4 dicembre 1980 – I Led Zeppelin si sciolgono

1980 – I Led Zeppelin si sciolgono: “Desideriamo rendere noto che la perdita del nostro caro amico ed il profondo senso di rispetto che nutriamo verso la sua famiglia ci hanno portato a decidere – in piena armonia tra noi ed il nostro manager – che non possiamo più continuare come eravamo”. Poche righe che scrivono la parola fine alla parabola musicale dei Led Zeppelin, una pietra miliare della storia del rock e una band tra le più innovative in assoluto, capace di far convivere generi distanti come heavy, blues e folk.”

Così ci descrive un 4 dicembre il sito giornalistico TrevisToday, nella sezione “accadde oggi”.

Il 4 dicembre, per chi vive in Italia, è data che si collega, nell’elettorato di centro sinistra, al deflagrante insuccesso del Referendum costituzionale, che determinò, nel seguito e a cascata una serie di eventi ad oggi ancora, e forse più, inquietanti.

  • La personalizzazione del risultato referendario come atto di riconoscimento o disconoscimento delle sue politiche da parte di Matteo Renzi
  • l’approfittarsi di questo di quella parte del PD che mal digeriva riformismo e riformisti
  • l’approssimarsi alle simpatie della sinistra prima dei 5S grillini e poi di Conte
  • la costruzione da allora in avanti di una campagna mediatica di discredito del riformismo renziano e delle figure che ne erano espressione
  • la costruzione di una serie di eventi giudiziari pretestuosi e infondati (come racconta lo stesso Renzi con particolari e chiarezza nel suo libro Il Mostro, edizioni uno e due, quest’ultima da pochissimo uscita in libreria).

Con in mezzo una pandemia, non ancora terminata, e una guerra fra oriente e occidente appena iniziata e tutt’altro avviata a pacificarsi come sembra utile credere.

E con in mezzo una Chiesa Bergogliana con forte attenzione ai diseredati ed ai fragili, ma non accolta pienamente al suo interno, né ascoltata adeguatamente fuori, se non per slogan. E un PD divenuto incapace, per dirla alla Orfini, incapace di parlare davvero alle periferie di oggigiorno, abitacoli incerti di un ceto medio impoverito e di una marginalità assai assai sofferente.

Solitudine, incertezza, impoverimento, malinconia, desiderio di riavere valori e calore umano, tutto questo non basta a muovere la politica a incontrare davvero un disegno di risalita e scoperta, sotto la cappa di una crisi climatica che irrora di disastri il pianeta e minaccia ovunque la sopravvivenza della specie. Siamo nel pieno del prologo di un romanzo di Philip Dick, ma la vita, fatto salvo Resnais, non è un romanzo. Attualmente, la nostra è, piuttosto, uno struggente romanzo d’appendice delegato peraltro ai media e alle oralità di quartiere.

Nemmeno l’arte risponde come dovrebbe, con un sussulto visionario, ci ripetiamo e non sappiamo davvero dove andare. Una gigantesca sagoma si agira con noi per le vie di questo mondo senza saperne d’altro.

In tutto questo, sarà cupo il quadro ma quest’è, una cosa piccola ma significativa per chi ci prova ogni giorno, accade fra Milano e Roma.

Da un lato nel prossimo 4 dicembre, con l’ultima assemblea di Italia Viva come autonomo partito (con la nascita di una federazione che vedremo come e dove andrà), dall’altra al Nazzareno, dove è iniziato un percorso per il Partito Democratico che lascia intravedere davvero il tramonto dell’idea di partito così legato nella storia al PCI, al PSI, alla DC), per fare spazio a qualcosa di nuovo che (sia che restino i riformisti, sia che restino i populisti di sinistra nell’inganno del vero populismo destrorso di Conte) cancella per sempre l’idea della sinistra e del centro come forze di mediazione e ad un tempo di professione in direzione della democrazia e delle parità.

