La Kan – Vita da voyeur

Fra Facebook, bisogno di prossimità e luoghi di cura, fantasie di intromissione e vite private, un nuovo piccolo dono di lettura, da #lottangoloBlog. Un racconto semiserio di Nerina Garofalo, pubblicato nel 2011. Protagonista, un paziente voyeur.

Perché Leggere salva il tempo.

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La Kan

Da qualche anno vivevo con lei quella regolarità rassicurante scandita in quattro 4 movimenti mensili. Uno in discesa, due di accomodamento, il quarto per risalire e riprender fiato. Questo ciclo lunare trovava compimento nello studio della dottoressa Kan. La dottoressa Kan era una psicanalista di origine cinese. Piccola, scattante, ma in qualche modo rassicurante e persino a tratti materna, accoglieva il flusso dei miei sogni e dei rantoli della ragione nella speranza che la lunga terapia, che in verità da un po’ procedeva asfittica, trovasse compimento. La nostra regola era rigida. Oltre il calore salvifico e generatore di progettualità delle sedute, le regole del nostro rapporto erano sempre di cortese reciproca inesistenza. Nessun cenno alla vita personale, non più che un cenno di saluto se ci si incontrava al bar, sotto il suo studio, nella meditabonda mia ricerca di sostegno alimentare prima dell’immersione nel rumorio dei sogni della sua stanza. Mi ero dato, negli anni, una norma interna, derivata credo dalla natura del rapporto, per cui davvero, non mento, non avevo sulla dottoressa Kan nessun tipo di fantasia segreta troppo intima. Solo le doverose sue presenze nei sogni della notte al posto mio. Era, in fin dei conti, come avere un pupo da ventriloquo, ad uso e consumo dell’inconscio. Da quando avevo aperto il mio account su FB, però, tutto si era fatto più difficile. Mi ero tormentato nel desiderio di sbirciare nella rete delle relazioni private della dottoressa Kan, quasi a rivelare, nella neutra inesistenza del virtuale, tutto quello che la realtà e la mia infarinatura di etica analitica mi imponeva di ignorare nel mondo vero. Così, distrattamente, ogni tanto digitavo il nome della dottoressa Kan, immaginando che finalmente avesse aperto le maglie strette delle impostazioni di sicurezza. Ed ogni volta niente. Vedevo solo quel “manda un messaggio a Elisabeth Kan”, oppure “diventa amico di Elisabeth Kan”. Facile a dirsi. Ero mica un amico, io. Tenevo questa voyeuristica occupazione al di fuori dalle conversazioni analitiche, era il mio piccolo, molesto segreto. Finché un giorno, nel racconto di un sogno, viene fuori, dalla mia malalingua associativa, un pellicano. Ero del tutto comodo, comodo comodo nella mia seduta, nei miei 45 minuti di delirante ottimismo, e narravo quello che notti prima si era affacciato alla finestra del mio Es. Un pellicano. Con quelle lunghe gambe, e il becco. Ed io, nella foga associativa, a un certo punto dico: perché sa, secondo me il pellicano del sogno era lei, sa… lei ha un pellicano sul suo profilo di FB, vero?. Silenzio. Silenzio assenso (costretta dall’etica a non mentire mai, la signorina Kan). Io mi ero di colpo sentito mordere da sotto, come mi fossi lasciato sfuggire qualcosa di inquietante. Peggio che una carezza all’altare di Onan al mattino, sull’immagine sacrale della dottoressa Kan. Ero arrossito, mi ero imbarazzato, e avevo pensato a come Facebook fosse peggiore di un luogo dell’inconscio, capace di disvelare quella morbosa attitudine narrativa che mi aveva costretto, più della curiosità, a sbirciare dal buco della serratura della vita della mia analista. Poi, finalmente, era arrivato il quarantacinquesimo minuto, e avevo potuto portare me e la mia morbosa frequentazione fuori da lì. Per giorni mi ero chiesto come avesse preso, la dottoressa Kan, quella intrusione. Lei, così precisa nel riserbo, nonostante la regola dell’accoglienza. Poi, dopo qualche giorno, mi ero affacciato, come fa un tossico alla dipendenza dai vissuti, alla finestra virtuale della dottoressa Kan. C’erano sempre alcuni account intestati a delle Elisabeth Kan, ma nessuno le corrispondeva. Le foto anonime di signore mature, naturalizzate in America, alcuni avatar vuoti a tutelare una trasparenza. Il pellicano era scomparso, lasciandomi solo. A domandarmi se esistesse o meno una vita vera, taciuta al mondo ma detta a Facebook, della mia adorata, sconosciutissima, privatissima, signorina Kan.


(Nerina Garofalo – edito da “Il tappeto volante”, 2011)