Venere in pelliccia

8mm per il nostro we ancora senza “sale”

Venere in pelliccia (2013) di Roman Polanski

Nuovo omaggio al teatro da parte di Roman Polanski. Ho scelto questa pellicola proprio perché, da oltre un anno, la possibilità di assistere a uno spettacolo teatrale è preclusa. L’emozione di poter ascoltare grandi attori dal vivo è insostituibile, ma spesso il cinema è riuscito a regalarci una visione diversa e spesso piacevole. Sicuramente, questo genere di film, presuppone uno spettatore amante del teatro. Premessa indispensabile prima di avventurarsi nella visione di “Venere in pelliccia”, tratto dall’opera omonima di David Ivres, a sua volta basato sul celebre romanzo di Leopold von Sacher-Masoch (da cui ha origine il termine “masochismo”). 

Si parte con una lunga soggettiva che ci conduce all’interno di un piccolo teatro parigino. Il regista (Mathieu Amalric) ha da poco terminato le audizioni per il ruolo femminile del suo adattamento di “Venere in pelliccia”. Si presenta una donna (Emmanuelle Seigner) che chiede di poter sostenere il provino nonostante non ci sia più nessuno. Dopo alcune titubanze, l’uomo accetta. L’attrice si rivela perfetta nel ruolo di Vanda e, scena dopo scena, l’atmosfera diventa coinvolgente. La donna convince il regista a calarsi nel ruolo di Thomas e, infine, a uno scambio delle parti. Chiaramente non svelo il finale, anche se molti lo conosceranno.  

 Polanski dimostra per l’ennesima volta la sua bravura. La storia non è soltanto una rappresentazione del “masochismo” (e “sadomasochismo”) ma il racconto dell’animo umano, di quello che nasconde e quello che rivela in situazioni particolari. I due attori, straordinari, si cimentano in un’arte difficilissima, scambiandosi ripetutamente i ruoli di vittima e carnefice o, se vogliamo, di padrone e schiavo. Il lato oscuro dell’amore dove uomo e donna mettono a nudo il proprio animo. “E l’onnipotente lo colpì. E lo consegnò nelle mani di una donna”. Questa è la conclusione del romanzo di Sacher-Masoch. Polansky ci tiene sospesi tra quest’affermazione e il suo contrario. Un film che non può lasciare indifferenti e che, nota personale, regala più di un brivido di piacere. Quei brividi che solo una grande recitazione (e regia) sa’ donare. 

Vincitore di un César per la miglior regia. Vorrei rilevare l’ottima fotografia e il lavoro dei “nostri” due doppiatori: Emanuela Rossi e Angelo Maggi, con il quale ho avuto il piacere di interloquire in più occasioni. Emmanuelle Seigner è, nella vita, la moglie di Polansky.

Confesso di adorare questo regista, autore di tanti capolavori, pur avendo avuto una vita difficile e dai lati oscuri. Un Oscar, due Golden Globe, un David di Donatello, una Palma D’oro a Cannes, Leone d’oro a Venezia, otto premi César e … dimentico sicuramente qualcosa! Può bastare per salire nell’Olimpo del cinema? Vi consiglio di leggere l’autobiografia del 1984 pubblicata da Bompiani. Non rimarrete delusi. 

Come sempre, buon cinema a tutti!

(Marco Petrucci)