Ora, senza porci qui le domande che pure dovremmo e dovremo porci sui massimi sistemi, voglio esprimere solo una piccola riflessione personale, da militante di base nel PD di Renzi, e dall’uscita con lui in Italia Viva.

Sarà, questo 4 dicembre, il sostituto logico della Leopolda che doveva esserci quest’anno. Se mai dovesse essercene un’altra, sarà davvero un’altra cosa. Forse più bella, ma forse non più necessaria.

Io di Leopolde ne ho vissute solo tre: nel 2018, una a distanza nel 2019, e poi nel novembre del 2021. Ma sono state, le tre Leopolde, una delle ragioni di una convinzione forte di trovarmi al posto giusto per dialogare, sia pure senza che la base fosse di fatto nel dialogo, ma piuttosto alla proposta di Renzi avvinta sia dalle ragioni che dalle dalle visioni.

Ho coordinato uno dei primi Comitati di Azione Civile nati a Roma, da un’idea di Ivan Scalfarotto, e nel nostro municipio ne sono nati allora ben 4, tutti attivi e potenti di idee e di incontri. Erano questi ancora dentro il dialogo e le forme del PD.

Mi sono iscritta a Italia Viva alla nascita, non sempre condividendone le scelte in territorio ma sempre convinta delle politiche di fondo.

Attendo questa assemblea del 4 prossimo di dicembre, anno domini 2022, ben sapendo che si chiude un ciclo e se ne apre un altro. Che sarà diverso, forse migliore ma in questo tempo malato e stanco e del tutto impoverito noi ben sappiamo quanto il meglio, a volte, sia nemico del bene. Almeno dal nostro minimo bene quotidiano percepito.

Il problema vero, per me, non è ad oggi la sorte di Italia Viva, e nemmeno se vogliamo quello della politica del leader che l’ha fondata. Credo che Renzi abbia spalle ben larghe e molta voglia di “seminare”. In piena coscienza, però oggi, dei vizi del tempo.

Opererà in Senato, opererà su territorio internazionale, e terrà ben saldo un gruppo che ne alimenti la capacità di visione come è sempre stato, facendo parte e base di un osservatorio non pregiudiziale del mondo. Farà politica a modo suo, e la farà in Europa, io credo, a brevissimo e correttamente. Perché i confini sono roba che può solo barcollare molto più dei dolenti barconi in arrivo dall’Africa.

Ci sarà un pensiero che con lui attraverserà, e con altri in confronto stretto, il vero compito di questo tempo: capire come si possa sulle ceneri di questo secolo neonato, arrivare a ritrovare una formula non totalitaria e disarmante e disarmata di esistenza dei popoli.

Il problema vero è oggi, per me, nel piccolo della mio quartiere, della mia città e di questa spoglia nazione, come dirmi militante e impegnata di fronte a che cosa.

Tutto serve e il Polo a presidenza Calenda servirà, sarà forse anzi l’unica forza capace di dialogo vero e quindi di opposizione concreta alla destra e al populismo. Per questo occorrerà sostenerne le azioni, se rispetteranno a pieno, come io credo, i valori saldi del sentire democratico, e le pratiche di riformismo necessarie.

Devo dire, però, che individualmente mi interessa molto poco ciò che rende la persona parte attiva del processo di potere. Sono un’operaia su carta da pane, ed è questo voglio restare. Non mi interessa sgomitare nei circoli, e occupare gli strapuntini pur di apparire parte di un sistema quale che sia. In questo senso, è l’assenza di potere che mi rende libera di pensare.

Credo invece, altresì, che sia tempo di un dialogo vero, di un confronto aperto fra i partiti, scevro da settarismi e radicalismo, aperto ai compromessi del reale ma anche ai sogni di memoria novecentesca e precedente preveggenza gioiosa, alla Salgari.

