Daniele Del Giudice nei ricordi di una compagna di classe

Un primo diario nel tempo delle vite in VIII Municipio

Le persone scomparse nella pandemia nei lunghi mesi di quest’ultimo anno ci riportano alla consapevolezza di come le città tutte vivano la necessità, spesso non accolta, di tenere la traccia delle persone amate.
Ogni persona passata “da qui” è come una evidenza, una pietra di inciampo del vivere. Per questo ascoltiamo i racconti dall’angolo, ed è persino per caso che il racconto insorge e le storie, minuscole e maiuscole ritornano nelle vite degli altri. Per aiutarci a sentire che così tanta vita, nella città, ci viene sempre donata.

Per questo che nasce oggi, con una intensa nota di Mirtella Taloni, la sezione Diari del tempo.

Compagna di scuola, dello scrittore romano Daniele Del Giudice nella Roma degli anni ’60, Mirtella Taloni ci porta a conoscere il ragazzo Daniele.

Quel Daniele che, come pochi, ci insegna a vivere “in così tanta luce”.

(n.g.)

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In così tanta vita – Daniele Del Giudice nei ricordi di una compagna di classe

Daniele è arrivato tra noi in primo liceo classico, sezione A del Vivona all’Eur, nell’anno scolastico1965-66. Non so in quale altro ginnasio di Roma avesse frequentato le prime due classi, so però che viveva nel quartiere Ardeatino, forse nei pressi di Piazzale del Caravaggio.

Magrissimo e di media statura, aveva capelli neri, uno sguardo vivace e intenso, che sprizzava dagli occhiali tondeggianti, labbra carnose, la fossetta sul mento, un atteggiamento impacciato, anche se non potrei definirlo timido. A volte lasciava trasparire un guizzo di ironia, che teneva per lo più nascosto dietro un’affabulazione, per quei tempi, anacronistica. Non a caso, trovandosi un giorno di passaggio a casa mia, intimidì a tal punto mia madre, con il suo linguaggio composto e ricercato, da restare per lei un ricordo indelebile. La sua figura smilza, affatto atletica, faceva sorridere quando cercava di impegnarsi, purtroppo davvero senza successo, nelle partite di calcio dei compagni di classe, che giocavano sul campo della Parrocchia Gesù Buon Pastore, alla Montagnola. 

Daniele, insomma, non era proprio il ragazzo che poteva colpire la fantasia delle ragazze; era di moda allora il bel tipo, sicuro di sé e un po’ spavaldo, invece lui era troppo gentile, così lo sottovalutammo. 

Poi, pian piano, la sua personalità cominciò ad emergere e fu tutto merito del professore di Italiano. De Zuccoli, un distinto signore dai capelli bianchi e dagli occhi celesti, sempre impeccabile nel suo completo di tweed, prese l’abitudine di leggere, durante l’ora della sua lezione, i temi a suo giudizio più meritevoli. Iniziava, di solito, con la lettura del componimento di un ragazzo molto bravo, che si impegnava oltre misura nello studio della letteratura. Poi leggeva il tema di Daniele e d’improvviso, già alle prime battute, scendeva tra noi un silenzio attento e partecipe. Daniele era capace di ammaliare con la sua lingua, era uno scrittore nato, sapeva arrivare diritto al cuore e alla mente di chi leggeva e di chi ascoltava. Sembrava fluida la sua prosa, eppure capimmo, già allora, che Daniele lavorava con le parole, togliendo gli eccessi, arrivando all’essenziale, raggiungendo la perfezione della forma, così come spingeva a fare De Zuccoli. Solo Daniele, però, ci riusciva. E tuttavia non era uno studente disciplinato, brillante, completo, capace di primeggiare in tutte le materie. Al contrario, era un rinunciatario ostinato, un testardo contestatore. Era fermamente convinto di non essere capace nelle materie scientifiche, non lo interessavano e diceva che non sarebbero state determinanti nel suo futuro professionale. Si rifiutò per tutto il triennio di farsi interrogare in matematica e fisica, discutendo senza fine con la Mancia, una professoressa interessata più a parlare di politica che a svolgere il programma; fu addirittura rimandato e solo la sua eccellenza in italiano gli valse la promozione a settembre. 

Strana cosa è la vita, se si pensa all’incontro rivelatore tra Epstein, scrittore in attesa di Nobel, e Brahe, fisico del CERN, i due protagonisti del suo secondo romanzo “Atlante occidentale”,  e alla storia di un’amicizia che nasce dalla “comune ossessione di descrivere il mondo”

https://www.mantellini.it/2015/04/23/atlante-occidentale-una-recensione/ .

