ROMA LA CAPITALE DI TUTTI LA CAPITALE DI NESSUNO

Non c’è altra città «capitale» quanto Roma: enorme centro di potere nell’antichità e sede della Chiesa universale. Eppure fu con una maggioranza mediocre che il Parlamento dell’Italia unita il 23 dicembre 1870 votò il trasferimento della capitale da Firenze, secondo una volontà che era stata di Cavour, oltre che di Garibaldi e Mazzini. Capitale «inevitabile» che suscitò invidie e rancori. Una immagine sempre contrastata: matrona e ladrona, civilizzatrice e corruttrice. Così Vittorio Emiliani nel suo libro del 2018 (ed. Mulino) “Roma capitale mala-mata” ci consegna l’immagine di una città che, nel caos magmatico della situazione politica contemporanea, è vittima di uno scempio urbanistico perpetrato negli anni in spregio ad una congrua pianificazione. Un centro storico congestionato con le sedi principali della direzione politica ed amministrativa e l’impossibilità di sviluppare in modo adeguato il trasporto pubblico in superficie rendono oggi lo scenario cittadino un inestricabile rebus di pianificazione trasportistica.

Una capitale malata e non amata sin dalle origini per difetto di proposizione. Mentre le altre nazioni si unificavano intorno al loro centro politico ed amministrativo, al contrario Roma si è aggiunta al resto dello Stato dopo l’unificazione, come residuale di un processo. Designata e accettata come l’ineluttabile conseguenza della nuova nazione, ma mai anelata dal paese intero e poi guardata con diffidenza dal Nord, interprete del motto leghista della “roma ladrona” e dal Sud pseudo vittima della noncuranza del potere centrale.

A questa cultura “antiromana”, a questa incapacità di “comprendere” la città è certamente legata la storica assenza di una adeguata politica della Nazione per Roma. Dapprima, a partire da Porta Pia, si è guardato alla città con un’ottica prevalentemente strumentale e speculativa, oltre che deformante (all’insegna della retorica dell’Elmo di Scipio e di quella della “romanità imperiale” fascista, foriera di guasti irrimediabili), poi, dopo la guerra, il nulla.

Sarebbe stata necessaria una profonda azione di amalgama intorno alla nuova Capitale e invece la storia della nazione ha portato Roma a venire vissuta come un simbolo inviso se non addirittura detestato: di volta in volta, della retorica nazionalista e poi fascista, di un centralismo amministrativo inefficiente, di una politica percepita spesso con avversione, di uno Stato incapace e lontano.

Quanto Roma abbia bisogno di essere amata e questa carenza di riconoscimento sia atavica si svela nelle parole di un insuperabile fan della romanità, Gigi Proietti. Il dialetto, le storie, la gestualità e la mimica facciale ispirati alla sua città sono sempre stati al centro della sua comicità fino alle dediche d’amore che Gigi ha più volte esternato. In occasione dei 150 anni di Roma Capitale, dichiarò: “Sono nato in uno dei luoghi più belli, a via Giulia, ma a Roma ‘ndo cojo ‘cojo, non c’è che l’imbarazzo della scelta. A Roma – proseguiva Proietti – auguro tutto il bene possibile, direi che tutti noi, i romani, dovremmo mettercela tutta, vorrei che fosse più amata dagli italiani e da noi romani. Spesso non la amiamo a sufficienza“.

Nella stessa occasione una voce decisamente autorevole ha fatto un appello di tal genere, appello da ascoltare e farne una massima «… C’è una domanda d’inclusione scritta nella vita dei poveri e di quanti, immigrati e rifugiati, vedono Roma come un approdo di salvezza. Spesso i loro occhi, incredibilmente, vedono la città con più attesa e speranza di noi romani che, per i molteplici problemi quotidiani, la guardiamo in modo pessimista, quasi fosse destinata alla decadenza. No, Roma è una grande risorsa dell’umanità! Roma è una città di una bellezza unica. Roma può e deve rinnovarsi nel duplice senso dell’apertura al mondo e dell’inclusione di tutti …». Questa è la voce di papa Francesco in un lungo discorso dedicato all’inclusione ed alla aspirazione multietnica della nostra città.

Nel messaggio del Papa per Roma si ravvisa la ricchezza proprio nell’essere il centro di un universo culturale, anima del mondo, un luogo dove ogni cittadino residente o straniero si può riconoscere e sentirsi parte di una immensa comunità, quella umana. Questo è l’attributo che viene riconosciuto alla città culla della civiltà occidentale e della cristianità, un attributo universale che porta con se una innegabile attenzione da parte di ogni persona di qualunque paese, città, luogo.

