Una lezione indimenticabile

Nell’occasione delle primarie del 2012 andai, con Marina Dragotto, una cara amica, compagna di lavoro e dirigente del PD veneziano, a parlare con Emanuele Macaluso al quale avevamo chiesto un parere su un nostro documento. Si trattava della proposta, aggiornata, della “Carta della partecipazione del PD”, che avevamo scritto nel 2008 e mandato a tutti i massimi dirigenti del partito appena nato, allora impegnati nella redazione dello Statuto.

Su quella prima edizione non avevamo ricevuto alcuna risposta, nonostante l’avessimo recapitarla a mano a molti di loro, ricordandogli che si erano impegnati a prevedere una norma statutaria sulla partecipazione di iscritti ed elettori come principio fondativo del PD.

Purtroppo nello Statuto del nuovo partito uscì solo un cenno generico alle forme partecipative, che rimandava tutto ad un regolamento di là da venire.

Così quattro anni dopo, con Marina, decidemmo di tornare alla carica in occasione delle nuove primarie, approfondendo la forma regolamentare delle modalità partecipative che proponevamo. E stabilimmo anche di consultare una serie di persone, politici, intellettuali, tecnici e tanti iscritti di base, per avere parei e consigli prima della stesura del testo finale. 

Emanuele Macaluso ci ricevé nel suo ufficio, che allora occupava una piccola parte dei locali dismessi dalla libreria Rinascita, sul piano strada di via delle Botteghe Oscure.

Mentre gli presentavamo il documento lui ci guardava, gli occhi ridotti a due fessure penetranti, e ci parve molto più incuriosito di noi “scrittori”, che di quello che avevamo scritto. Capimmo, nel corso della conversazione seguente, che era più interessato a sapere le nostre storie politiche e le ragioni del nostro entusiasmo per quel tema così dirimente, come disse, ma anche così “impossibile” in quel contesto di partito.

Quindi, dopo essersi brevemente complimentato per il lavoro svolto, ci spiegò perché quel tema non avrebbe avuto successo. 

Perché, disse subito in maniera netta, il PD non è un partito pensato per la partecipazione degli iscritti e tantomeno dei cittadini. Si tratta di un contenitore di differenti gruppi dirigenti, che decidono in un gruppo ristretto, ciascuno dei quali animato da interessi di corrente, se va bene di provenienza politica, che non ha alcun interesse ad allargare la cerchia di chi decide. 

Guardate come si svolgono le riunioni di quell’organismo nazionale più numeroso, centinaia di persone e una confusione che sembra fatta apposta per non discutere seriamente, ma votare esclusivamente la relazione del capo con un esito già scontato.

Perfino i tempi e i modi di quelle riunioni sembrano fatti apposta per non produrre politica. La riunione viene convocata ad un’ora, si apre con ritardo che, spesso, consente solo di far coincidere il discorso del segretario con la diretta di un telegiornale. Pochi interventi dei capicorrente e poi si vota. Fine della discussione. Che volete partecipare? Anche per questo non mi sono iscritto al PD, io la politica e il partito li ho sempre concepiti in un altro modo, ci disse. 

Il Pci ha di certo avuto limiti e fatto errori, ma in quel partito si discuteva davvero. Hanno detto un sacco di fesserie sul centralismo democratico, ma lo sapete come si svolgevano le riunioni della direzione? 

Ci riunivamo la mattina presto, senza prevedere altri impegni e sapendo che potevamo andare avanti anche per tutto il giorno se fosse stato necessario. Dopo la relazione del segretario generale, o di un altro compagno incaricato di aprire la riunione, che descriveva il contesto politico nel quale agivamo e metteva sul tavolo una sua proposta di azione, si faceva un primo giro di interventi nei quali, tutti, facevano le loro considerazioni, senza reticenze, anche critiche, e si esprimevano sulla proposta, approvandola, ma anche avanzando alternative. Poi si faceva un secondo giro di interventi, per dare modo a tutti di replicare per confermare o modificare il contenuto del primo intervento. 

