Sognando una canzone

Don Backy, SOGNANDO – 1971 

Don Backy, all’anagrafe Aldo Caponi, è sempre stato un personaggio particolare. Toscano vero con un carattere molto spigoloso. Questo ne ha frenato una buona  carriera che avrebbe meritato più luminosa.

La “rottura” con il Clan di Celentano fu un doloroso spartiacque. Autore di brani stupendi, attore (Banditi a Milano, I 7 fratelli Cervi, Cani arrabbiati), pittore, fumettista, scrittore … e non solo! In definitiva un artista completo. 

Il brano di cui voglio scrivere oggi è “Sognando” (molti lo ricorderanno cantato da Mina) scritto nel 1971 ma venuto alla luce diversi anni più tardi. E’ una canzone meravigliosa, molto particolare con una storia lunga e affascinante. In questa sede farò una breve sintesi, per ovvi motivi, ma per chi fosse interessato consiglio la lettura del lungo articolo del “Radiocorriere TV” del 18/3/2003 e le parole dello stesso Don Backy sul suo bel sito ufficiale. 

L’autore scrive questo brano, che tratta del disagio mentale, nel 1971. La legge Basaglia è ancora lontana e scrivere una canzone sull’argomento presupponeva un certo coraggio. Infatti l’autore non trova nessuno disposto a pubblicarla. L’idea nacque durante un viaggio in treno e prese forma completa dopo un concerto durante il quale un ragazzo, che sedeva silenzioso vicino al palco, fu portato via da alcuni infermieri. Don Backy chiese spiegazioni e scoprì che era autistico. In quel momento la malattia veniva confusa con la follia, aggiungendo dramma a dramma. L’autore scrive di getto “Sognando fumo e argento” (questo il primo titolo). Fu incisa nel 1974, con il titolo “Sognando fumo”, in pochissime copie, una rarità per collezionisti, dalla casa discografica di Detto Mariano, ma passò sotto silenzio. Due anni dopo, Mina telefona a Don Backy dicendogli di aver sentito una sua canzone che l’aveva affascinata e chiedendogli il permesso di inciderla. Il testo venne leggermente modificato e il titolo diventò semplicemente “Sognando”. I tempi erano maturi e il brano ebbe un buon successo. Infine, nel 1978, l’autore, la pubblica nel suo album omonimo.

Un testo che ancora regala brividi ed emozioni dopo mezzo secolo. Un tesoro da riscoprire.   

(Marco Petrucci)