Musica ribelle

Il sogno in una canzone

Nasce oggi una nuova rubrica, curata dalla Redazione e da Marco Petrucci che l’ha anche proposta. A seguire, il testo che Marco ha preparato per raccontarla dal suo “punto di vista”.

Il sogno in una canzone

La musica ha sempre rappresentato molto nella mia vita. Potrei definirmi un collezionista seriale di vinili, cd, edizioni speciali, rarità. Dormo, ogni notte, ascoltando musica. E’ più di una semplice passione. Non ho preclusioni verso alcun genere.Dalla musica popolare al jazz, dal rock al blues. Ascolto tutto.

Di una cosa però sono certo. Purtroppo, dal punto di vista commerciale, la musica è irrimediabilmente “morta”. Sommersa da suoni e tormentoni che poco hanno a che fare con l’opera d’arte. La musica, a prescindere dal genere, dovrebbe essere vera ispirazione, libera da schemi e imposizioni. L’esatto contrario del panorama attuale. 

E’ vero che una parte della produzione musicale (dagli anni cinquanta in poi) è stata sempre orientata verso i gusti del pubblico. Ma, fino a una ventina di anni fa, era lasciato maggiore spazio all’artista, alla sua libera fantasia. Spesso si producevano dischi destinati a un pubblico di nicchia anche da parte delle grandi case di produzione.  Questo spazio, a causa della diversa fruizione della musica e dei guadagni sempre più ridotti, è diminuito progressivamente sino a divenire nullo. 

Ecco il perché di questa rubrica. 

Raccogliere brani che, secondo il mio gusto, sono dei piccoli capolavori spesso dimenticati e, magari, passati inosservati al grande pubblico. Per ognuno di questi racconterò aneddoti, storie particolari o, in alcuni casi, persino della “copertina” (una volta parte importante della produzione e opera d’arte a sua volta). In definitiva una guida, soprattutto per i più giovani, alla “vera” musica. Quella priva di ogni schema precostituito. Quella che libera la mente, come la radio di Eugenio Finardi. Spero di riuscire a stimolare la curiosità e a far rinascere la voglia di ascoltare con attenzione un brano.  L’orecchio va educato e non “violentato”. Questo non significa che troverete solo brani sconosciuti. Tutt’altro. Spesso il successo commerciale è stato meritato ed è andato di pari passo con l’eccellenza artistica. Per dirla “volgarmente”: niente puzza sotto il naso. Nessuna voglia di supponenza o di ergersi a portatore della verità assoluta. Un invito ad aprire la mente e lasciarsi trasportare in un viaggio che potrebbe diventare infinito. 

(Marco Petrucci)

Ed ecco il primo brano

Caterina Caselli, CIMA VALLONA – 1968 (di Francesco Guccini)

Brano atipico nella carriera della cantante modenese. In sostanza inedito (in base alle mie ricerche) sino al 1997 quando fu pubblicato all’interno della compilation “Qualcuno mi può giudicare”. Caterina Caselli, tralasciando i primissimi successi, è stata sempre attenta nella scelta dei brani interpretati, spesso affidandosi al genio di Francesco Guccini, come in questo caso.  E’ un peccato che questo piccolo (e breve) gioiello sia rimasto sepolto per anni. Il tema trattato è drammatico, cosa molto inusuale per l’epoca tra i cantanti “famosi”. Siamo nel 1968 proprio alla vigilia di una stagione completamente diversa. Un anno prima, il 25 giugno del 1967, era avvenuta la strage di Cima Vallona, poco ricordata rispetto ad altre. Un gruppo terroristico, che rivendicava l’autonomia del Sudtirolo, nascose una serie di ordigni quindi abbatté un traliccio dell’alta tensione per attirare le forze dell’ordine. Perirono nelle due esplosioni quattro giovani carabinieri paracadutisti. Una delle particolarità del brano è questa. L’aver trattato un tema, quello dello stragismo, che proprio dall’anno seguente diverrà, tristemente, una terribile consuetudine. 

(Marco Petrucci)