Dibattito vero, che all’ora di pranzo si interrompeva per mezzora per mangiare un panino, fatto venire apposta per non perdere tempo e anche per mantenere il clima di lavoro intenso. 

Certo che venivano fuori diversità di opinioni, si formavano anche maggioranze e minoranze, ma erano esplicite, limpidamente e pienamente motivate. Soprattutto le differenze non erano mai sclerotizzate per la maggior parte dei compagni, che su una questione potevano essere in disaccordo e su un’altra si trovavano d’accordo. La sintesi era affidata al segretario e spesso si votava pure. E il risultato era riconosciuto come la linea di tutti. Centralismo democratico? Ma questa è la regola della democrazia parlamentare, dove una maggioranza approva una legge che tutti, anche i contrari, sono tenuti a rispettare.

Poi si portava il risultato di quella discussione fino alla base e c’era dibattito vero. Emergevano accordi e disaccordi e l’opinione della base veniva riportata a Botteghe Oscure e se ne teneva conto. Si apportavano correzioni di rotta o si tornava a spiegare, a convincere. 

In quel modo anche chi non era d’accordo su una cosa o su un’altra si sentiva comunque considerato, come a casa sua. A meno che non avesse deciso che quella non fosse più casa sua. 

Sarà stato sbagliato, concluse Macaluso, ma io, che non ho nascosto i miei disaccordi quando c’erano, non ho mai patito nessuna limitazione, né nessuna mancanza di democrazia. Ne vedo tante di più ora, una generazione intera disabituata alla politica perché disabituata a stare insieme in un partito. 

Fu lapidario, Macaluso, duro, tanto da farci sentire colpevoli di non essere stati capaci di realizzare la trasformazione in senso riformista del Pci per la quale aveva combattuto per anni. 

Sappiamo tutti che Macaluso era il contrario di un veterocomunista nostalgico. La sua visione politica differente da quella del PD non era certo quella di chi lo contestava “da sinistra”. 

Credo che prese, Marina e me, entrambi già con qualche decennio di militanza sulle spalle, come degli idealisti inguaribili, forse ingenui e incapaci di essere “spietati”, prima di tutto con noi stessi, come la sua, la nostra, vecchia scuola avrebbe richiesto. 

Non so, forse “semplicemente” volevamo non sentirci soli, abbandonare la convinzione che “è meglio avere torto col partito, che avere ragione fuori di esso”. In quel colloquio Macaluso ci parve un uomo dalle molte ragioni, ma solo. Un uomo coraggioso anche per questo. 

Credo che capisse che ci aveva precipitati in uno stato d’animo assai problematico.

Per questo, congedandoci, ci incoraggiò, comunque, a provare ad andare avanti con la nostra proposta. Male non fa, disse, il punto è che se il PD applicasse i principi e le regole della vostra carta dovrebbe cambiare praticamente tutta la sua “forma”. E sapete perché dopo anni di discussioni alla ricerca di una nuova “forma – partito” non se ne è mai ricavato niente? Perché sarà pure vero che la forma è sostanza, ma in politica quella che comanda è la sostanza, che determina la forma e se la sostanza non cambia o non c’è è impossibile dare una forma, vecchia o nuova, al poco o al niente.

La “Carta” la riproponemmo, ma cadde nel vuoto. Lettera morta 

Con Marina ci abbiamo ragionato spesso su quel colloquio. Macaluso è scomparso qualche settimana fa. Marina, giovane dirigente del PD veneziano, l’ha preceduto un anno fa. Lei nel PD, io in Italia Viva, abbiamo continuato a pensare insieme, di politica e di città, fino all’ultimo.

Sono l’unico testimone di quel colloquio, ma fidatevi, è andato esattamente così.

(Umberto Mosso)