Volevo fare la…

Nella confusione dei giorni, dove la paura del Covid è stata sovrastata senza meno dalla paura dei funghi atomici, dalle immagini di morte e distruzione, dal passaggio dall’essere con dei balconi all’essere contro dei palazzi, delle stazioni, degli aeroporti sventrati, voglio fermarmi oggi a riflettere sul tema della vita, e quindi inevitabilmente sul tema della morte.

Sul tema della libertà, e quindi inevitabilmente sul tema dell’oppressione.

Oltre a tutto quello che gli eventi Covid e Guerra in Ucraina hanno introdotto di instabile, imprevedibile e di difficilissima gestione sui versanti delle economie, delle relazioni internazionali, delle convivenze culturali, delle strategie di “occupazione” del mondo, ci sono alcuni tratti di tutto questo dolore diffuso e non a sufficienza accompagnato che emergono con particolare evidenza.

Nonostante lo splendido lavoro fatto dalla gran parte dei testimoni: fotografi, giornalisti, operatori della comunicazione, che in entrambi i casi, insieme agli artisti e al sentimento della bellezza e salvaguardia che fa di ciascuno di noi un bacino di azioni artistiche, hanno prodotto e producono vicinanza e comprensione.

E sono tratti uguali a sempre. Dolorosi come sempre. Di questi soltanto voglio parlare, appuntando come in una lista su carta da pane i pensieri di base che me li palesano e rendono intollerabili.

Che cosa hanno in comune una donna, un bambino, un anziano e un cane?

Cosa hanno in comune, oltre a tutti i loro specifici, di fronte al dolore della pandemia, ed all’atrocità della guerra?

La frase che appunto è questa: essere simboli culturali (nella semplificazione d’accetta dei simboli condivisi) di alcune parole: accudimento, fedeltà, fragilità, esperienza, intuito, essere espressione del ciclo di vita con connotazioni specifiche, la vicinanza ai sentimenti e bisogni primari, il mettere se stessi al secondo posto quando serve).

Accanto a questo c’è poi la ricchezza e differenza di ciascuno di questi vissuti di genere, di età, di specie, che per ora lasciamo fuori. Perché i grandi eventi inizialmente almeno, portano con sé solo parole definitorie che nelle azioni utilizzano le “convenzioni”.

Chi ha pagato di più e di più sta pagando, la pandemia e la guerra? Chi più viene negato, strumentalizzato, offeso, saccheggiato, abbandonato, misconosciuto in sé e dichiarato come categoria, nel bene e nel male per richiamare i sentimenti sul terreno della solidarietà e della difesa e su quelli della paura, dello sbigottimento, del terrore?

Le donne, i bambini, gli anziani, i fragili e gli animali domestici.

Assistiamo in questi giorni all’esercizio dell’orrore in Ucraina attraverso l’agito di stupri, mutilazioni, torture, che rivelano insensatezza e ferocia quando colpiscono nel sentimento comune l’idea e la speranza del futuro e della pietas.

Le donne il cui corpo viene punitivamente violato, la violazione esposta agli occhi di chi le ama, la violenza cieca sui bambini. L’insulto alla fragilità degli anziani e di chi non ha autonomia. E questo dichiara la capacità dell’aggressore di umiliare, offendere, far sopperire all’indicibile la persona e le creature del mondo. Mentre questo dolore viene esibito a chi porta l’immagine della potenza di opporsi, ovvero uomini e donne che combattono in campo.

Anche qui, però, ho la sensazione che si racconti una guerra combattuta da uomini, mentre penso che di donne combattenti ce ne siano moltissime. A tuti i livelli degli eserciti regolari e spontanei, di Resistenza.

Questo è quello che mi sembra accada, nel vedere le donne che portano in salvo anziani e bambini fuori, attraverso inesistenti e dolorosi, solo parziali, corridori umanitari, combattendo l’idea della morte con la dignitosissima tensione a portare in salvo per un futuro che ritorni.

Resta vero però che in questo rischiamo di consolidare, con la pandemia e la guerra, in un limite culturale all’idea di parità, e di cultura della conciliazione nella differenza, che dovrebbe essere invece uno dei valori per i quali l’Occidente europeo si batte inesausto e ahimè non sempre vittorioso.

Nello spazio del taccuino, che dovrebbe essere breve ed oggi già si allunga, provo a portare a sintesi, emozioni e pensieri di questi due anni , di questo mese di guerra.

Durante la Pandemia, i più colpiti e le più colpite nel disagio, nella solitudine, nel carico di gestione, nella perdita del lavoro, sono state le donne. Soprattuto le meno garantite dal lavoro e da un terreno culturale di riferimento accettabile, Con loro i bambini e gli adolescenti, la cui solitudine e stupore è stata e rimane senza una risposta adeguata, gli anziani e i meni autonomi e le meno autonome, i così detti fragili (che fragili sono per nostra conclamata incapacità di vivere e far vivere la differenza).

C’è ora una guerra che ripropone, dopo i mesi durissimi e le tristissime attualità ad esempio afgane, e delle donne afgane in particolare, una realtà che ha simboli atroci nei corpi e negli abbandoni, e nella richiesta di essere fuori dal campo, a tutela della vita altrove.

E ci sono, in Italia, negli stessi mesi e anni, quotidiani casi di femminicidio, che nello stretto dei rapporti di coppia o di contesto sociale stretto, ripropongono, per lo specifico delle donne, e spesso dei bambini e bambine, lo stesso orrendo proposito di avvilimento, uso, sottomissione, negazione e abuso che si vede sui campi di guerra.

Con l’aggravante che, nei femminicidi, e questo deve lasciarci davvero inquiete ed inquieti, persino i media e i gruppi sociali sono meno avveduti al rispetto e alla verità. Davvero non fanno abbastanza. Almeno nella direzione dovuta.

Non pensate che un femminicidio sia meno brutale, assordante e feroce di uno strupro di guerra. Teniamo stretta la consapevolezza delle ragioni del danno, quando esso assume forme e sostanza differenti, ma con un identico convulso fraintendimento e inganno culturale dentro.

Che cosa collega Carol Maltesi a Carmen Consoli? Cos’hanno in comune una donna afgana e una donna ucraina? L’aspirazione a una vita desiderata, che accompagni la storia personale, soggettiva, e individuale, con la possibilità di esprimerla in azioni, scelte e libertà.

Libertà da ruoli, da strumentalizzazioni simboliche, da bisogni storicamente delegati solo alla cura femminile, da disparità di studio, salario, crescita culturale, ruolo, accesso alle risorse.

Non penso che sia la famiglia, il luogo a cui richiamarsi per rendere possibile questo. Penso sia invece l’identità, per ciascuno e ciascuna. L’humus culturale che coltiviamo nelle nostre società, la libertà con cui lo rendiamo vero.

Non lasciamo che la guerra, oltre a tutto il resto, ci tolga ancora una volta le conquiste e i valori della differenza.

Cos’hanno in comune nella mia testa Carmen Consoli e Carol Maltesi? Un desiderio, una frase. Volevo fare la rockstar, volevo essere libera di fare la pornostar. In entrambi i casi, un modo personale di immaginare il futuro, il proprio essere “stella“. Brillare di luce propria, con libertà e diritto, in qualsiasi direzione possibile.

Lavoriamo per quel firmamento, ogni giorno. In pace, in guerra, in ogni luogo. E lasciamo i verbi al futuro e soprattuto al presente.

(Nerina Garofalo)

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