Un ossimoro questa città mai anelata dal paese che rappresenta e, al contrario, amata da tutto il mondo. Una capitale di tutti e di nessuno allo stesso tempo.

Tutto questo non è giusto per Roma, ridotta in condizioni deplorevoli anche per gli storici errori della politica nazionale. Ma, soprattutto, tutto questo non è utile per l’Italia. A parte ogni considerazione ideale che pure avrebbe motivazioni non irrilevanti, appare evidente che il Paese ha bisogno di una Capitale efficiente e ha l’interesse a valorizzare quale simbolo della Nazione il “brand” Roma, con le sue straordinarie proiezioni internazionali. Ai politici che affermano che “se si danno soldi a Roma bisogna darli a tutti i Comuni italiani” va spiegato che non si tratta di un privilegio riservato alla città, ma del vantaggio che da questo deriverebbe per l’intera nazione. Per questo è urgente che lo Stato assuma finalmente il ruolo che gli compete (e che tutti gli altri Paesi svolgono senza esitazioni) nei confronti di Roma, facendone non solo una Capitale ben funzionante, e già sarebbe molto, ma una città simbolo del Paese, immagine prestigiosa della realtà nazionale.

Comunque iniziative pubbliche per la città ce ne sono state, soldi per Roma anche, lo Stato democratico ne ha spesi, interventi pure importanti sono stati realizzati, ma è sempre mancata una strategia. Si è operato in modo occasionale sulla spinta di emergenze finanziarie o dell’urgenza di appuntamenti irrinunciabili. Sempre è mancata, soprattutto, l’idea del ruolo di Roma in quanto Capitale del Paese, di quali funzioni essa dovesse assumere e, di conseguenza, di quali strumenti normativi e finanziari regolari e programmati essa dovesse venire dotata dallo Stato per fronteggiare gli oneri che lo Stato stesso le imponeva.

Alle inadempienze dello Stato nel confronti della sua capitale deve aggiungersi una mala gestione locale. Giunte che nell’escursus storico, oltre a trascurare del tutto  l’interesse della città in termini di rinascita e ricollocazione nei primati internazionali delle metropoli più amate, hanno anche trascurato l’essenziale, la gestione ordinaria.

Soprattutto in tempi più recenti dal 2008 ad oggi Roma, a parte le gestioni commissariali che per loro natura provvedono soltanto all’ordinario, ha avuto “un trono vuoto” perché ha dovuto fare i conti con queste Giunte:

  • Mario Morcone (commis. straord.) 14 febbraio 2008 – 28 aprile 2008
  • Gianni Alemanno (AN) 29 aprile 2008 – 11 giugno 2013
  • Ignazio Marino (PD) 12 giugno 2013 – 31 ottobre 2015
  • F. Paolo Tronca (commis. straord.) 1 novembre 2015 – 21 giugno 2016
  • Virginia Raggi (M5S) 22 giugno 2016 – ..in carica.

Una città privata per tanti anni di una guida in grado di proporre strategie adeguate ai tempi e conseguenti azioni amministrative,  diventa lo spettro di se stessa, tanto più quanto il contesto urbano sia fortemente gratificato da antichità uniche al mondo. Il deterioramento palese delle strutture, dei servizi e della vitalità di una capitale come Roma, lascia all’osservatore la sensazione che esista solo l’antico, una sorta di gigantesca Pompei da visitare unicamente per passione archeologica.

La città è in affanno, la sua immagine iconica cede ad una più realistica somiglianza con un agglomerato periferico. E poi Roma non riesce più ad essere la capitale di due Stati, nell’indifferenza di chi ancora non ha compreso fino in fondo l’importanza che l’intero contesto internazionale le riconosce.

La città e il Paese intero ora attendono che il trono di Roma venga finalmente occupato, che un nuovo governo della città metta in campo un valido progetto di recupero funzionale ed istituzionale, che abbia anche un sogno, quello di conquistare finalmente il sentimento degli italiani perché sentano l’orgoglio di essere rappresentati da questa città che attende da anni il rilancio della sua internazionalità ovvero, come dice papa Francesco, il primato di una città di tutti, “grande risorsa per l’umanità”.

Spetta allo Stato e all’intero paese, porre in essere gli strumenti per ancorare definitivamente Roma al suo ruolo, ma spetta in particolare ad un Sindaco e alla nuova Giunta che verranno eletti ad Ottobre, rompere con gli schemi del passato, con le gestioni clientelari e familistiche e con gli ottusi giochi di potere, per far risorgere una città che sia una vera capitale europea rispettata ed amata anche e soprattutto dai suoi cittadini.

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(MV)

*La foto in evidenza è dal sito “la voce del tempo”