L’ACQUA DEL LAGO

NON E’ MAI DOLCE

Il libro di Giulia Caminito, finalista del Premio Strega 2021, si snoda attraverso le vicende di una ragazzina che racconta di sé, della sua famiglia, delle dinamiche all’interno di essa e dell’ambiente che la circonda e tutte le vicende ruotano, per l’intero arco narrativo, intorno alla condizione economica, al non possedere nulla, al costante confronto con gli altri, al senso di vuoto che mai si riesce a colmare. “Penso che siamo materiali di scarto, carte inutili in un gioco complicato, biglie scheggiate che non rotolano più”.

La scrittura è pulita, travolgente e appassionante, spigolosa e poetica. In questo romanzo di sofferenza e forza struggenti da togliere il respiro e far altalenare in stati d’animo estremi, Giulia Caminito utilizza in modo impeccabile il linguaggio spesso tronco, tipico nella comunicazione dei ragazzi, con frasi mancanti di articoli e di verbi, frasi che diventano così più serrate, pressanti e quella mancanza diventa mancanza di prospettiva e diventa chiusura. Sa esprimere stati d’animo, sofferenze, sentimenti, rancori propri di una generazione che alle soglie dell’adolescenza è alla ricerca dell’identità e del proprio posto nel mondo. Il lago, dove la maggior parte della storia è ambientata, con le sue acque torbide e limacciose sulle quali non si riesce a galleggiare, con il suo spazio circoscritto, delimitato, senza orizzonte, è metafora di vite adolescenti di una periferia che si fa sempre più estesa, che dalla città si allarga senza soluzione di continuità fino ad inglobare  paesi, borghi che hanno perso identità, in cui manca visione del futuro, persi valori e misure di riferimento, battaglie politiche e civili lontane,  ragazzi e  ragazze crescono con l’unica visione di valori effimeri,  dove l’importante è apparire ed avere per essere, fino a giungere in qualche caso ad una “amoralità” autodistruttiva. “…riportami a casa che domani ho il compito di latino” chiede la protagonista ad un amico dopo avergli fornito informazioni precise per poter effettuare un furto in casa del proprio ragazzo. 

Presa a perseguire le aspettative di sua madre, la protagonista, non si lamenta, non si oppone, “La mia famiglia è il mio anestetico, contro di loro non so reagire” ma si allontana da sé, dai propri desideri, che non hanno corpo nemmeno nella fantasia, non si accetta, annaspa in tentativi indefiniti alla ricerca di definirsi, in una assenza completa non solo di oggetti comunemente diffusi, ma della possibilità di qualunque riconoscimento di sé fuori e dentro di lei, e una rabbia incontrollabile cova e cresce diventando compagna di strada fino ad arrivare alla violenza, una violenza imprevedibile ma risoluta. Studia con determinazione, perché questo ci si aspetta da lei, fino alla laurea tanto desiderata e voluta da Antonia, sua madre, una donna fiera fino alla testardaggine, onestissima, che non scende mai a compromessi, che ha riposto in lei tutte le speranze di riscatto, da una vita di difficoltà economiche e di ingiustizie, in una società in cui l’ascensore sociale è bloccato e quasi mai riconosce e premia. “Leggeremo insieme, se non capirai, studierò con te, ce la dobbiamo fare, ce la dobbiamo fare per forza” – dice Antonia.  “Il ci mi comprende come una prigione, il noi in cui nessuno mi ha chiesto se voglio abitare”  riflette con dolore la ragazza. Antonia incapace di esprimere gesti d’amore, totalmente anaffettiva, pervasiva nelle vite dei figli e del marito, assume su di sé tutto il peso della famiglia, suo marito caduto da un impalcatura di cantiere in cui lavorava in nero, è rimasto paralizzato. 

Se non si ricevono i gesti d’amore non si imparano e non si sanno fare e Gaia, il nome compare solo alla fine del libro, in una lettera scritta all’amica Iris, per la prima volta, forse, firmando quella lettera si riconosce e si accetta.

Il finale è lasciato all’interpretazione del lettore, molto conta lo stato d’animo del momento in cui leggerà l’ultima pagina.

(mcp)