Un ragazzo d’oro

8mm – questa volta con Pupi Avati

Un ragazzo d’oro (2014) di Pupi Avati

Pupi Avati è uno dei “nostri” registi viventi più prolifici e duttili. Ha toccato quasi tutti i generi: commedia, horror, dramma. E l’ha fatto, di solito, con rara maestria. I capolavori sono tanti e, purtroppo, quest’ultima pellicola non è tra quelli.  Parlo da “fan” deluso. Le motivazioni sono diverse e le analizzerò nel commento. Prometto ai lettori di questa rubrica di tornare a parlare di Avati scegliendo una pellicola “storica” e bellissima.  

Davide Bias (Riccardo Scamarcio), figlio di un regista e sceneggiatore di scarso successo, vive a Milano dividendo la sua attività lavorativa tra quella di creativo pubblicitario e scrittore alla ricerca di un editore. Soffre di un’inquietudine vicina a un’ansia patologia. Questo a causa del rapporto molto conflittuale con la figura paterna. Non è aiutato dalla compagna (Cristiana Capotondi), sempre in bilico tra nuovi e vecchi amori. Quando il papà di Davide muore in un incidente d’auto, la situazione precipita. Tornato a Roma per stare accanto alla madre (Giovanna Ralli) incontra la presunta amante del padre (Sharon Stone), un’editrice che lo invita a ricercare un romanzo che proprio il padre stava completando. Davide inizia a immedesimarsi con quella figura che ha sempre odiato. Un tentativo estremo di riconciliazione che avrà conseguenze positive ma anche drammatiche.  

 Una trama, come avrete intuito, molto complessa e una buona sceneggiatura di base. La pellicola si perde nella realizzazione e nella scelta del cast. Il punto di forza di Avati è sempre stato la poesia, la capacità di scavare nell’animo umano e rivelarne debolezze e, persino, meschinità. Per far questo il regista è spesso ricorso all’artificio del ricordo, collocando le storie nel passato e riempiendole di aneddoti autobiografici. In questo caso l’idea di partenza è ottima. Un ragazzo che cerca la propria strada, trovandola proprio in una riconciliazione postuma con la figura paterna. Il problema è che il tutto sembra artificioso e, in diversi momenti, fuori registro. Gli attori appaiono tutti “impostati” e lontani dal loro ruolo (in particolare Sharon Stone). L’impressione che ho percepito è stata quella di una mancanza di sintonia tra il regista e la storia. Tante scene sembrano artefatte, cosa che mai ho trovato in un film di Avati. L’aspetto riuscito in modo migliore, se pur di secondo piano, è il ricordo del nostro cinema di serie B. Un mondo complesso, spesso guardato con disprezzo (il padre di Davide soffriva particolarmente per questo). Molti discorsi appaiono accennati e non conclusi. A peggiorare le cose c’è un finale deludente, non nel contenuto ma nella realizzazione. Ripeto. Il film è molto complesso e si sviluppa su diversi piani. Questa è la mia opinione ma non escludo che tanti riusciranno a trovare tanti lati positivi.  

Nessun riconoscimento “importante” (tranne la migliore sceneggiatura a Montreal) e questo è quasi “un unicum” per Avati. Da non dimenticare, la presenza di Giovanna Ralli, l’unica interpretazione all’altezza. Le scene attribuite al padre di Davide Bias, sono tratte da “Dove vai se il vizietto non ce l’hai?” (1979) di Mario Girolami.

 Comunque da vedere! Sono certo che sarebbe molto interessante uno scambio d’idee.

 Come sempre, buon cinema a tutti!

(Marco Petrucci)