L’ora di religione

8mm

Questa settimana ho optato per un’operazione (quasi) da archeologia cinematografica. L’ora di religione (2002), di Marco Bellocchio, rimane uno dei miei preferiti. Propone tante domande e stimola mille riflessioni. Un’opera molto controversa e non poteva essere altrimenti. In Italia quando si parla di religione ci si addentra in un territorio minato. Scelta che molti registi hanno “pagato” duramente. Ma di questo vorrei parlare in modo più approfondito in un’altra occasione. Per ora fermiamoci a Bellocchio.

Il pittore Ernesto Picciafuoco, separato dalla moglie con un figlio, vive a Roma. Improvvisamente si trova coinvolto nel tentativo di beatificazione della madre, uccisa da uno dei fratelli di Ernesto, malato mentale. Scopre che tutta la famiglia prepara la cosa da qualche tempo tentando di convincerlo, lentamente, alla conversione. Lui, ateo convinto, combatte di fronte ad un passato che aveva volutamente rimosso e che ora si ritrova ad affrontare. Alla fine farà una scelta di libertà oltre l’opportunismo e l’incoerenza. 

Una trama semplice nel suo schema ma complessa per tema e svolgimento. Bellocchio affronta il sempre delicato tema della religiosità e del libero arbitrio. Volutamente si è posto l’accento sulla bestemmia urlata e meno sul discorso relativo alla libertà di pensiero. Non è un film anticlericale ma sulla libertà di poter essere laico e di poter affermare le proprie idee senza che a esse siano correlate opportunismo e comodo. L’ingenuità del bambino che si dispera (perché a scuola gli hanno detto che Dio è dappertutto e così è convinto di non avere più un posto per poter essere da solo) è una figura geniale. Bellocchio, nel suo rigore morale, non vuole dirci che Dio non esiste ma che dobbiamo poter essere liberi di crederlo e non trovarcelo come un’imposizione sin da piccoli. Castellitto interpreta un personaggio tormentato, ma non dall’indecisione. Dall’opportunismo del “parentame”, dalle varie eminenze, dall’aggressività dei nobili neri (memorabile la scena della sfida a duello), dai tormenti del figlio, dal sorriso ereditato dalla madre che spesso si trova involontariamente sul volto. Il suo pensiero è sicuro, aperto anche all’amore di una misteriosa maestra di religione che rimane il dubbio sia stata inviata dai suoi parenti per “ammorbidirlo”. Riesce a vivere tutto questo con la sicurezza delle proprie idee che avrà la sua summa nella scena finale dove, mentre tutti i parenti convergono in Vaticano per essere ricevuti dal Papa, lui sceglie di accompagnare semplicemente il figlio a scuola rifiutando ciò in cui non crede. 

Meritata pioggia di premi. David di Donatello per Piera Degli Esposti, quattro Nastri d’Argento (regia, soggetto, Sergio Castellitto, sonoro), Due Globi D’Oro (come miglior film e a Sergio Castellitto), menzione speciale della giuria a Cannes, Vincitore di un César per la miglior regia, Premio Flaiano (vincitore in quasi tutte le categorie con sei riconoscimenti).

 Da vedere e rivedere ogni volta per scoprire un nuovo particolare. Perché lo stile non è acqua e Bellocchio ne possiede tanto! 

Come sempre, buon cinema a tutti!

(Marco Petrucci)