Un disco rotto

Né con Putin né con la nato sento spesso ripetere, e questa frase suona quasi in falsetto, tanto appare impropria proferita da “noti detentori del sapere”, dimenticando o ignorando l’Ucraina e la sua gente costretta ad abbandonare il proprio paese e le proprie case perché un dittatore folle a capo di un esercito straniero ha deciso l’occupazione e l’annientamento di una nazione libera e democratica.

Battuta sette a zero anche dalla nostrana destra più radicale, in passato manifestamente vicina a Putin, una sostanziosa parte di intellettuali italiani di sinistra che risultata incapace di schierarsi con le vittime.

Scrive Daniela Amenta su Tiscali online: “Canfora, Rovelli, Di Cesare, Cardini: quando l’intellighenzia di sinistra fatica a raccontarci la differenza tra aggressori e aggrediti. E’ un concetto semplice e binario, è vero. Ma è l’unico consentito davanti alla devastazione, qualunque devastazione …

Ci sono i pacifisti ad oltranza, che non accettano l’uso della forza neppure per “salvare la mamma”. Declamano la loro sacrale riluttanza dal salotto di casa dove mostrano stese di libri intelligenti ordinatamente disposti, poi c’è l’Associazione Nazionale Partigiani, che non si risparmia mai nel fare le sue esternazioni a rischio del ridicolo; in una nota di fine febbraio, poi in parte rimangiata, classifica l’illegale riconoscimento russo delle pseudo repubbliche del Donbass come l’ultimo atto drammatico di una sequela di eventi innescati dalla NATO (manco a dirlo) nel suo pervicace tentativo di allargamento che Mosca sente legittimamente una minaccia alla propria sicurezza.

Insomma, sembra vogliano dire: “se la sbrigassero i superstiti di Kiev o i disperati di Mariupol costretti ad una nuova Leningrado. Se la sbrigassero i civili dell’Ucraina: esposti al tiro dei mortai mentre scappano per cercare riparo o scavano fosse comuni per i loro compagni uccisi. Si difendano e difendano le loro case con le bottiglie di birra adattate a molotov e i sacchetti di sabbia per parare le cannonate degli obici dei cingolati.”

Avere dubbi è legittimo. La storia è complessa con molti attori in campo, non sempre decifrabili. C’è un lungo passato, dietro. Gli eccessi dell’Atlantismo, le mire di Putin che sappiamo e vediamo non rappresenta tutti i russi, ma ora chiediamoci: le perplessità possono aiutarci a capire o ci impantanano in un dibattito da salotto mentre in Ucraina la gente muore per davvero? Soprattutto i paradigmi novecenteschi ci permetteranno di capire i fatti di oggi? Il dogma sarà bussola o zavorra?

Ebbene questa domanda se la sono posta in pochi e, si! le posizioni più contrastanti, quelle che hanno scatenato reazioni e hanno fatto discutere sono ovviamente quasi sempre a sinistra.

Da Luciano Canfora, filologo, professore emerito dell’Università di Bari, che ha parole durissime per Zelensky e definisce i profughi ucraini “passanti”, liquida le drammatiche immagini di una partoriente in fuga come “un caso a sé stante”, a Franco Cardini, dell’Università di Siena, che da Myrta Merlino attacca solo gli Stati Uniti ricordando i fatti della Bosnia del 1994, i bombardamenti di Belgrado e quelli di Baghdad. 

Da Donatella Di Cesare, filosofa, donna colta e intelligente, che si sente preda di un maccartismo diffuso: “Putin non è Hitler, il 2022 non è il 1938. In Ucraina non c’è una guerra civile, quindi non si può Parlare di Resistenza” aMassimo Cacciari, altro celebratissimo filosofo, che all’Adn Kronos spiega: “E’ giusto dire con chiarezza da che parte si sta, ma questo non significa portare il cervello all’ammasso. Il conflitto lì c’è da almeno 12 anni e l’Europa cosa ha fatto? Non poteva muoversi un po’ prima, valutare con più realismo le posizioni russe ed evitare che la situazione precipitasse?”.

