UNA STRANA PARTITA

Sfogliando una rivista specializzata in videogiochi, mi è capitato di riflettere su un diabolico gioco di calcio a tre squadre. Ho scoperto poi che uno schema simile viene a volte realmente utilizzato negli allenamenti. C’è una gran confusione su un campo di calcio dove giocano due squadre, figurasi cosa accadrebbe mettendone in campo tre simultaneamente. In verità lo schema è semplicissimo in quanto a regole: un ordinario campo da gioco, due porte, due squadre più una terza, detta “small” perché in formazione ridotta (8 giocatori anziché 11). Le squadre normali giocano, come di regola, per segnare nella porta avversa, ma la terza, per compensare il numero ridotto di giocatori, può segnare indistintamente in tutte due le porte.  Non è previsto il pareggio, ma eventualmente i tempi supplementari. Si vince in ragione del numero di gol realizzati e conseguentemente vengono assegnati i punteggi per la classifica.

Sembra banale, ma immaginiamo cosa accadrebbe su un vero campo di calcio. Vedremmo correre avanti e indietro i giocatori con una logica che spesso ci potrebbe sfuggire, continue inversioni di campo, attaccanti che di colpo diventano difensori, strani passaggi spesso ad avversari anziché a compagni di squadra. Questo perché la “small” può segnare in entrambe le porte e allora si muove, a seconda delle occasioni, con attacchi a volte in una direzione e a volte in un’altra e le altre due squadre si troverebbero spesso, per non far segnare la “small”, a dover difendere la porta dell’avversaria. Inoltre sarebbero determinanti le strategie di possibili alleanze, anche occasionali, tra due delle tre squadre a danno della terza, quando le convenienze lo richiedano e allora si vedrebbe una squadra di undici giocatori assaltata da un numero quasi doppio di avversari. Si comprende come il saper sfruttare il momentaneo aiuto offerto a volte anche da parte avversa sia determinante per la vittoria.

Insomma un delirio, con un divertimento garantito per chi guarda ed uno stress ai limiti della sopportazione per chi gioca, una figata pazzesca direbbe la nostra super ragazza Bebe Vio.

Una partita del genere modificherebbe completamente i modelli di gioco, cambierebbe le priorità strategiche. Conterebbero di più la visione strategica e l’immediata percezione delle instabili geometrie di gioco che non le capacità atletiche. Si modificherebbe radicalmente lo skill di allenatori e manager e ne rimarrebbe stravolto anche il mondo del calcio mercato.

A ben guardare la differenza tra una normale partita a due squadre e una caotica a tre è simbolicamente somigliante alla differenza che c’è tra un sistema politico basato sul bipartitismo (vedi USA) ed un sistema pluripartitico (vedi molti dei paesi europei e Italia in primis); in quest’ultimo caso con tre, ma anche più partiti (la logica è la stessa), si cade nella teoria delle complessità dove è privilegiata la visione, le capacità predittive, l’intuizione e l’empatia di gruppo anziché l’analisi specifica. 

Oggi in particolare, che le dinamiche politiche sono di grado esponenziale, il quadro politico generale si scompone e ricompone continuamente, il consenso è vorticoso e volatile, vince solo chi ha la capacità di giocare d’anticipo e di sfruttare ogni opportunità, ma soprattutto chi è capace di muoversi velocemente su di un percorso non lineare che va intuito attimo per attimo pur portando con sè la qualificata scheda dei proprio valori etici e politici.

Una speciale partita a tre si è giocata su un particolare campo di gioco, quello istituzionale, durante la recentissima crisi, tra le forze che componevano la maggioranza di Governo.

Questa partita, più propriamente un redde rationem al culmine di un periodo di malessere all’interno dello schieramento di maggioranza che sosteneva il Governo Conte 2, non è stata un divertimento né per i giocatori né per gli spettatori, nonostante avesse le stesse regole di gioco che ho sopra riportato, ma era necessaria anzi ineludibile.

In campo, due grossi partiti egemoni per numero di giocatori e la squadra “small” in formazione ridotta che non ha esitato a partire immediatamente all’attacco in direzione della porta da violare subito, quella al momento più vulnerabile, mostrando forte determinazione e cogliendo quasi di sorpresa le altre formazioni. Ciò ha determinato l’immediata coalizione delle due avversarie che hanno osteggiato in tutti i modi l’azione della “small”. Questo è stato l’andamento del gioco per la maggior parte  della durata dell’incontro. La verità è che la “small” ha sperato sin dall’inizio che la squadra a lei più vicina, per storia e per stile di gioco, avrebbe capito quale era l’interesse comune a battere l’altra. C’era una logica di classifica che un qualunque allenatore non sprovveduto avrebbe compreso, ovvero vincere il campionato; bastava solo andare oltre la visione dell’immediato e guardare al futuro, intuire gli avvenimenti che sarebbero seguiti alla mera giocata del momento, per capire la necessità di agevolare il lavoro sul campo della “small”.

Troppi passaggi opportuni ed occasioni di gol create dalla “small” non sono state colte, anzi spesso interpretate in senso contrario, tanto che questa ha dovuto condurre l’attacco sempre da sola con gran fatica e scarso risultato, ma ai tempi supplementari la “small” ha segnato. Una partita vinta strepitosamente, ma in maniera assurda perché la squadra che avrebbe potuto e dovuto aiutare la “small” ha comunque rinunciato a vincere il campionato.

Mi sono chiesto più volte, senza trovare una risposta logica, quale fosse la ragione per cui un PD, che fino al giorno prima aveva manifestato la necessità di un cambio di passo da parte del Governo su questioni di vitale importanza, non abbia ritenuto di sostenere l’azione tesa proprio a tale obiettivo. Se eravamo tutti consapevoli che il “recovery plan” andava riformulato da capo, che mancava un serio programma vaccinale, che la sanità aveva bisogno dei fondi del MES, che …, perché non dare spinta a tale azione?

Se la risposta a questa domanda fosse: per salvaguardare l’alleanza con il M5S e non compromettere il piano strategico di trasformare una collaborazione emergenziale in una coalizione strategica, temo che ci saranno serie difficoltà a farla comprendere a tanta parte della gente del PD. A parte le non dimenticate origini populiste, la vocazione pauperista, lo spirito giustizialista del movimento, un’alleanza strategica proprio quando questo è in pieno disfacimento non può giovare al PD, può solo dare una boccata d’ossigeno al movimento stesso.

E’ proprio il caso di dire che qui la somma non fa il totale, perché il consenso notoriamente non risponde all’aritmetica. In questo caso 2+2 non fa quattro, ma molto meno, e questa specie di improbabile progetto, già traballante in embrione con lo sfortunato gruppo interparlamentare, non porta al PD alcun vantaggio elettorale, ma solo difficoltà e contraddizioni. Voglio proprio vedere come se la caverà a Roma nelle imminenti amministrative con Grillo  che sostiene la candidatura di Raggi, come gestirà l’ala riformista del partito che guarda in tutt’altra direzione, come gestirà all’unisono con i nuovi alleati il tema delle grandi infrastrutture cui questi sono da sempre ostili, come si muoverà sul tema della giustizia con alleati giustizialisti.

(MV)

Foto dai portali di Affari Italiani, Il sussidiario, SkySport