Quando la politica tradisce se stessa

Heisenberg formulò il principio di indeterminazione nel febbraio 1927 ad una Conferenza all’università di Copenaghen, nacquero così i fondamenti della teoria quantistica. Allora molti fisici e filosofi, non solo mossero obiezioni all’interpretazione di Copenaghen, ma lo presero in giro, compreso Albert Einstein che pronunciò le celebri frasi: «Dio non gioca a dadi» e «Credi davvero che la luna non sia lì se non la guardi?», tanto che lo stesso Heisenberg iniziò ad avere dei dubbi sulla nuova teoria, oggi conclamata e che trova applicazione in tutti i campi della tecnologia. Lo stesso Einstein non fu tolto dal sottoscala del suo modesto impiego all’ufficio brevetti di Berna dalle sue teorie sulla relatività (ristretta e generale), quelle stesse teorie prima molto criticate, che divennero poi, le più grandi scoperte teoriche del secolo scorso, ma da una scoperta secondaria sulla natura corpuscolare dei fotoni. Per non parlare di altri scienziati ridicolizzati ed emarginati per le loro teorie o studi risultati indigesti ai più, come Galileo, Darwin, Copernico, Pasteur che oggi sarebbe messo alla gogna da un esercito di no vax. 

Se serve scienza, attitudine e dotazione intellettiva nei vari campi delle attività umane che hanno un esito sull’intera comunità, come si può pensare che nel governo della “cosa pubblica”, nell’azione politica, non serva né competenza, né attitudine e genialità? La politica costituisce una delle molteplici forme di esercizio delle capacità intellettive, un’applicazione teorica e pratica dell’intelligenza e della logica con il fine precipuo di organizzare e gestire in modo efficace una società civile. Una definizione questa, semplice e semplicistica, che non fa giustizia del vero concetto insito nella parola “politica”, almeno quella vera, quella che rende le collettività umane giuste, eque, e progredite, perché quella scruta ed immagina il futuro, sa prevedere gli eventi generati dalle interazioni interne ed esterne, una gigantesca partita a scacchi dove si può vincere solo guardando ben oltre la prossima mossa ed intuendo le strategie dell’avversario. Fantasia e predittività sono gli elementi fondamentali che garantiscono il successo delle strategie in campo a vantaggio dell’intera società.

Alla politica serve, analisi intelligente del contesto, massima comprensione, visione e predizione. Significa che i politici che guidano una società o un paese ed anche strutture complesse, dove interagiscono un numero incommensurabile di variabili, dovrebbero essere, per assurdo, dei geni e si sa che la natura sulle nascite di quest’ultimi, è piuttosto avara. Comunque anche se ve ne fossero di geni dediti alla politica, per ovvie ragioni, non potrebbero e non dovrebbero sovrastare né pretermettere gli altri a tale compito affaccendati, altrimenti sarebbe la fine della democrazia, ma questo è l’ultimo dei problemi, anzi, è un problema che non esiste, semmai, esiste un problema al contrario: come salvare i migliori dal mare di mediocrità e di invidia che li circonda. 

“Similis cum similibus” dicevano i latini e noi sappiamo quanto ci siano più simpatici quelli che ci somigliano rispetto agli altri molto diversi da noi. Questo è il problema. Il fattore intelligenza o genialità è distribuito in una popolazione in ordine gaussiano: pochissimi decisamente ottusi, pochissimi super dotati e un mare magnum di mediocri.Si spiega tutto: il potere finisce in mano ai mediocri che deridono gli ottusi ed odiano i più dotati, quest’ultimi sono considerati diversi e pericolosi perché per le loro doti sfuggono alla capacità di controllo. Sono invidiati ed odiati perché minacciano l’ordinarietà, la tranquilla staticità di sistema imponendo spesso ritmi accelerati e metodologie innovative che spaventano anime mediocri incapaci di vedere l’oltre. Direi che una spiegazione l’abbiamo, da una parte, le massime vette dei partiti politici raggiunte con facilità e rapidamente da personaggi che non sarebbero in grado di amministrare il condominio dello stabile dove abitano e tuttavia ambiscono anche a governare un intero paese, dall’altra, persone competenti e capaci di interpretare il mondo, emarginate, offese e anche odiate da quella massa informe di mediocri o peggio, che ingolfano il mondo della politica della loro presenza e supponenza con danni incommensurabili per la collettività ma che alla massa che li vota e li erige a governanti somigliano tanto. Questo è un falso della politica, una truffa ai danni di una collettività tradita da se stessa, perché si rifiuta di accettare che la complessità del mondo va affrontata con strategie e azioni altrettanto complesse, incompatibili con le imposture e le improvvisazioni che oggi più che mai abbiamo dinanzi agli occhi.

(Marcello Veccia)

2 pensieri riguardo “Quando la politica tradisce se stessa

  1. Molto molto interessante, caro Marcello. Collaborammo, noi Liceo Primo Levi con il gruppo di un Liceo danese che ospitammo con l’insegnante a Roma per seguire un corso su Bohr e Heisenberg e vedere lo spettacolo teatrale “Copenaghen” (Cobenhaven?).
    Fu una bella esperienza!

  2. Molto bello, Marcello. Spunti e riflessioni che dovremmo portare con noi non per produrre risposte definitive, ma come elementi di ricchezza intellettuale.

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