Credo che occorra lavorare nelle scuole, nelle case, nelle arti e nei mestieri, nelle chiese dei più diversi credo, e fidarsi di una rappresentanza politica che sappia riconoscere gli errori, e in questo Italia Viva mi mancherà… assai assai.

Molto mi mancherà la gioia del primo circolo di Italia Viva in VIII, circolo inesistente sulla carta allora ma vivo come non mai. Laboratoriale, dialettico, bellissimo e confuso. Attento e scaltro. Finito, temo, con la morte dei Comitati.

Mi mancano la bellezza dei sindacalisti anziani, dei compagni in pensione, del sentirsi parte piccola in un sogno grande, mi manca la dialettica dura ma ferma e seria. Mi manca quella parte di 900 che risento sempre nei versi di Nove, che pure con tutto questo non ha niente a che fare.

Mi manca l’averci tanto creduto, a che potesse esistere un partito nuovo, un modo nuovo, e non è colpa di nessuno, se non della storia più grande di noi, di tutti noi (nel PD, in IV, e anche altrove), questo tempo ci spoglia delle vecchie armi e ci lascia inermi e al contempo innocenti, questa strage non l’ha compita in fondo nessuno se non la Storia, che è davvero davvero più grande di tutti noi.

La mia scelta è stata e rimane una scelta riformista, non vedo alternative per sopravvivere all’innocenza strappata con autoritarismo dal terreno del confronto sociale. Ma è al contempo la scelta di mettermi come riformista a pensare, a lavorare, ad essere e agire con persone, idee e competenze in gioco su progetti, su azioni sociali, su prodotti creativi produttivi ed umani che abbiano senso, al di là delle fazioni, delle correnti, dei partiti e dei luoghi.

Sceglierò il maggior bene possibile “in situazione”, e finché sarò capace di pensare quello che mi sembra onesto e giusto in un’ottica cristiana e laicamente profondamente liberale insieme. Con sullo sfondo la nostalgia per quel Marx che ci aveva provato, a irridere la Storia nostra industriale. Ma la Storia, non la borghesia, è una bomba contro se stessa, e a questo punto siamo.

Ho provato amore e rabbia e desiderio e gioia e dolore per tante cose fra il millenovecentosettanta e questo tempo, adesso voglio solo ritornare a pensare, a guardare da una quieta distanza solidale e non immersa.

Posso essere engagée, ma più non posso riconoscermi a pieno in questo essere partiti nel mondo.

Ascolterò attenta e curiosa ciò che Matteo, come lo chiamano tutti i compagni di viaggio di IV, ci dirà. Magari mi ricrederò, ma non penso.

Non è una presa di distanza la mia, anzi.

Se potessi proporrei una iscrizione in massa a Renew Europe, con Gozzi, e forse con Renzi (?) che difenda una visione transnazionale della politica e del voto, a difesa di quei valori che noi stessi, prima di altri, ancora troppo spesso tradiamo.

Allora, cari e cari sempre compagni di IV, e amici riformisti in qualsiasi luogo operiate, è tempo di fare, di essere e di pensare. Tentenniamo meno e cerchiamo di esserci di più, nei luoghi che per indole esperienza e competenza, e passione, sappiamo di abitare.

In fondo, un filmato con foto mie e di Riccardo Vinci dell’ultima Leopolda (nei giorni a Firenze) che non è mai state una kermesse, ma un luogo caldo, ospitale attento, di pensiero e davvero di azione.

Nerina G.

