubblico e organizzazione del traffico, il cui progetto di sistemazione risale al protocollo RFI 2003.

Le direzioni centrali dell’industria verde (Enel, Eni, Acea, etc.) possono essere organizzate in un parco dell’innovazione energetica, partendo dalle localizzazioni esistenti, in grado anche di racchiudere nuovi principi di lavorazione del ciclo dei rifiuti, ciclo moderno e pulito che renda Roma autosufficiente e sia fonte di profitti.

Le nuove piccole imprese ICT e start up, polverizzate, avrebbero bisogno di un luogo identitario come un polo tecnologico, Polo già esistente con tutte le urbanizzazioni pista ciclabile compresa, irraggiungibile e di cui nessuno sa nulla. Rimasto perso tra Tiburtina e Aniene, ormai costretto a vendere alcuni lotti, va risollevato. La condizione essenziale è un trasporto pubblico agevole dai terminali urbani e internazionali, ampiamente studiato e a suo tempo finanziato, ma il famigerato progetto infinito dell’ampliamento della Tiburtina ha sparigliato qualunque programma e sta impoverendo il settore urbano.

Le Università e i centri di ricerca, assolutamente eccellenze, ragionevolmente distribuite nella città, tuttavia non hanno una propria sede di presentazione unitaria e organizzata, una sorta di salotto buono, verso gli interlocutori esterni e verso le esigenze di indirizzamento dei nuovi studenti. La parte residua dal commerciale negli ex Mercati Generali, a poche centinaia di metri da tre stazioni, potrebbe essere usata a tale scopo con una lontana assonanza alla originaria “città dei giovani” e in testata a un distretto nascente di innovazione.

Una rinnovata cura ai rapporti internazionali, che a Roma c’è sempre stata. Tutti i visitatori all’epoca dei Papi erano e si sentivano cittadini romani e avevano dei loro luoghi di riferimento: i Sassoni a S.Spirito in Sassia, i francesi a S.Luigi dei Francesi, i polacchi a S.Angelo dei Polacchi e così via molti altri. Dalla lunga frequentazione europea, e dallo strapotere del ceto ecclesiastico e dell’aristocrazia nera, il popolino romano ha imparato ad essere accogliente e scanzonato, profilo poi deriso da una equivoca narrazione. L’apertura internazionale nel ‘700 poi ha generato l’insediarsi di Accademie e poi sedi internazionali come la FAO, ora tutte ignorate ma da riportare in evidenza come luoghi di produzione, non consumo, della cultura nella città.

Infine la sistemazione e l’attrezzaggio dei terminali internazionali e delle stazioni urbane come luoghi di concentrazione dei servizi locali e urbani cui fare riferimento nei cicli di vita quotidiani. Anche il grande hub di Fiumicino e la sua quarta pista e nuova autostazione assumono valore positivo e ampia motivazione se collegati alla filiera del turismo, guardando alla costa, a Porto di Traiano e OstiaAntica, allo scalo di Civitavecchia, oppure se collegati alla filiera del business guardando alla nuova Fiera di Roma e Cargocity.

In sintesi le politiche orizzontali e l’urbanistica selettiva sembrano essere la ricetta ragionevole per questa umanità così diversa, cosi noncurante, che deve riuscire a diventare una squadra con uno schema di gioco. Una squadra che Roma dovrà trovare dentro se stessa. Si accettano scommesse sul fatto che appena lo sforzo riesce, gli inquilini del Palazzo si accorgeranno che esiste Roma Capitale oltre ai luoghi di origine.

 (Vittoria Crisostomi)