Un treno di notte per Lisbona

Bille August è un regista danese, vincitore per ben due volte dell’ambita Palma d’Oro (“Pelle alla conquista del mondo”, “Con le migliori intenzioni”), divenuto famosissimo grazie al successo mondiale de “La casa degli spiriti” (1993), tratto dal romanzo di Isabel Allende. Anche questa pellicola è tratta da un libro famoso, scritto da Pascal Mercier. In realtà Mercier è lo pseudonimo di Peter Bieri, conosciuto filosofo svizzero molto critico verso la società attuale e il mondo accademico, tanto da rinunciare alla cattedra di filosofia a Berlino nel 2007. 

E’ un film del 2013 di difficile classificazione che si pone tra il thriller, la sempre attuale denuncia delle barbarie di una dittatura, la ricerca di se stessi e una buona vena di sentimentalismo. La pellicola ondeggia tra le varie “anime”, rischiando spesso di deragliare. 

L’aspetto più interessante è legato alle considerazione filosofiche sulla vita e alla voglia del protagonista di rimettere completamente in discussione la propria esistenza. Non posso esprimere un parere comparando l’opera cinematografica con quella letteraria; confesso di non avere letto il libro. Pur parlando di un buon film, quello che non convince sino in fondo è un certo manierismo che restituisce una sensazione di artefatta finzione.  

Il professor Raimund Gregorius, insegnante di latino a Berna, salva una ragazza che si sta per gettare da un ponte. In seguito la giovane scompare, lasciando il suo soprabito, nella tasca del quale il professore trova un libro e un biglietto ferroviario per Lisbona. Abbandonando improvvisamente la sua vita tranquilla, scandita da ritmi metodici, decide di partire per la città portoghese. Si troverà coinvolto in una storia complicata che trova il suo inizio durante la dittatura di Salazar.  

Il cast è molto ricco: Jeremy Irons (Oscar nel 1991), la bellissima Mélanie Laurent, la tedesca Martina Gedeck (Oscar nel 2013 con “Le vite degli altri”) e la svedese Lena Olina (una delle muse di Bergman). Inoltre troviamo il sempre bravo Bruno Ganz, l’inarrivabile Christopher Lee (in una delle sue ultime apparizioni) e Charlotte Rampling. Una delle critiche, rivolte alla pellicola, si basa proprio sulla recitazione tutta in inglese, nonostante la diversa nazionalità degli interpreti, che, come ho accennato in precedenza, accentua un senso di “finzione”. Ma, godendo noi italiani di un ottimo doppiaggio, non posso pronunciarmi in proposito. 

Visto il cast a disposizione, comunque, era lecito attendersi qualcosa in più. Si ricava l’impressione che sia stata messa troppa “carne al fuoco”. Come un fiume che alla foce si dirama in un immenso delta. A difesa del regista, rimane l’alibi che trasporre sul grande schermo l’opera di un filosofo non è impresa semplice.  

La critica è stata molto severa nel giudizio e la pellicola non ha ricevuto riconoscimenti (cosa inusuale per Bille August). Il pubblico è rimasto diviso tra chi l’ha profondamente amata e chi ne ha condiviso la critica. A voi l’ardua sentenza …

Come sempre, buon cinema a tutti! 

(Marco Petrucci)

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