BOYS DON’T CRY

BOYS DON’T CRY (1999) di Kimberly Peirce

Ottimo esordio alla regia per Kimberly Peirce che sceglie un tema difficile e complesso. Purtroppo non è riuscita in seguito a sfruttare queste sue capacità, preferendo dedicarsi all’ormai infinito “mondo” delle serie TV.

La figura di Brandon Teena è coinvolgente e pone l’attenzione sulla libertà di amare, esprimendo il proprio essere liberamente. Ritratti ottimamente anche gli altri personaggi, la regista, non a caso, è anche un’antropologa. La storia è un fatto di cronaca reale avvenuto in Nebraska nel 1993. Non tutto funziona alla perfezione, ma ne parlerò più avanti.

Brandon è un giovane transgender che vive ancora confuso la sua sessualità, certamente non aiutato da una società gretta e da una situazione familiare complessa. Da Lincoln si trasferisce a Falls City, sempre in Nebraska. Qui stringe amicizia con un gruppo di giovani che vivono in un ambiente degradato, muovendosi ai limiti della legalità, e anche oltre. John e Tom sono due ragazzi violenti con pesanti precedenti penali, Candace è una ragazza madre e la bella giovane Lana vive con una madre alcolizzata. Brandon s’innamora, ricambiato, di Lana, nascondendole la sua reale natura. Le cose si complicano drammaticamente in seguito ad una banale multa per eccesso di velocità.

Il film è molto bello anche dal punto di vista della fotografia e del montaggio, con idee molto originali nell’epoca pre-digitale. Pur basandosi su un fatto di cronaca, la regista ha inserito diversi elementi non aderenti alla realtà, scatenando numerose critiche e querele da parte dei protagonisti. La pellicola ha avuto il merito di attirare l’attenzione del pubblico su un problema difficile come quello dell’accettazione della libertà sessuale. Molta strada è stata fatta e tanta deve esserne ancora percorsa, ma ventidue anni fa il film colpì molto.

Personalmente avrei ambientato la storia, prendendo solo spunto dalla cronaca, in un contesto meno degradato, proprio per dare evidenza della grettezza culturale. John e Tom sono personaggi violenti e pericolosi a prescindere dalla sessualità di Brandon e, probabilmente, avrebbero finito per divenire degli assassini comunque. Purtroppo la realtà rurale americana, soprattutto in alcuni stati, è ben nota.  

Il titolo del film è traslato da un famoso brano dei “The Cure”, gruppo musicale di punta degli anni ottanta e novanta.  Grande successo di critica e pubblico. Hilary Swank vinse meritatamente l’Oscar (oltre al Golden Globe) che avrebbe bissato nel 2005 per “Million Dollar Baby”. La pellicola ricevette numerosi premi in tutto il mondo, impossibile e inutile elencarli tutti. 

Un film duro e adatto a un pubblico adulto (in Italia fu imposto il divieto ai minori di 18 anni). Probabilmente ha perso un po’ di forza con gli anni, superato da tante pellicole più “centrate” sull’argomento. Come scritto in precedenza, rimane il merito di aver aperto una strada.    

Come sempre, buon cinema a tutti!

(Marco Petrucci)