Grazie a quelli che restano, e a quelli che ritornano

Pubblicato da Nerina Garofalo

Photographer - Personal coach - Narrative thinker Consultant

5 pensieri riguardo “4 dicembre 1980 – I Led Zeppelin si sciolgono

  1. Grazie Nerina delle tue riflessioni profonde e appassionate. Spero che avranno un séguito utile allo sviluppo di un confronto all’interno della nostra comunità. La nostra chat su WA, possiamo dircelo, mi appare talora come una ‘claque’ adorante per il nostro leader; non è stata anche he un ‘luogo’ di confronti, di elaborazione o di proposte: queste funzioni, mi pare, sono state demandate alle Leopolde. Insomma, di spazi per contributi critici nego visti pochi.
    Non ho partecipato finora ad alcuna Leopolda. Certo era necessario l’entusiasmo degli ‘ingenus rêveurs’, e la dedizione alla causa, il riformismo, contro le chiusure antistoriche dei “fedeli alla linea” del PD.
    Però anche noi abbiamo seguìto la linea, e anche io continuamente con tutti gli altri. Cosa ci divideva fino a ieri da Calenda, tale da alimentare qualche sommessa polemica, qualche diffidenza sottovoce? Diventando qualcosa di simile a un ‘partito’, come disegneremo programmi, o anche visioni che ci impegneranno oltre il breve termine?
    Abbiamo visto nella scorsa estate come ci si posiziona repentinamente, sorprendendo anche noi stessi, se non dotandosi di una immagine opportunamente “elastica”. Mi piacerebbe che nella nostra chat vi fosse spazio per discutere e prendere posizione; noto che un numero impressionante di interventi terminano con il ‘pollice alto’, o con il braccio muscoloso che sembra dire: “temo forti”: è la testimonianza del nostro entusiasmo, si potrebbe dire. Ma se la nostra chat non è il luogo nel quale confrontarsi, allora quando e dove faremo il dibattito che alimenta il ‘partito’?

  2. Riflessioni che ho fatto recentemente guardando la serie televisiva di Marco Bellocchio sul l’affaire Moro.
    Non potevamo trattarlo, questo affaire, come qualcosa appartenente al passato; quella storia pesa ancora molto nelle nostre coscienze e nelle vicende di questo Paese, anche se quegli avvenimenti si svolgevano 44 anni fa: ero già grande allora ed è passata più di una generazione, quasi due.
    Mesi fa postai un lungo intervento su WA (la vicenda Moro, il governo dell’Italia, il ruolo della Nato..) che a me ancora intriga: nessun altro riprese la mia provocazione su una vicenda che ha segnato la nostra Repubblica. ‘Devo averli lasciati senza parole…’ ho pensato. Rispondere, confutare, opporre un’altra verità, integrare, limitare…Ignorare non è mai un buon modo di uscire dalle strette.
    Non ho alcun dubbio sulla bontà della mia scelta di uscire dal PD (mio approdo politico storico da un passato di militante comunista berlingueriano), dopo profonda riflessione sugli stessi fondamenterebbero teorici delle mie scelte precedenti; ma ignorare i nodi, sfuggire il confronto critico non è una via di uscita dai pensieri traversi che talvolta attraversano le nostre menti.
    Il film di Bellocchio, soprattutto il finale ‘alternativo’, casualmente ripropone qualche suggestione che adombrai in quel mio intervento: pensai che fosse logico approdare ad esse, e non solo il frutto di un mio vaneggiamento.
    Bisogna riflettere sulle nostre vicende e tentare di portare la riflessione a compimento, è questo che chiedo a me stesso ora che percepisco quanto il ‘tempo’ vada rivelandosi una risorsa scarsa.

    1. Caro Gianni, mi spiace molto aver mancato la lettura di questo tuo intervento, sono certa sarebbe stata per me una lettura non solo interessante ma utilissima in un momento in cui siamo chiamati molto a interrogarci su quanto accademiste non sono a noi, ma anche a sinistra da noi. La destra non serba sorprese, sebbene a destra si ritrovi quel populismo contiamo così amato da parte della sinistra. Spero di averne ancora occasione. Bellocchio ha avuto sia con Buongiorno Notte, sia con Esterno notte, uno sguardo di precisione sconvolgente. Che ne pensi di un momento di dialogo su questi temi, magari su zoom, ospitato da Lottangolo?

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