Sempre noi

le due facce della stessa medaglia

«Sempre noi» canta Max Pezzali in una sua celebre canzone, ma in questo caso no, non siamo sempre noi, i giovani.

Facciamo il quadro

In un paese come il nostro, nella profonda crisi demografica che testimonia la costante riduzione delle nascite, si tende ad attribuire a noi giovani più di una “colpa”.

La recentissima storia dell’uomo, che vede il Covid-19 il protagonista inanimato indiscusso, ha portato alla luce questo profondo sentimento, quello di avversione delle classi di età più anziane verso tutto ciò che è nuovo e portato dai giovani, una resistenza generalizzata verso il cambiamento, una costante storica cui spiegazione sarebbe da analizzare più approfonditamente. L’emblema di questa rottura, in questo periodo storico, potrebbe considerarsi l’etichettamento della “movida” come responsabile del peggioramento della situazione sanitaria (“movida” che non ha poi e di per sé una definizione chiara, un termine più utile che significante).

Se si osserva la piramide dell’età (https://www.populationpyramid.net/it/italia/2020/), si denota una forma a botte con uno sbilanciamento verso l’alto della stessa, a testimonianza che i giovani, rispetto agli adulti e agli anziani, sono nettamente inferiori di numero.

Il nome che utilizza Alessandro Rosina (demografo italiano) per questo fenomeno è: «degiovanimento» che brevemente significa un aumento costante degli anziani con associata una riduzione dei giovani.

Per dare dei numeri reali, i bambini e ragazzi fino ai 14 anni sono il 13% del totale della popolazione, mentre i giovani dai 15 ai 34 anni sono il 20,3% (entrambi calcolati per addizione sulla medesima piramide menzionata in precedenza).
Prendiamo in analisi solo queste due classi per comodità e perché considerati “gli irresponsabili” e i “festaioli” oppure presi in esame come coloro che hanno scarso interesse verso la politica ad esempio.

Adesso, l’importante è capire come questa percentuale di ragazzi incida sulle sorti di un paese che vede gli adulti/anziani come la maggioranza. Ovviamente non possiamo ridurre il discorso ad una semplice questione di numeri ma possiamo provare a dare un paio di spunti di riflessione;

Il primo è un invito ad osservare la realtà fisica che ci circonda e a vedere chi sta scontando le pene della clausura, la maggioranza silenziosa dei giovani tra i giovani, dei ragazzi e dei bambini che, adempiendo un proprio dovere ed esigendo un proprio diritto continuano a fare lezioni su lezioni da casa, non curanti della scarsa attenzione che gli viene prestata, continuano a non fare sport, ad aspettare di poter solamente vedere amici e cari. Ecco, questi siamo noi, o perlomeno la maggioranza dei noi che all’occorrenza per i mass media sono un esempio da seguire e all’opposto, quando serve compiacere un determinato pubblico, presumibilmente dalla “testa bianca”, siamo vittime della demonizzazione e dell’ etichettamento dei comportamenti…

Il perché?

Perché serve sempre un colpevole e quando la maggioranza reale ne chiede un determinato tipo, la minoranza può difficilmente fare qualcosa. Se però ci muoviamo tra i bar e tra i locali, soprattutto in questi giorni, notiamo che in realtà è questa maggioranza reale di persone “più che adulte” che compone la “movida”.

Un altro spunto di riflessione chiama in causa la sfera della politica, accusata di essere immobile e di adottare strategie vecchie di comunicazione e di policy. Qui è evidente che l’elettorato si compone, come descritto prima, in misura maggiore di quella parte alta della piramide. Si potrebbe ipotizzare che le cose siano associate, ipoteticamente una influenza l’altra e qualora si corroborasse questa ipotesi sarebbe evidente che il potenziale giovanile di cambiare le cose sarebbe molto basso. Ovviamente questa è solo un’idea, non così strampalata infondo.

Questa è probabilmente la prima colpa attribuita ai giovani, quella di essere pigri e di non voler cambiare le cose, quella di essere disinteressati della politica di tutti i giorni, non solo delle grandi arene, non considerando le forme nuove di partecipazione che emergono, come i movimenti legati al tema all’ambiente ad esempio. Questa però, e probabilmente, è solo una faccia della medaglia, distorta dalla visione del mondo di soggetti che si adoperano per conquistare una fetta di popolazione che è audience ed elettorato allo stesso tempo.

Quando si parla di conflitto intergenerazionale è proprio questo che si intende velatamente, lo scontro tra una maggioranza di cittadini anziani e un po’ meno anziani che avanzano richieste da un lato e giovani dall’altra, che ne avanzano altre. Entrambi non curanti dell’integrazione funzionale che queste due parti dello stesso insieme, con le loro richieste potrebbero portare avanti.

La conciliazione di forza ed esperienza dovrebbe essere l’obiettivo, contornata da un forte senso di umiltà che porterebbe le generazioni a riconoscersi l’un l’altra come il passato, fondamentale per la crescita, il presente, il terreno per costruire e il futuro fertile per garantire ad entrambi un domani, un “qualcosa” che eviti lo scontro tra costi e benefici di due generazioni che nel conflitto, come si vede nell’odierno, sta portando solo a profonde crisi e soluzioni tampone.

La necessità dovrebbe essere quella di investire uno sull’altro, il passato sul futuro soprattutto, per mettersi nelle condizioni, nel lungo periodo di dire: «sempre noi», giovani, adulti e anziani insieme!

(Matteo Bonanni)

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