In seconda liceo divampò tra i ragazzi una grande passione per il cinema. Guidava il gruppo un compagno che avrebbe voluto fare il regista, finì invece dirigente al Ministero delle Finanze. Tra gli attori, Daniele era il commissario che indagava su una feroce banda di rapinatori. 

Rivedendo oggi quei filmini mi colpisce l’aderenza delle immagini al ricordo nitido che ho di tutti loro. Daniele appare con lo stesso volto regolare e con lo stesso sguardo penetrante che mostra nei ritratti apparsi sulla stampa anni dopo, quando la fama lo aveva già raggiunto. 

In quei mesi, una sparuta pattuglia di studenti fu coinvolta, dall’insegnante di Religione, nella partecipazione al Premio Veritas. Daniele, da solo, si occupò dei manoscritti del Mar Morto, ritrovati nella località di Qumram, con l’intento di  approfondire il Cristianesimo primitivo, le sue figure, le sue dottrine e i rapporti con l’ambiente giudaico. Io, insieme alla compagna di banco e al più bravo in assoluto della classe, sviluppammo invece l’iconografia di Gesù negli affreschi delle catacombe di S. Callisto. Entrambi i nostri elaborati ebbero un premio, che ci venne consegnato nella manifestazione conclusiva all’Auditorium Antonianum di Viale Manzoni. Fu lì che conobbi sua madre, una graziosa signora, elegante e dall’atteggiamento disinvoltamente moderno. Si capiva che li legava un rapporto molto stretto, essendo Daniele figlio unico e orfano di padre. Mai, però, si seppe nulla di questa figura maschile. Ma non erano quelli i tempi in cui si parlava della propria famiglia.

Nell’ultimo anno di liceo molti di noi avevano già la patente, essendo nati nel ’49. Daniele spesso arrivava a scuola con la 500 bianca della mamma. Abitando vicini, ci accompagnava a casa. Eravamo in 4 in quel piccolo abitacolo, Linda ed io, sul sedile posteriore, Daniele alla guida e Girolamo, suo compagno di banco, per tutti Gege, alto e particolarmente robusto, nel lato del passeggero. Era uno spericolato, un temerario, già allora dimostrava la passione per la guida e per l’ebrezza della velocità, quasi stesse “staccando l’ombra da terra“. Pur spaventata, condividevo quei brevi tragitti con l’allegria sfrenata e la spensieratezza incosciente proprie di quell’età.

Dopo la maturità, Linda ed io incontrammo Daniele una sola volta, forse in autunno. Entrambe ci eravamo appena iscritte alla facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza, secondo un percorso quasi obbligato per chi viene dal classico; Daniele, invece, sembrava poco interessato all’Università, credo addirittura che non si sia mai laureato. Ci parlò, in una mattina soleggiata, di una sua collaborazione con la rivista Ciao amici, poi divenuta Ciao Big, quindi Ciao 2001, di qualche ora ottenuta, durante i mesi estivi, come lettore di lingua italiana in una Università iugoslava, ci confessò che sognava di intervistare Olivia Hussey, la Giulietta di Zeffirelli e, soprattutto, ci disse che aveva una storia con una giovane attrice di teatro d’avanguardia. Era così felice, così diverso da noi, così cambiato dall’immagine del compagno conosciuto in primo liceo, era molto più simile a quel ragazzo sconsiderato che guidava la 500 come fosse una Ferrari. Correva, Daniele, correva, saltando tappe, evitando ostacoli, sperimentando, frequentando e cominciando a volare, in un ambiente in cui la parola scritta era il suo esercizio quotidiano e la sua ostinata passione. 

Nel 1974 lo incontrai per caso ad un matrimonio di una giovane coppia, scoprendo di avere con gli sposi un’amicizia in comune che avevamo ignoravato per anni, ma la confusione della festa non ci consentì di approfondire il racconto del periodo trascorso dopo la maturità. 