Da Carlo Rovelli, fisico, che posta foto di altre guerre e con vago sarcasmo scrive: “Kiev? Ah no! E’ l’Afghanistan, è lo Yemen”, poi chiarisce: “Nell’immediato, l’unico risultato del fornire armi all’Ucraina sarà quello di far soffrire di più gli ucraini, provocando più morti sia tra loro che tra i russi, ad Alessandro Portelli, anglista, che sul Manifesto scrive: “Non credo che ci fossero dubbi sulla moralità della resistenza nel Rojava. Però non solo non gli abbiamo mandato armi, ma mentre paragoniamo chi si arruola per combattere col battaglione Azov alle Brigate Internazionali di Spagna, gli italiani che sono andati a combattere nel Rojava li teniamo sotto sorveglianza di polizia.” Mancava solo la Boldrini, che pur condannando fortemente l’invasione russa, comunque è convintamente contraria all’invio di armi, il che è come dire “arrendetevi”.

Sembrano vecchi grammofoni che suonano lo stesso disco: anti militaristi, anti americani, anti Nato, russofili, comunisti col pugno chiuso, filo imperialisti, pacifisti, terzomondisti, terrapiattisti, contrari al sistema, questi sono i “né né”, né con Putin, né con la Nato e, quanto a solidarietà pubblicamente espressa, neppure con gli ucraini. 

Alle migliaia di morti spesso bambini, ai milioni di profughi che fuggono da un massacro mai voluto e mai provocato e ai bombardamenti delle città che non risparmiano scuole, ospedali, centri di accoglienza, mercati non possiamo contrapporre solo biasimo all’indirizzo di un uomo che è l’artefice di tanta disperazione.

Forse tanti non lo dicono, ma sarebbero contenti se gli Ucraini si arrendessero, così finirebbe il caos, la borsa tirerebbe un sospiro di sollievo e i prezzi del gas e del grano tornerebbero a calare. Già, guardare unicamente il proprio ombelico. Spero sia un sentimento che riguardi pochi, ma comunque noi parliamo continuamente della guerra in Ucraina e dei possibili rimedi come se si trattasse di un argomento ordinario: dove sono piazzati i Russi, dove gli Ucraini, come vanno gli incontri e le trattative di pace parlando di un interlocutore che non pare abbia le sembianze di Caino. Quello che non vedo è la faccia arroventata dalla disperazione per una faccenda che non è affatto ordinaria, quello che non vedo è la rabbia dipinta negli occhi di tutti noi difronte ad un atto di pirateria, un sopruso incommensurabile. Dovremmo essere tutti presi da un sacro furore, tutti anche quelli che dal loro salotto da grandi sapienti credono di dare lezioncine di storia.

Per questo mi vengono in mente sempre le stesse domande:

  • Perché centinaia tra i più grandi matematici del mondo Hanno perso 350 anni per cercare di risolvere l’ultimo insulso teorema di Fermat?
  • Perché un genio come Einstein, nonostante fosse stato il precursore della meccanica quantistica, ha sprecato tanti anni e tante energie nel tentativo di contraddire i quantisti, tanto da scomodare a sostegno del suo punto di vista anche DIO: “… pensate che Dio in questo momento stia giocando a dadi?”
  • Perché abbiamo sostenuto che le teorie del Lombroso erano sbagliate, quando basta dare un’occhiata a Putin e a Lavrov o al tagliagole ceceno Ramzan per capire che erano giuste?
  • Perché un grande scrittore come James Hillman ha concepito un libro come “Un terribile amore per la guerra” il cui incipit è: “C’è una battuta in una scena del film < Patton, generale d’acciaio >, che da sola riassume ciò che questo libro si propone di capire. Il generale Patton ispeziona il campo dopo una battaglia. Terra sconvolta, carri armati distrutti dal fuoco, cadaveri. Il generale solleva tra le braccia un ufficiale morente, lo bacia e, volgendo lo sguardo su quella devastazione, esclama: << Come amo tutto questo. Che Dio mi aiuti, lo amo più della mia vita>>.

Ed ho la risposta, che è quella che dà Hillman nel suo libro: è frequente che gli esseri umani abbiano una grave smagliatura intellettivo/cognitiva che costituisce il germe vero della follia. Riguarda tutti: normali, geni e meno dotati. Sono tutti, al pari, portatori di un virus che genera l’ardore per la distruzione per l’annientamento dell’avversario se non del prossimo in generale.

Solo chi ha compreso fino in fondo la radice di tale disfunzione, l’ha elaborata facendone scienza e atto di profonda consapevolezza, fino ad accogliere l’avversario come interlocutore paritario, può sentirsene liberato. Certo le condizioni del contesto che riguardano le vicende e la vita di un tiranno, nella solitudine della sua arroganza e nella convinzione che il mondo gli sia debitore, non favoriscono un tale processo.

(Marcello Veccia)

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