La bellezza è combattente

Il 12 maggio, nel giorno che era del suo compleanno, è stato intitolato, in VIII Municipio, un parco di quartiere a Donatella Colasanti. Ne dà notizia, fra gli altri, il sito centenarioGarbatella.

Dal fratello di Donatella, che ho avuto modo di conoscere di recente (grazie alle amiche del Caffé Letterario della Montagnola all’inaugurazione della seconda panchina dedicata alle donne che hanno regalato al mondo tanto nella poesia e nella scienza), avevo raccolto la storia di Donatella al di là della terribile esperienza di violenza e sequestro, fissa nella nostra memoria come delitto e strupro del Circeo (siamo a metà degli anni ’70).

Mi è rimasta dentro, da quella conversazione, l’immagine di una donna, allora una ragazza, piena di vita, di curiosità, di passione. Impegnata nel teatro d’avanguardia, autrice di poesie, bella e ricca di un entusiasmo che non l’ha lasciata dopo la terribile esperienza nella quale Rosaria Lopez perse la vita, e che l’ha fatta definire, con precisione, combattente per la giustizia nella targa apposta nel nostro Municipio.

Roberto aveva, in questo mattino di marzo, fra le mani, i due libri di poesie di Donatella, così dense di sentimento e vita, arricchiti dalle foto di una Donatella Colasanti giovanissima, intensa, alla quale l’esistenza in un mondo “maschio” e intriso dei peggiori disvalori ha tolto la percezione di un contesto senza violenza maschile e brutale. So che a lei sarà o è già intitolato un concorso di Poesia, e che una sua casa potrebbe a breve divenire centro di aiuto contro la violenza alle donne. So da Roberto che molto per le attività in memoria attiva si deve a Giovanna Mirella Arcidiacono, del “Tempo ritrovato”.

A latere di tutto questo, mi torna in mente il mio sguardo di bambina (avevo allora 10 anni) sugli eventi che negli anni ’70 arrivavano al mio sguardo dalla stampa e dalla televisione. Ho netto il ricordo dei tre eventi che hanno disegnato, nella mia mente, una geografia romana condannata alla violenza, che negli occhi di una ragazzina in provincia arrivavano come impronte di qualcosa che è davvero difficile dimenticare.

Mi riferisco qui al delitto Pasolini, con le immagini atroci dall’idroscalo, alla foto che conserva lo sguardo di Donatella all’apertura del bagagliaio nella quale era stata lasciata “come morta” accanto alla sua amica Rosaria, e alla Renault 4 rossa in cui nel 1978 fu trovato il corpo di Aldo Moro.

Ora (rinviando a una intervista che spero di poter fare a Roberto Colasanti presto, che restituisca una biografia personale e familiare nella bellezza dei legami, nella forza dell’essere “con” nell’esperienza di oggi di questo fratello la cui delicatezza e dolcezza è palpabile al cuore e agli occhi), voglio farmi una domanda che prescinda dalle vite personali (come sempre le più importanti, le prime, quelle davvero maiuscole), e soffermarmi sui miei occhi di bambina su Roma, quella Roma che poi a 18 anni appena compiuti ha iniziato ad essere anche la mia città.

Il pensiero non è peregrino, considerando l’occasione prossima di riportare Roma ad avere un sogno e un desiderio e una possibilità vera di essere una metropoli progressiva e non il luogo di un abbandono, di una violenza non compresa, di una politica assente. Il Municipio e il Comune devono costruire una politica delle relazioni umane a partire dai valori della politica.

Cosa si aspettano la bambina che ero e la donna che ha visto Roma cambiare e diventare bellissima negli anni di Rutelli, e in certa misura anche in quelli di Veltroni, e sente quel sogno le sia stato tolto, spero non irrimediabilmente?

Quella bambina si aspetta di rivedere e vedere ancora mutare le occasioni, le produzioni, la vita e le identità non semplici di quella Roma che era diventata, nel tempo, capace di distribuire cinema, di produrre eventi, di creare luoghi di aggregazione, a partire da una Stazione centrale che ho conosciuto con un rettilario e gallerie invivibili a 18 anni, e si è trasformata con Rutelli in qualcosa di magico. La vorrei vedere con le Notti bianche di Veltroni, le Estati Romane di Nicolini, i cinema d’essai a 2 euro (erano a mille lire), le matinée nelle sale, gli autobus che miglioravano di mese in mese.

La donna di oggi chiede molto presidio dei Municipi, del Comune e della Regione sulla qualità della vita (trasporti, scuole e campi scuola, centri di aggregazione, formazione per la terza età e sulla medicina narrativa, sicurezza fatta non di poliziotti ma di educazione sentimentale e servizi, taxi rosa, negozi aperti fino a tardi, illuminazione stradale, parchi pubblici e servizi presidiati con attività, proiezioni gratuite per le scuole, servizi di Consultorio familiare e per gli adolescenti, servizi di attenzione ai bisogni psicologici per tutte le fasce di età a costo politico o gratuiti). Ed uno sguardo preciso ai generi nelle scelte e nelle opportunità.

Metropolitane aperte e sicure fino a tardi. Quartieri elastico, ciascuno con una mobilità interna “facile”, e con attrattive culturali, commerciali e gastronomiche specifiche. Centri sociali in luoghi pubblici come luoghi aperto di condivisione e aggregazione.

Passare dalle logiche dei Parchi Letterari ai Parchi metropolitani, ovvero i quartieri dotati di percorsi “privilegiati” di accoglienza turistica che colleghino e rivitalizzino beni culturali, servizi e commercio, collegando ogni quartiere alla sua storia, alle sue “abitudini” e vissuti sociali.

Fare delle periferie luoghi di specializzazione artigianale e di magazzino, disintossicare il centro da PA e uffici e farlo vivere la sera. Pensare smartworking e servizi virtuali di PA e di Municipi come occasione davvero portante di digitalizzazione e disintossicazione ambientale. Se la sanità e la scuola media non dipendono dai Municipi, è però a questi che può attenere un monitoraggio dei servizi, compresi quelli formativi, in termini di opportunità per il territorio. Scuole aperte, sponsorizzazioni delle best practices, denuncia delle carenze.

E, per prima cosa, per sottrarre alle logiche di distribuzione preferenziale i fondi, istituire un CRM di municipio, di comune, di metropoli, che consenta di finanziare i servizi in base a standard di qualità oggettività e bisogni reali di cittadini e cittadine. Un Municipio che apprende, un Comune “esperto”. Possiamo fare dei big data un valore.

La memoria è combattente, la bellezza pure. Grazie a chi con la sua vita, passata in VIII, lavora e ha lavorato per questo.

Avrei preferito, lo avrebbe preferito anche la bambina che ero, invero, che la targa per Donatella Colasanti recitasse “donna combattente per la giustizia”, avrebbe salvato il portato di genere che le ha tolto tanto, esponendola a una violenza maschile e odiosa.

(ng)