Quando poi arrivò la notizia del suo primo romanzo “Lo stadio di Wimbledon“, comprai il libro, lo lessi tutto d’un fiato e gli scrissi una lettera piena di ricordi e di grande ammirazione. Non fu difficile trovare il suo indirizzo sugli elenchi telefonici, che esistevano ancora. Mi rispose, aggiungendo i suoi ricordi personali, e decidemmo di vederci. Andammo a cena in una pizzeria di Trastevere: lui si presentò con una macchina sportiva, bassa e decappotabile, per l’occorrenza io avevo indossato un blazer rosso. Fu una serata molto allegra e divertente, Daniele era inconsapevolmente seducente, possedeva il fascino dell’intelligenza, della cultura, della profondità del pensiero e, insieme, della curiosità per il reale. Qualche tempo dopo replicammo in una festa che avevo organizzato in casa mia con pochi amici, quasi tutti iscritti, come me, al partito comunista. Grande fu la sua curiosità nel conoscere gli stereotipi che regolavano i rapporti politici nelle sezioni; era del resto un’anima libera, che mal sopportava modi e costumi rigidi, essendo piuttosto incline agli scherzi e ai dispetti, come racconta Edo Parpaglioni in C’era una volta “Paese Sera”, Roma 1998, p. 22. Particolarmente duri, ci disse, furono i contrasti con il vicedirettore Sandro Curzi, uomo molto autoritario, che mantenne questo tratto distintivo anche alla Rai, dove era approdato nel 1975. Alla cena partecipò Dorotea, una carissima amica che insegnava nel Liceo Peano di Roma. Da quell’incontro nacque un seminario sulla scrittura tra gli studenti di Dorotea e l’ormai famoso Daniele Del Giudice. L’iniziativa ebbe una grande risonanza nel liceo, lasciando nei giovani e nella loro docente un ricordo molto vivo.

Passarono molti anni senza più notizie di prima mano, fino a quando, nel 2011, seppi che il Sindacato Nazionale Scrittori voleva organizzare un incontro nella biblioteca Vallicelliana per l’assegnazione di un premio a Daniele Del Giudice e Nicola La Gioia 

In quella biblioteca, dove avevo lavorato sino alla pensione come responsabile degli eventi culturali, svolgevo ancora compiti di collaboratrice volontaria. Diffusi pertanto la notizia ai compagni di classe con cui ero rimasta in contatto, radunando un bel gruppo, felice di riabbracciare Daniele. Inspiegabilmente il SNS comunicò che l’evento era stato cancellato e non era prevista una nuova data.

Non sapevamo ancora della malattia che lo aveva colpito, intorno a lui si era formato un muro di silenzio. Tutto divenne chiaro quando Paolo Mauri scrisse su Repubblica, nel febbraio del 2013: “Daniele Del Giudice, dirlo è doloroso, è da qualche tempo andato a vivere in una delle città invisibili di cui parla Calvino. Si chiama Isidora, è una città della memoria e ha la forma di un sogno sfuggente“.

In un video del 2009, girato su un taxi, in occasione del Premio letterario dell’Unione europea per il libro “Orizzonte mobile“, Daniele parla del suo mestiere di scrittore ed evoca un tenero ricordo di suo padre. Mentre racconta, appare a tratti già impreciso, forse è l’inizio della sua malattia: “non pensavo di essere uno scrittore” confessa, “quando morì mio padre, prima di morire mi regalò una macchina da scrivere; ho pensato che era quello che dovevo fare io; voleva che io fossi uno scrittore; quando mi ha dato questa macchina da scrivere per me è stata una gioia”.

Dunque la scrittura è stata per Daniele, sempre, una ricerca affannosa e impegnativa: “Eccomi qui, davanti al foglio bianco. Quante volte, dalla prima? Quante volte ancora, fino all’ultima? Non son balle, scrivere è difficile. Per tutti. Si è soli, dopo le chiacchiere, le discussioni, gli incontri, le letture. Si è soli e fa fatica”. Così l’incipit di “In questa luce“, una raccolta di scritti editi e inediti, selezionati da Einaudi nel 2013, per non dimenticare uno scrittore “che nei modi del saggismo e della scrittura narrativa sempre intrecciati ha saputo ascoltare come pochi i libri degli altri, l’arte, il cinema e il linguaggio di certi saperi tecnici.

Non immaginavamo, noi, suoi compagni di liceo, la sua fatica di scrivere; rimane invece impressa, nei nostri ricordi, l’immagine di uno studente particolare, un vero fuoriclasse della parola, e il pensiero vola a quegli anni con infinita nostalgia.  

Mirtella Taloni
Roma, 5 aprile 2021

Dall’archivio YouTube di uno dei compagni di classe di allora, un documento di bellezza struggente che Mirtella ci porta a incontrare, da cui sono estratti le foto.

VIVONA NEMICO PUBBLICO – Primo Tempo (1967)

dal minuto 4,47, Daniele Del Giudice

VIVONA NEMICO PUBBLICO – Secondo Tempo (1967)

Qui Daniele Del Giudice ai minuti 3,47 in poi, 4,44 e 7,49

“Poi ci sono i filmati con il titolo l’Agente troppo segreto… l’aspirante regista era Domenico Caputo, che si firmava Dom Capote. Daniele compare solo nei primi 2 tempi del Nemico numero 1, non è visibile negli altri filmati. Bei ricordi di una gioventù che si affacciava al 1968, ma era ancora tuta a modino” (Mirtella)

VIVONA L AGENTE TROPPO SEGRETO Primo Tempo (1967)

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